Partita Iva: le cosa da sapere prima

01 03 2011 di Annalisa Piersigilli
Credits: Corbis

Che cos’è la partita Iva?
È un mezzo attraverso il quale il lavoratore in proprio può emettere le fatture e fare i versamenti fiscali e previdenziali.

 

Quanti italiani l’hanno aperta?
Autonomia, flessibilità e maggiore possibilità di aumentare, con il tempo, il proprio reddito. Ecco che cos’ha spinto cinque milioni e mezzo (secondo le ultime statistiche dell’Agenzia delle entrate) di lavoratori italiani a scegliere una professione autonoma (o da freelance) e, quindi, ad aprire la partita Iva. Si tratta di una cifra destinata a crescere ancora, se si pensa che, dal 1980 a oggi, ogni anno sono nate circa 200 mila nuove piccole imprese o attività in proprio. Al punto da superare anche Paesi europei tra i più industrializzati, come Inghilterra e Germania. Una crescita senza dubbio accelerata dal fatto che, oggi, per chi cerca lavoro il posto fisso è diventato sempre più un miraggio.

 

Chi la utilizza?
Ormai i lavoratori autonomi hanno invaso un po’ tutti i settori produttivi. Il primato spetta all’agricoltura. Ma le partite Iva proliferano anche in altri ambiti: dalle costruzioni all’informatica fino alla sanità. Tra i freelance, poi, c’è chi fa l’avvocato, il geometra o lo psicologo, cioè svolge un’attività regolamentata da un Ordine professionale. E chi di mestiere fa il traduttore, il pubblicitario o l’assistente sociale, e, quindi, non ha un Albo di riferimento (e, di conseguenza, nemmeno una Cassa pensionistica autonoma): quest’ultimo gruppo, da solo, rappresenta tre milioni e mezzo di partite Iva. Non è tutto. Da uno studio dell’Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori (www.isfol.it), emerge un’altra categoria molto particolare. Si tratta dei 300 mila professionisti con partita Iva che, però, in realtà sono tutt’altro che indipendenti. Perché lavorano per un’unica società. E hanno l’obbligo di essere presenti in ufficio tutti i giorni, rispettando orari d’ingresso e di uscita, come se avessero un contratto a tempo indeterminato. In realtà, però, non godono degli stessi benefici previdenziali e assistenziali dei colleghi che hanno firmato un regolare contratto da lavoro dipendente. Un vantaggio per le aziende che, in questo modo, tagliano una parte dei costi per del personale.

 

A chi conviene?
«Prima di tutto ai professionisti che hanno un sufficiente giro di clienti e una certa continuità di incarichi» spiega Laura Pesce nel suo libro Manuale di sopravvivenza per il popolo delle partite Iva (Mind Edizioni). E, cioè, che possano contare su un discreto reddito annuale. «Per cominciare dovrebbe oscillare tra i 20 e i 30 mila euro» aggiunge Francesco Bogliari, direttore de Il Giornale delle Partite Iva. Esistono poi due forme alternative per regolarizzare il lavoro autonomo: la collaborazione occasionale (ma non si può guadagnare più 5.000 euro all’anno). E quella a progetto (in questo caso, però, non è possibile dedurre le spese sostenute per il lavoro come, per esempio, il computer o la benzina). Se non si rientra in questi due casi, è obbligatorio aprire la partita Iva.

 

Come si apre e quanto si paga?
Per prima cosa, è bene fare chiarezza sulla questione dei costi. «L’apertura della partita Iva è completamente gratuita. Tutte le spese, infatti, scattano dopo e, fra queste, ci sono per esempio la dichiarazione dei redditi e l’iscrizione alla cassa previdenziale di riferimento» precisa Laura Pesce. L’iter per ottenerla è molto semplice. Innanzitutto, entro 30 giorni dall’avvio della professione autonoma, si deve inviare all’Agenzia delle entrate una Dichiarazione di inizio attività: il modello per le persone fisiche è l’AA 9/10 e si può scaricare dal sito www.agenziaentrate.gov.it. Dopo averlo compilato, lo si può mandare all’Agenzia delle entrate in tre modi.
1. Il primo è presentarsi negli uffici dell’Agenzia più vicini con una duplice copia della richiesta, compilata in ogni sua parte (dal nome della ditta a una breve descrizione dell’attività). Se non si può, è possibile incaricare un’altra persona con una delega scritta. Attenzione: non é obbligatorio che l’ufficio sia nella città di residenza. Consegnata la domanda, si riceverà subito il codice numerico della propria partita Iva.
2. In alternativa, si può spedire all’ufficio dell’Agenzia delle entrate che risulta più comodo una copia della domanda, tramite raccomandata. In questo caso, bisogna unire anche una fotocopia della carta d’identità. Poi si riceverà la risposta tramite posta.
3. L’ultima possibilità è la più veloce e consiste nell’avviare la pratica on line, tramite il servizio Entratel Fisconline del sito dell’Agenzia delle entrate (si clicca alla voce “Servizi online”). Per farlo, occorre registrarsi e l’operazione può essere svolta dal contribuente o da un intermediario abilitato, per esempio il proprio commercialista.

 

Quando si può emettere la prima fattura?
Soltanto dopo aver ricevuto dall’Agenzia delle entrate la fatidica sequenza di 11 numeri, che rimarrà invariata fino alla chiusura dell’attività.

 

Il regime fiscale: quale scegliere?
Quando si compila il modulo di inizio attività, bisogna già avere le idee chiare sul tipo di regime fiscale da adottare. Le possibilità sono quattro. Vediamole una per una.
1/ Regime agevolato per le nuove iniziative (chiamato anche “forfettino”). È rivolto a chi intraprende un’attività e ha un reddito annuo sotto i 30.987,41 euro. I vantaggi? Invece dell’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche), permette di pagare un’imposta sostitutiva ridotta al 10 per cento del reddito netto, non c’è la ritenuta d’acconto (cioè l’anticipazione al Fisco di parte delle imposte dovute) e permette di versare l’Iva una volta all’anno. Dopo tre anni, però, si deve cambiare regime.
2/ Regime agevolato per i contribuenti minimi. È riservato a chi ha un giro d’affari sotto i 30 mila euro. Ha una durata illimitata, permette di non addebitare l’Iva in fattura (di conseguenza però, non si può detrarre sugli acquisti), di non versare l’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) e, al posto dell’Irpef, si paga un’imposta sostitutiva del 20 per cento del reddito. Però non si possono assumere dei dipendenti.
3/ Regime semplificato. Lo possono scegliere i lavoratori autonomi con reddito inferiore a 310 mila euro. Il vantaggio è che obbliga solo a tenere un registro Iva acquisti/vendite e l’eventuale libro per i dipendenti.
4/ Regime ordinario. È quello obbligatorio per i liberi professionisti che fatturano oltre 310 mila euro all’anno (quindi, in genere, si tratta di imprese medio-grandi).

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