Niente più scena muta agli esami orali di Maturità: il ministro dell’Istruzione lo aveva annunciato e ora la riforma lo conferma. Per Giuseppe Valditara «Si tratta di una svolta importante perché si ridà senso alla Maturità”, ricordando che appunto non si chiamerà più esame di Stato bensì di Maturità e sarà improntato ai principi “del merito, dell’impegno e della responsabilità individuale». Tra le altre novità il numero di materie da portare all’orale e la tempistica della loro comunicazione.
Maturità 2026: cosa cambia
Da quest’anno non sarà più possibile, dunque, non rispondere in occasione della prova orale, come invece è accaduto durante gli ultimi esami di Maturità, quando qualche studente ha scelto questa modalità di protesta. Nessuno era stato bocciato, grazie alla media e ai meriti scolastica, e ai risultati delle prove scritte. Ma d’ora in poi non sarà più così: chiunque non risponderà alle domande, non passerà l’esame. «Il Ministro lo aveva annunciato, quindi la conferma non ha stupito. Qualche addetto ai lavori, tuttavia, ha sollevato un dubbio che in alcuni casi potrebbe risultare difficile distinguere tra la scena muta “voluta” e quella dettata invece da timore, insicurezza, timidezza», commenta Alessandro Giuliani, direttore de La Tecnica della Scuola.
Le materie, i commissari e il voto in condotta
Intanto le materie per la prova orale saranno quattro e saranno comunicate a fine gennaio, insieme all’argomento della seconda prova scritta. «In questo caso il rischio ipotizzato da alcuni insegnanti è che conoscere le materie oggetto d’esame potrebbe disincentivare i ragazzi dallo studio delle altre, fin dalla fine del primo quadrimestre», spiega Giuliani. Un’altra novità è la riduzione da 7 a 5 commissari, che avranno una formazione specifica. In questo caso la motivazione economica, perché i tagli permetteranno di dirottare i fondi su altri capitoli di spesa. Comunque 3 commissari rimarranno esterni, a garantire l’imparzialità della valutazione». Come previsto, l’approvazione della riforma riguarda anche il voto in condotta: con un 5 si sarà bocciati, mentre chi avrà 6 dovrà redigere una “prova di cittadinanza attiva”. Per aspirare alla massima votazione finale si dovrà avere almeno la media del 9. Sparisce, infine, l’esame integrativo per chi dovesse decidere di cambiare indirizzo entro i primi due anni, come invece accade oggi.
Educazione sessuale in aula: la smentita del Ministro
Ma a tenere banco è la polemica sul presunto divieto di svolgere lezioni di educazione sessuale e affettiva a scuola. «È assolutamente falso», ha smentito il ministro dell’Istruzione a Skytg24, spiegando che è già prevista nei programmi scolastici in vigore. Giuseppe Valditara ha chiarito che esistono attività formative fin dalla scuola dell’infanzia, che mirano a una maggiore conoscenza del corpo umano e della differenza tra i sessi. «Chiedo a voi che cosa è la conoscenza delle funzioni riproduttive se non l’educazione sessuale?», ha sottolineato.
Dalla conoscenza del corpo alle relazioni affettive
Ciò che invece rappresenta una novità è l’introduzione dell’educazione alle relazioni e l’educazione al rispetto verso la donna, oltre all’empatia relazionale e affettiva, come spiegato ancora da Valditara che ha citato i risultati di un sondaggio conoscitivo presso le scuole di tutto il Paese. È emerso che l’87% degli istituti ha risposto al questionario e nel 97% dei casi è stato confermato l’avvio di specifici corsi. Dalle risposte dei docenti, inoltre, il 70% afferma di aver notato un miglioramento nel comportamento degli studenti.
A cosa serve il consenso informato
A continuare a far discutere, però, è anche il consenso informato che viene richiesto alle famiglie nel caso in cui si vogliamo affrontare in classe temi delicati come la fluidità di genere. Teorie che per Valditara “rischiano di creare confusione” nei bambini piccoli, in particolare tra i 4 e i 10 anni. «Abbiamo lasciato la scelta alle famiglie, ovviamente per i maggiorenni saranno loro a scegliere», ha aggiunto Valditara. «Questo è un passaggio delicato, come testimonia il risultato di un sondaggio che anche noi, come Tecnica della Scuola, abbiamo condotto su un campione di oltre 1.400 lettori, per lo più docenti. Mentre in passato un questionario analogo mostrava una spaccatura sul tema, da quello appena condotto emerge che tra l’80 e il 90% delle persone ritiene importanti corsi di educazione affettiva e sessuale, tenuti da personale competente», spiega Giuliani.
Chi fa lezione di sessualità?
«Il Ministro ha ricordato che l’educazione sessuale esiste già e fa parte dell’educazione civica, ma la verità è che è affidata a docenti curriculari, cioè del consiglio di classe, non da esperti: un conto, invece, è che a parlare sia un ginecologo o un medico che affronti temi come le malattie sessualmente trasmissibili, un altro è che lo faccia un professore senza competenze specifiche. Il consenso informato, inoltre, potrebbe creare problemi nell’attivazione dei corsi, tenendo presente che crescono le famiglie di stranieri, che magari possono avere sensibilità differenti, o che a decidere dovrebbero essere madri e padri magari non così presenti nella vita scolastica dei figli. Insomma, da molti il consenso è visto come una barriera».
Sicilia capofila: due proposte sull’educazione sessuale
Va in controtendenza, invece, la Regione siciliana da dove arrivano due proposte di legge (promosse da Movimento 5 Stelle e PD), sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, «alla luce dei tragici episodi di femminicidio». Prevede percorsi di formazione che coinvolgano esperti che intervengano in orario scolastico – anche extracurricolare – per sensibilizzare il rispetto alla diversità, il superamento di ruoli e modelli sociali che promuovono relazioni affettive rigide e stereotipate, e che prevedano una maggiore conoscenza del concetto di consenso.