Il ragazzo più bello dell’isola

Ogni settimana, fino alla fine di agosto, pubblichiamo i racconti dedicati all'estate e scritti per noi dalle autrici più amate

Ci sono due modi di dire, dalle mie parti, ed entrambi vanno benissimo per descrivere quell’avventura estiva che ancora adesso riverbera nelle mie estati, ogni anno, agosto dopo agosto, ogni volta che metto il gozzo a mare, e che mi fa arrossire davvero. Quel rossore che si irradia da dentro il corpo, dalle radici dei capelli. Non quella cosina lì superficiale e passeggera di cui vi fate tutti vanto alla fine della prima giornata di abbronzatura, premendo un indice sulla pelle per vedere se cambia colore alla pressione. Non quel rossore lì, felice, del sole che ci ha riscaldato la pelle per tutto il girono. No. Quel rossore di cui parlo io è un altro, e bene gli si attribuiscono i due detti che spesso ascoltiamo pronunciare dalle vecchie delle mie parte. Le vecchie, sedute sulle seggiole impagliate, tutte vestite di nero pure se è estate e giorno, tutte velate messe sotto i portoni antichi di pietra delle città, dicono: «Solo quello che non si fa non si sa», e un’altra, con l’aria di quella che la sa lunga, ma davvero lunga (non solo la sua vita ma pure quella delle donne prima di lei, del paese intero), l’altra chiosa «Le bugie hanno le gambe corte».

Ecco io, ogni volta che, come adesso, metto il gozzo a mare, mentre il marinaio mi aiuta a calarlo giù e a valutarne i danni e gli aggiusti da fare, sento questa antica litania nelle orecchie e torno indietro nel tempo, torno a quando avevo vent’anni ed era un’estate calda, torrida, proprio come questa qui.

Sull’isola in cui andavamo a trascorrere agosto ci si spostava tutti, dalla città. Eravamo tutti tutti, con le nostre famiglie numerose: la mamma e le sorelle, tre, di cui io ero l’ultima, la più piccolina, quando la prima invece già sposata, aveva anche all’attivo un nipotino e una bella pancia tonda da cui presto ne sarebbe venuta fuori un’altra. Tant’è che mi ricordo la voce di mamma dire «Hai spalmato l’olio di mandorla prima che ti vengano le smagliature?» ecco, quell’olio di mandorle pure gioca una partita nel mio ricordo. Ma andiamo con ordine. Oltre alla parte femminile della famiglia c’era papà, con i suoi anziani genitori, i miei nonni, di cui lei era una vecchia avvizzita che, non potendo più esercitare la sua supremazia nelle nostre vite, riservava il peggio per l’estate, e un nonno buono, che pensava che io fossi la nipote migliore del mondo. Dove migliore, nel suo mondo, significa che era convinto che io trascorressi la mia vita tra amiche femmine, non avessi mai neppure baciato un ragazzo e, per la mia vita futura, sognassi studi, ricerca e università. Forse, ma solo forse e solo alla fine, avrei cercato un bravo marito. Un uomo assennato con un buon lavoro e tanta fedeltà quanta in genere ne avevano avuta gli uomini della nostra famiglia., che bella parola. Nelle nostre famiglie, a quei tempi, valeva assai, era moneta importante. Stava come onestà, serietà, e tutte quelle parole che finiscono con l’accento sulla a e rendono la vita corretta e pesante a dismisura.

Invece io, per il mio immediato futuro, sognavo solo una cosa: io volevo il ragazzo più bello dell’isola.

Il ragazzo più bello dell’isola aveva, manco a dirlo, gli occhi celesti, e, manco a dirlo, vivendo su un’isola, (perché lui appunto era isolano e quella era la sua casa e la sua famiglia, il suo presente e il suo passato), il ragazzo, che si chiamava Riccardo, era abbronzatissimo. E siccome aveva la barca a remi e un sacco di parenti pescatori, e quindi spesso veniva mandato ad aiutare i marinai sui pescherecci (cosa che faceva di buon grado perché era un ragazzo sano e generoso), era pure muscoloso assai. Quindi la situazione, al tempo di questo ricordo, era la seguente: io in vacanza con la famiglia mia, lui a casa sua, bello, abbronzato, occhi blu, muscoloso. Età di entrambi: vent’anni. Mi ricordo ancora di lui due cose come se fosse oggi: lo sguardo lungo che mi fece appena misi il piede sul molo scendendo dal vaporetto che mi portò in vacanza (sguardo talmente lungo che mi trapassò, mi seguì anche quando mi fui voltata e mi continuò a seguire anche a distanza, ovunque, nel pensiero, a tavola, nel letto).

