Amare un uomo con l’Alzheimer a 50 anni

Nel libro "Un tempo piccolo" Michela, 49 anni, racconta i suoi giorni accanto al marito, colpito da una forma precoce di Alzheimer. In queste pagine, il senso inafferrabile dell'amore e tante domande: Perché si sta insieme? Per salvare chi? Che senso ha l'amore quando diventa una missione?

Come Sherazade, che salva la propria vita raccontando storie, una notte dopo l’altra, Michela, nelle sale d’attesa d’ospedale, sul divano rosso di casa, ovunque si ritrovi, con suo marito accanto e un po’ di tempo a disposizione, gli racconta una storia. Sempre la stessa, a dir la verità. È la storia di loro due, prima e dopo essersi incontrati. Lui ne è protagonista, ma al tempo stesso ignaro spettatore. Non si annoia mai di ascoltarla perché, a causa di un brutto incantesimo, il suo cervello è come una spiaggia battuta dalla marea. Tutto ciò che vi viene scritto l’onda successiva lo cancella. Quel brutto incantesimo è l’Alzheimer, che ha colpito Paolo a poco più che quarant’anni.

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La storia di Michela mi ha rapita perché in quel continuo raccontare lei non insegue menzogne, consolazione, fantasie. Ma cerca di capire. Dà voce a tutto. Alla rabbia, all’acidità, al rimpianto. Non risparmia niente di ciò che una malattia porta in una famiglia. «Scambierei volentieri la demenza con il cancro» urla a un certo punto. «Ma è vero amore questa relazione che oggi è diventata una prigione, una missione?» si chiede a un tratto. La verità non risparmia neanche gli anni prima della malattia. Un matrimonio che è un eterno compromesso, la continua attesa di una felicità che quasi mai è lì, presente. Eppure Michela resta, in nome di qualcosa che non sa se chiamare amore. Come Sherazade, cerca di salvare se stessa. Perché se Paolo sparisce, anche gli anni e il senso di Michela spariscono con lui. Ma cerca anche di salvare lui.

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Il racconto, così come le piccole azioni che gli lascia compiere, a costo di ore e fatica, hanno l’effetto di rallentare la marea. Di tenere vivo quel cervello che si sta spegnendo. È una delle più belle storie d’amore che io abbia mai letto. Sembra estrema, rara come questa malattia precoce, ma parla di noi più di tante altre che ci somigliano. Ci dice qualcosa di quel grande mistero che è l’amore, del perché a volte si rimanga insieme benché costi una fatica sovrumana. Del perché i piccoli istanti di lucida felicità riescano spesso a compensare i lunghi giorni di buio. Esistiamo nello sforzo di tenere in piedi la rete di relazioni amorose che abbiamo costruito nel tempo, perché solo in esse troviamo il nostro senso. Come stelle dentro una costellazione, a formare uno strano disegno che qualcuno, da molto lontano, riuscirà a decifrare.

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