Sono necessari cuore e mente saldi per affrontare questo libro. Per poter arrivare in fondo a queste 252 pagine senza farsi afferrare da un dolore indicibile. Una storia che fa perdere il senso della vita e smarrire ogni bussola. Ma allo stesso tempo una storia capace di far ripartire la possibilità di esigere giustizia per ciò che ci è stato inflitto. Non solo per sé. Per tutte le donne del mondo. È la voce di Gisèle Pelicot quella che ascoltiamo leggendo Un inno alla vita (Rizzoli, traduzione di Bérénice Capatti), memoir scritto insieme alla giornalista Judith Perrignon. Quasi un monologo, in cui Gisèle scava nel passato per darsi una ragione di ciò che è potuto accadere.

cover del libro di Gisele Pelicot "Un inno alla vita"
“Un inno alla vita”, il memoir scritto da Gisèle Pelicot con Judith Perrignon (Rizzoli), è uscito il 19 febbraio.

La storia di Gisèle Pelicot

Si dice che la vita ti riservi sorprese anche quando pensi di aver già imparato tutto. E si dice anche che a volte la sorte si ripete. Implacabile. Per Gisèle, nata il 7 dicembre 1952 a Villingen, nell’allora Germania Ovest, e poi tornata bambina in Francia, è accaduto proprio così. Ha 67 anni quando, nel novembre del 2020, il vicebrigadiere Laurent Perret del commissariato di Carpentras, cittadina vicina ad Avignone e a Mazan, dove Giséle vive con la famiglia, la convoca e le chiede: «Ha intenzione di sporgere denuncia?». Un docile «Sì» le esce dalla bocca.

Suo marito Dominique Pelicot è stato arrestato perché trovato in un supermercato a riprendere sotto le gonne di alcune donne. Durante le indagini è saltato fuori dal suo computer che per un decennio quest’uomo, marito affettuoso, padre sorridente e attento, ha drogato Gisèle a sua insaputa e l’ha fatta stuprare mentre giaceva incosciente da circa 50 uomini contattati su Internet. Nella loro casa, nel loro letto, riprendendo ogni particolare osceno. Mentre i nipoti dormivano nell’altra stanza, di sabato, di domenica, anche durante i giorni di Natale e di vacanza.

Incredulità, estraniamento, sorda disperazione. Davanti a lei, sullo schermo del computer, scorrono le immagini di una donna in stato di incoscienza, abusata, ferita.

Era come guardare una bambola di pezza, e quella bambola ero io.

La verità è orribile, inimmaginabile. Gisèle ha vissuto una vita ordinaria: una lenta carriera da dirigente nel settore logistico, una famiglia con tre figli – David, Florian e Dominique – una quotidianità appagante in una piccola città francese. Il suo centro è la famiglia, i suoi tre figli, suo marito, Dominique, sempre sostenuto con forza anche quando i vari lavori o lavoretti andavano male. Gisèle cerca la pace, l’armonia. Cerca il riscatto dal dolore dell’infanzia.

Gisèle e Dominique, l’incontro di due dolori

E non è forse un caso che apra questo libro raccontando il suo incontro a casa di una zia, nel mese di luglio del 1971, con Dominique, ragazzo timido, aiutante elettricista, con una Due cavalli rossa. Lei ha 19 anni, una famiglia amorevole ma povera e sfortunata: sua madre si ammala di cancro e muore quando Gisèle ha 5 anni, però «sapevamo tenerci dentro le lacrime». Suo padre si risposa con una matrigna che lo rende infelice e non ama i suoi figli. Gisèle chiude il suo cuore dentro «le maglie di una corazza». Dominique ha una famiglia altrettanto segnata: un padre padrone violento, che abusa della moglie mentre la picchia, che si approfitterà della bambina con disabilità mentale affidata loro dai servizi sociali. È un’eredità di dolore a unire questi due ragazzi. E il desiderio di esorcizzarla. Scrive Gisèle:

Saremmo andati insieme lontano dalle nostre famiglie straziate. Sarei stata il suo rimedio, e lui il mio.

Ma c’è una differenza tra loro. «Con il tempo smisi di credere che fossimo l’uno lo specchio dell’altra, lo proteggevo, sapevo che nel luogo da cui veniva nessuno consolava nessuno, soltanto la tirannia cementava la sua famiglia… A casa sua il dramma incombeva sempre e, soprattutto, veniva dall’interno. Nella mia il dramma apparteneva al passato, ci aveva lasciati inconsolabili, ma pieni dell’amore perduto».

Le parole che scrive sono cariche di disperata verità. Gisèle è una donna pratica, intelligente, si interroga mille volte sui motivi che possano aver risucchiato Dominique verso quella china nera. Si chiede all’infinito se lei stessa non avrebbe potuto percepire dettagli, in parole o comportamenti, di ciò che stava accadendo. Da dieci anni soffriva di perdita di memoria, paralisi di una parte del corpo, svenimenti improvvisi. Credeva di avere un male incurabile, ma non erano che gli strascichi delle droghe che Dominique le faceva assumere di nascosto.

«La mia versione della storia si sfaldava sotto lo sguardo altrui»

Quando scopre la verità, Gisèle teme prima di tutto per le reazioni dei suoi figli, poi si ritira in se stessa, per pensare, riflettere, capire. A volte si sente compresa. Altre no. Lo psicologo nominato dal tribunale le dice: «Lei è una donna sottomessa, dominata da un uomo… È la schiavetta di suo marito». E Gisèle scrive: «Ma il padrone non ha bisogno di addormentare la schiava! Ordina e la guarda soffrire! Che cosa ne sapeva di me, di noi, del nostro amore? Niente! Non ero stata una schiava. E lui non era stato un boia. Non avevo sposato un boia. Sono uscita di lì furibonda. Ormai le versioni della nostra storia erano così tante. Quella dei nostri figli, della polizia, dei periti. La mia si sfaldava sotto lo sguardo degli altri».

È in questo terribile sforzo per non annullare tutto il senso della sua vita che Gisèle ritrova se stessa. «Non potevo capacitarmi di perdere tutto… Se mi lasciavo strappare gli ultimi 50 anni di vita, significava che non ero esistita. Che ero morta» scrive.

La lotta, il verdetto del tribunale e Gisèle oggi

E in questa lotta trova la forza. Invece di insistere per un processo a porte chiuse, per proteggere la sua privacy, Gisèle decide di renderlo pubblico. Perché? Perché capisce che il silenzio è spesso la complicità più profonda delle ingiustizie, perché sarebbe stata sola davanti allo sguardo di quegli uomini che erano strisciati dentro di lei. E invece tutti dovevano sapere. Dovevano vedere.

Così, nel settembre 2024, davanti alla corte e al pubblico di Avignone, Dominique Pelicot e altri 50 uomini vengono chiamati a rispondere dei loro crimini. Nel corso del processo Gisèle afferma: «Io non mi vergogno». È il grido di battaglia contro una cultura che troppo spesso protegge gli aggressori e isola chi soffre. Dopo mesi di udienze, di prove, di ricordi dolorosi e di confronti difficili, a dicembre 2024 la corte emette verdetti severi: tutti gli imputati vengono riconosciuti colpevoli e condannati a pene che variano da 3 a 20 anni di reclusione. Dominique Pelicot riceve la pena massima.

Oggi, a 73 anni, Gisèle non è solo una sopravvissuta: è diventata un simbolo di resilienza e di resistenza. E la sua voce non è più un sussurro di vergogna, ma un canto di vita, la gioia di vivere che ha scelto di inseguire. Nonostante tutto.