Kim Rossi Stuart red carpet Cosa sarà

Kim Rossi Stuart: «Non sono il tipo da cene e cenette»

Gli amici? Solo quelli storici. I colleghi? Difficile mantenere i contatti. L’attore più bello del cinema italiano («a 51 anni se mi trovano attraente devo solo ringraziare») ama la riservatezza. E i ruoli impegnativi: nel film Cosa sarà, ora nelle sale, è un antieroe che affronta una grave malattia. E scopre il senso della famiglia

Antidivo inquieto, a tratti scontroso, pochissime le apparizioni pubbliche, non ama raccontarsi e si autoproclama timido; quando era più giovane detestava essere considerato bello, spiegava che alcuni ruoli li aveva persi per quel motivo. Kim Rossi Stuart mi chiama sul cellulare, è in anticipo di 5 minuti sull’orario stabilito. «Sto lavorando alla mia terza regia, approfitto di tutte le pause» mi dice.

Kim Rossi Stuart e Ilaria Spada
Kim Rossi Stuart con la moglie Ilaria Spada. Hanno 2 figli: Ettore (8 anni) e Ian (14 mesi).

Sposato con la collega Ilaria Spada, padre di Ettore e Ian (8 anni e 14 mesi) Kim deve la sua carriera a Pietro Valsecchi, oggi produttore di Checco Zalone. Quando aveva 13 anni prese un passaggio in autostop: al volante c’era Valsecchi, e lui finì protagonista della serie teen I ragazzi della valle misteriosa. Di lì in poi, ha esplorato un po’ tutti i generi: dal fantasy Fantaghirò, diventato un cult, alle pellicole d’autore, una per tutte Romanzo criminale di Michele Placido, dalla fiction in tv (Maltese – il romanzo del Commissario è la più recente) alla regia cinematografica di Anche libero va bene e Tommaso, di cui ha firmato anche le sceneggiature.

Il suo ultimo lavoro è nelle sale proprio in questi giorni: Cosa sarà, del regista e sceneggiatore Francesco Bruni, film di chiusura della Festa del cinema di Roma, in cui interpreta un uomo che supera una grave malattia e riscopre il senso della famiglia.

Una scena di Cosa sarà, ora al cinema, in cui Kim Rossi Stuart interpreta un uomo malato di leucemi
Una scena di Cosa sarà, ora al cinema, in cui Kim Rossi Stuart interpreta un uomo malato di leucemia.

Una storia di malattia in tempo di Covid, siete “sul pezzo” ma anche coraggiosi. «Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare, Cosa sarà è un film che viaggia sulle ali della leggerezza. Il protagonista, Bruno, è un personaggio completamente egoriferito, uno che si lamenta e fa la vittima. La cosa divertente è che lo sa, e questo gli dà una statura particolare. Insomma: è un antieroe che può insegnarci ad avere consapevolezza dei nostri limiti e a diventare capaci di scherzarci sopra».

Francesco Bruni non ha fatto mistero di aver voluto raccontare una storia autobiografica. «Sì, lo ha dichiarato pubblicamente, e sul set abbiamo riso e pianto insieme. Sono rimasto sorpreso dalla sua disponibilità ad aprirsi, a esporre la propria emotività. Tuttavia l’autobiografismo assoluto non esiste, François Truffaut diceva: “Tu scrivi una cosa, ma quando la affidi a un attore diventa qualcos’altro”».

Le malattie ti fanno paura? «Immagino di essere nella media: non sono né particolarmente ipocondriaco né troppo coraggioso».

Anni fa hai rischiato di morire in un grave incidente di moto. «I media all’epoca hanno esagerato, la mia vita non è mai stata in pericolo. Ma ho passato diversi mesi in ospedale, scoprendo che perfino un evento apparentemente negativo può essere un’occasione».

Vale a dire? «L’ho vissuto come un momento nel quale potevo riposarmi e pensare. Venivo da un lungo periodo in cui mi ero fatto totalmente assorbire dal lavoro, avevo bisogno di una prospettiva nuova. La difficoltà offre spesso spunti importanti, in questo senso».

Nel film ti fai rasare i capelli a zero, ti si vede emaciato, sofferente, mortificato. Essere un uomo bello è ancora un problema? «Compio 51 anni il 31 ottobre, alla mia età se qualcuno mi trova attraente devo solo ringraziare. Ho semplicemente messo il mio corpo al servizio di un progetto in cui credevo, è il lavoro dell’attore».

Le tue fan però ti vedono ancora come il fascinoso Romualdo di Fantaghirò. «Era una serie carina e ha avuto un bel successo, tuttavia io non ho ricordi particolarmente felici di quel periodo. All’epoca ero alle prime armi e come attore mi sentivo molto “cane”. Probabilmente lo ero: ne soffrivo e cercavo di difendermi dalle tante pressioni del mestiere».

Sei rimasto in contatto con la tua partner, Alessandra Martines? «No. È difficile per me rimanere in contatto coi colleghi, non sono il tipo che intrattiene relazioni al di fuori delle amicizie già consolidate. Frequento quasi esclusivamente gli amici storici, che conosco da oltre 30 anni, e non sono molti. Non mi precludo la possibilità di conoscere persone nuove, ma non sono proprio il tipo da cene e cenette».

Quali altri film hai trovato “difficili”? «Vallanzasca di Michele Placido, davvero tosto perché il mio personaggio, il criminale Renato Vallanzasca, era molto lontano da quello che sono io, e mi ha messo alla prova. E poi alcuni dove sul set ho sperimentato pochissima armonia, ma i titoli non ve li dirò mai».

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