E la scoperta che lui fosse già fidanzato, ufficialmente ( in casa, si diceva a quei tempi a quelle latitudini), con la figlia del tabaccaio dell’isola. Punto.

La seconda notizia, capirete bene, scalzava la prima. La seconda cosa, il suo fidanzamento, era in netto contrasto sia con il suo sguardo lungo sia con la lunghezza dei miei pensieri.

Così si diceva una ragazza di città votata agli studi che di lì a un mese sarebbe tornata sui libri. Ma, chiamiamola fortuna o chiamiamolo eros, la parola fedeltà, che con tanto vigore risuonava nelle famiglie mie e di Riccardo, non risuonava nelle nostre teste. Nelle nostre teste giravano ormoni grandi come biglie, che tozzando tra di loro emettevano suoni argentini. Quando ci incontravamo, per ventura, ai bagni, lui di passaggio e io stesa sotto l’ombrellone, gli ormoni cantavano come fossero le sirene che richiamano Ulisse. Appena Riccardo riuscì a liberarsi della presenza della fidanzata, mi offrì una birra al bar, e ci accordammo per andarci a fare una passeggiata in barca, al largo, per il pomeriggio seguente, stessa ora.

Nell’indolenza meridiana, quando tutti dormono i sonni della digestione, mentre i nonni oziavano e la mamma rigovernava, io mi spalmai tutta dell’olio di mandorla di mia sorella, e dissi che sarei tornata sul far della sera, senz’altro per cena, e sgusciai fuori.

Credo di non essere mai stata così bella come nei dieci minuti di passeggiata che mi condussero al luogo dell’appuntamento con Riccardo. Credo, poi, che mai io sia stata più splendente dell’istante in cui lui mi tese il braccio per aiutarmi a salire sulla barca. Che era un bello sciallino di venti metri comodissimo, con il quale facilmente prendemmo il largo verso l’isola maggiore dell’arcipelago e prendemmo così tanto il largo che presto, lanciata l’àncora su un fondale sabbioso a lui noto, ce ne andammo sottocoperta a benedire l’olio di mandorle di mia sorella.

Fu solo verso il tramonto, quando ormai si era fatto il tempo di ritornare alle nostre vite, che ci accorgemmo di avere il motore in panne.

– Stai scherzando?

– Magari.

– No ma sei matto e come facciamo?

– E e che ne so...

– Ma la nafta c’è?

– Sì c’è.

– Ma non passa nessuno?

– Non passa.

– Ma mo come si fa? Ripartirà?

E così via. Finché scese la notte e, siccome vent’anni fa i cellulari non esistevano, Riccardo disse che l’unica cosa per tornare vivi sull’isola era lanciare i razzi.

– Ma tu sei scemo? I razzi? Cioè noi siamo scappati di nascosto qua a fare l’amore, non lo sa nessuno e lanciamo i razzi?

– Eh, non c’è un’altra soluzione…

E così fu che i due amanti clandestini lanciarono razzi segnaletici nell’aria, e presto un peschereccio venne e ci trainò in salvo nel porto. Intanto i suoi parenti marinai si erano messi alla ricerca dello sciallino scomparso, temendo un naufragio, e quindi erano tutti schierati lì, al porto, quando oramai alle undici di sera, rientrammo. Un peschereccio avanti, e dietro noi, sulla barca su cui non dovevamo stare. L’isola intera ci aspettava e, davanti a tutti, il tabaccaio, sua figlia, i miei genitori e mio nonno.

È per questo che ogni agosto, come metto il gozzo a mare, mi faccio tutta rossa e sento la voce avvizzita di mia nonna ripetere «Solo quello che non si fa non si sa».

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