C’era chi invocava il riconoscimento da tempo. Ora la Cassazione è intervenuta su uno dei temi più delicati e che ormai riguarda moltissime coppie: in caso di separazione, anche in assenza di matrimonio religioso o civile, ma soprattutto per le coppie formate da persone dello stesso sesso, deve essere riconosciuto un aiuto economico alla parte più debole. In altre parole, dovrà essere previsto un assegno di mantenimento anche alle unioni civili e alle coppie arcobaleno, come in caso di divorzio.

Un assegno di mantenimento anche alle coppie unite civilmente

Secondo i Supremi giudici anche tra le coppie non sposate va previsto un assegno di mantenimento in caso di fine della relazione e anche se si tratta di un rapporto omoaffettivo, ossia tra due persone dello stesso sesso, come accaduto a una donna che ha fatto ricorso per vederselo riconosciuto. Nello specifico la protagonista si è rivolta al Tribunale dopo la fine del rapporto con l’ex compagna, chiedendo che le fosse versato un assegno periodico, in quanto partner economicamente più debole. Il caso è arrivato fino alla Cassazione che, con l’ordinanza n. 25495 depositata mercoledì 17 settembre, ha accolto il ricorso di una donna.

Perché va versato l’assegno di mantenimento

I giudici hanno fatto riferimento alla legge sul divorzio del 1970 e hanno sottolineato le sue funzioni: da un lato quella di tipo assistenziale, che cioè ha lo scopo di fornire assistenza economica di base alla parte della ex coppia che è economicamente più fragile. Dall’altro il corrispettivo serve anche come riconoscimento del ruolo dell’ex partner all’interno della coppia: è quanto accade quando una delle due parti ha rinunciato, ad esempio, alle proprie ambizioni lavorative e di carriera, per dedicarsi alla famiglia o sostenere la coppia. Perché ciò accada, però, va verificano che sussistano i criteri per il riconoscimento.

Il precedente, al contrario

«In realtà non è la prima volta che la Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi su un caso analogo. In precedenza, però, l’esito era stato opposto», spiega l’avvocata Claudia Rabellino Becce, esperta di diritto di famiglia. È accaduto il 17 settembre del 2024, quando con la sentenza n. 24930, gli Ermellini avevano ribadito che, nelle unioni civili, le regole sull’assegno di mantenimento si allineano a quelle previste per il matrimonio, ma nello specifico contesto su cui avevano deliberato, avevano ritenuto che il contributo economico non fosse dovuto quando entrambe le parti versano in condizioni economiche difficili.

Cosa dice la legge sul divorzio

La legge sul divorzio, infatti, prevede all’articolo 5 comma 6 che l’assegno di mantenimento sia riconosciuto al partner in presenza di inadeguatezza di mezzi di sussistenza, impossibilità nel procurarseli nonostante un impegno diligente (ossia a fronte di tentativi in tal senso) e nel caso ci sia un eventuale squilibrio economico dovuto a scelte maturate all’interno della ex coppia, come appunto l’aver deciso di limitare l’impegno lavorativo da una parte di uno dei due componenti a vantaggio dell’altro e per andare incontro alle sue esigenze. Tutto ciò nonostante le unioni civili non abbiano lo stesso tipo di trattamento da un punto di vista giuridico.

Differenze tra divorzio e rottura in una unione civile

Nel caso di una unione civile, come per le coppie arcobaleno, la legge non prevede il passaggio della separazione formale prima del divorzio, per il semplice motivo che non c’è matrimonio da sciogliere: il rapporto, dunque, termina con la fine dell’unione decisa dai due ex partner. Per questo non è previsto neppure un assegno per il periodo intermedio che intercorre tra la separazione e il divorzio. Di fronte al termine dell’unione, però, per i giudici è giusto riconoscere un trattamento analogo. Il requisito indispensabile, comunque, resta che la coppia avesse in precedenza formalizzato la propria unione: di fatto vuol dire che l’assegno non sarà comunque riconosciuto a chi era coppia di fatto, convivente ma senza comunicazione ufficiale in Comune.

Un segno importante di cambiamento culturale

«È un provvedimento certamente limitato alle coppie che hanno deciso di seguire precisi passi burocratici, per la formalizzazione del loro rapporto – premette Rabellino Becce – Ma è comunque un passo importante che dimostra un cambiamento culturale. Anche oggi la Cassazione non parifica i due istituti (matrimonio e unione civile), ma estende a entrambi la stessa ratio applicativa della legge sul divorzio in tema di mantenimento, sottolineando che anche l’unione civile realizza una “comunità di affetti” degna della stessa tutela. È sicuramente una presa d’atto importante dell’evoluzione sociale e culturale – prosegue l’avvocata – Forse uno spiraglio di luce per la futura tutela anche delle coppie di fatto che ad oggi godono di limitatissimi diritti».