Giappone, dove il non detto conta più del detto

Il Giappone è un paese dal fascino irresistibile e misterioso. Anche chi non l'ha mai visitato è soggiogato dalla sua cultura antica come dalla modernità estrema, dall'arte, dalla scrittura, dalla cucina. Ora è uscito un libro bellissimo, “Svelare il Giappone” di Mario Vattani, un saggio ricco di storie e aneddoti che avvicina a questo Paese dove "il non detto conta più del detto"

Sembra che manchi sempre qualcosa quando si cerca di spiegare la cultura giapponese. Forse è questo scarto, questa mancanza della parola a rendere il Giappone così affascinante. Perché nessuna parola, in giapponese, è mai abbastanza. Per parlare veramente il giapponese bisogna sapersi muovere, bisogna saper vedere, bisogna saper leggere “i segni”. Segni che non sono solo scrittura, ma anche gesto, tono della voce, pause. Segni che sono il significato di un certo fruscio di tabi sul tatami, di una certa risata sguaiata in una izakaya, segni che sono strade senza nome. Se questo è vero in generale per ogni cultura, lo è ancora di più per il Giappone, un paese che si sviluppa intorno a una lingua formalmente complessissima eppure grammaticalmente semplice, lingua ambigua per eccellenza dove il non detto conta più del detto. Il Giappone è un paese ricco di eccessi e contraddizioni, e la sua parola non fa eccezione. Lo spiega bene Mario Vattani, diplomatico e scrittore, grande conoscitore della cultura del Sol Levante, nel bellissimo saggio che ha appena pubblicato per Giunti, “Svelare il Giappone” (Giunti, 19,00 euro), “Per esempio, in situazioni diverse, la parola mada potrà significare “ancora” ma anche “non ancora”. La chiave per interpretare ciò che si sente va ogni volta cercata nel contesto, perché è da quest’ultimo che dipende il senso delle parole”.

Un libro-labirinto, pensato come una casa giapponese

Il senso della parola in giapponese è dunque oltre la parola. Sarà anche per questo che quando Roland Barthes visitò il Giappone ne rimase folgorato. Barthes – andrebbero sempre rilette le pagine di Barthes, tutte - scrisse “L’Impero dei segni” per raccontare quell’impero dove la sua attitudine semiotica poteva esercitarsi all’infinito, rintracciando segno dopo segno un universo ricco di significati che portavano ogni volta a nuove strade, a nuovi confini, a nuovi segni e dunque, a uno svelamento continuo che, come un labirinto, non finiva di mai di stupirlo. E proprio a questo svelamento si rifà il libro di Vattani, pensato come l’ingresso in una casa giapponese, “nella quale ogni volta che si muovono gli shoji (i pannelli che stanno al posto delle porte) si aprono nuovi spazi, le dimensioni cambiano, così come l’uso che se ne fa”. Per capire il Giappone bisogna insomma lasciarsi andare, essere pronti a affrontare il disorientamento che in modo inaspettato può portarci ad affrontare il “lato buio” attraverso una strada piena di luce. Oscurità che appartiene a ogni cultura ma che spesso, in quelle più lontane ed esotiche, si fa più fatica a riconoscere. Oppure, semplicemente, non si vuole vedere perché ci piace sognare. Vattani racconta anche il torbido che c’è nel Sol Levante ma senza giudicare, mettendolo nero su bianco con una lingua bilanciata e raffinata che mai cade nell’eccesso. E questo è uno dei pregi di questo libro. D’altra parte bisognava che succedesse che qualcuno raccontasse che dietro l’estetica del fiore di ciliegio c’è la fine, che dietro la Via del tè, dei fiori, della scrittura c’è la spada, metaforica o di metallo che sia non ha importanza. Il Giappone è anche questo.

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Per conoscere il Giappone ci vuole "gaman", pazienza

Aneddoti e storie si susseguono l’una dopo l’altra in un intreccio avvincente e ragionato capace di instillare un dubbio, l’unico necessario quando si affrontano le cose giapponesi, ovvero che il Giappone sia meno immediato di quello che sembra, e che per avvicinarsi bisogna lavorare, conoscere, studiare. Bisogna insomma avere pazienza, che in giapponese si dice gaman, argomento a cui, non a caso, è dedicato uno dei ventotto capitoli. Perché in Giappone, paese che nell’immaginario collettivo rimanda alla velocità e alla tecnologia, tutto è lento: ci vuole pazienza per imparare a scrivere i kanji, ma anche per imparare a fare il sushi. Nelle sushiya ci vogliono anni solo per impratichirsi a cuocere il riso e bisogna diffidare chi dice che lo ha imparato in sei mesi. Forse saprà mettere insieme riso e pesce, ma il sushi è un’altra cosa, non può essere sushi se non assorbe lo spirito del Sol Levante. Tutto in Giappone sta in equilibrio, e il patto inossidabile tra forma e sostanza spesso si traduce in un inganno. Il sushi ne è appunto un esempio: semplice solo nella forma ma figlio di una delle ricette più complesso dell’intero universo culinario. “Svelare il Giappone” è un libro di 400 pagine dalle quali non ti staccheresti mai perché che spingono il lettore a varcare la soglia di quella casa lontana che, ora sappiamo, di aver solo intravisto. Ma regalandoci anche una certezza, quella che per quanti shoji si possano aprire, il Giappone rimane sempre un mito da svelare.

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