Un altro uomo per oltre 20 anni ha fatto con sua moglie come Dominique Pelicot con Gisèle: la drogava per poi violentarla e diffondere online video e foto. Stupri in diretta, a cui assistevano chissà quanti uomini sul web. Alcuni avrebbero addirittura partecipato, reclutati da lui stesso. Mentre lei dormiva, ignara. Si chiama “sottomissione chimica” e speravamo di non doverne più parlare.
Il caso inglese di sottomissione chimica
Invece siamo ancora qui, davanti a un copione che è sempre lo stesso. Il marito si è già dichiarato colpevole di 60 capi d’accusa, ma quella dozzina di altri uomini, tra i 28 e i 74 anni, accusati di essere suoi complici, si proclamano innocenti. Stavolta accade in Gran Bretagna e ce lo racconta il Guardian. Purtroppo questa storia non avrà un’altra, coraggiosa e gigantesca Giséle perché la legge inglese ha forme di tutela della privacy molto severe. Resteranno tutti anonimi.
In Italia manca ancora la legge sul consenso
Niente riflettori su questi protagonisti squallidi, e va bene così, ma almeno lasciateci tenere viva l’attenzione sulla vicenda. Perché questa storia parla a tutte noi, soprattutto a noi italiane, che abbiamo chiesto a gran voce una legge sul consenso, e non l’abbiamo ottenuta. L’Italia infatti è tra i pochi Paesi europei a mettere ancora in dubbio che una donna che denuncia una violenza sessuale stia dicendo la verità. Perché in fondo, ed ecco il pregiudizio culturale alla base della cultura della violenza, “c’è stata”, “doveva dire di no”, “all’inizio ha detto sì”, e via di questo passo.
La legge del “Solo sì è sì”, approvata alla Camera all’unanimità, è ancora ferma al Senato, dov’è un emendamento ha riformulato il testo. Se quello originario stabiliva che il sesso senza consenso libero e attuale è stupro, adesso “la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto”. E mentre in 19 Paesi europei (perfino Cipro e Malta) il dissenso di una donna si presume, da noi vige ancora il contrario, nonostante vari pronunciamenti della Cassazione. Di base, quindi, una donna ci sta sempre.
La nostra Road map contro la violenza
Per il cambiamento della legge ci stiamo battendo anche noi. Tre anni fa, dopo la morte di Giulia Cecchettin, abbiamo lanciato il progetto Libere e Uguali, che ha riunito esperti, istituzioni, accademici per trovare strategie efficaci contro la violenza sulle donne, di cui il dibattito sul consenso è espressione. Da quegli incontri è nato un documento, la Road map contro la violenza, con 25 proposte concrete che abbiamo consegnato alla premier Meloni. Una di queste riguarda proprio la legge sul consenso. «L’articolo 609 bis del Codice Penale relativo alla violenza sessuale recita: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da sei a dodici anni”. Occorre introdurre una modifica normativa che, oltre a violenza o minaccia, preveda il riferimento al consenso, come previsto dalla Convenzione di Istanbul» scrivevamo.
Abbiamo poi chiesto formazione obbligatoria per magistrati e forze dell’ordine, impegno delle aziende per una vera parità tra i sessi ed educazione all’affettività fin dalla tenera età: tutte misure che puntano a sradicare la cultura della violenza sulle donne, di cui vicende come quella inglese sono una delle espressioni più drammatiche. Perché oltre alla violenza fisica e psicologica, quella donna ha subito anche una violenza più subdola: quella digitale. Soprattutto di questo ci stiamo occupando nell’edizione 2026 di Libere e Uguali. Continua a seguirci.