Avere un figlio dopo il cancro

22 12 2016 di Flora Casalinuovo
Credits: Mondadori Portfolio

Preservare la fertilità dopo un tumore si può. Lo sostengono i medici e lo dimostrano le storie di chi è diventato genitore nonostante il cancro

Hai 30 anni. Il lavoro e le ambizioni prendono forma, l’amore è una persona speciale al tuo fianco con cui fai progetti di vita. Ma, all’improvviso, la diagnosi irrompe come uno tsunami: cancro. Ecco quello che accade a 8.000 under 40 italiani a cui ogni anno viene diagnosticato un tumore. Sono circa 30 al giorno.

Le cure anti cancro mettono a rischio la capacità di procreare

«Le donne rappresentano il 60% dei pazienti» nota Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica (www.aiom.it). «Le neoplasie più diffuse? Quelle al seno, ai testicoli e i linfomi. Per fortuna si tratta di tumori con alte possibilità di guarigione, tra il 70 e il 90%. Quindi abbiamo il dovere di garantire a chi  si ammala un futuro su tutti i fronti, maternità e paternità comprese». Le terapie contro il cancro possono infatti mettere a rischio la capacità di procreare.

Ai malati di tumore non si parla di preservare la fertilità

Le Raccomandazioni sull’oncofertilità firmate da Associazione italiana oncologia medica, Società italiana di endocrinologia e Società italiana di ginecologia e ostetricia puntano a creare una rete tra strutture che curano i tumori e altre che si occupano della fertilità. Al momento questo coordinamento non esiste: in Italia si contano oltre 300 centri oncologici e 200 che  si occupano di fecondazione, ma non c’è molta collaborazione. «Oggi a pochissimi malati si parla di preservare la fertilità» dice Enrico Vizza, direttore di  Ginecologia oncologica all’Istituto dei  tumori Regina Elena di Roma. «Invece  hanno diritto a essere informati subito e ad avere una corsia preferenziale per  le terapie contro l’infertilità. Il paziente  che inizia le cure contro il cancro deve  occuparsi nello stesso momento anche  del suo futuro da genitore. Sono due binari che corrono paralleli».  

Cosa può fare una donna con il cancro per conservare i suoi ovuli?  

Cosa accade a una giovane che vuole tenere acceso il desiderio di diventare mamma? «Esistono 3 vie da percorrere» spiega Eleonora Porcu, responsabile della Struttura di infertilità e Pma all’ospedale Sant’Orsola di Bologna. «La prima è farmacologica e si sceglie se i tempi sono stretti perché il tumore è in stadio avanzato e le cure vanno iniziate subito. Gli alleati sono i cosiddetti “analoghi del GnRh”: iniezioni mutuabili che mettono a riposo le ovaie e le rendono meno sensibili alla tossicità di chemio e sostanze simili. Si prendono fino alla fine delle terapie poi, nel giro di qualche mese, le ovaie ritornano a funzionare naturalmente.

La seconda opzione è la crioconservazione degli ovociti: con gli ormoni si stimola la donna a ovulare, poi si prelevano i gameti femminili e si tengono “in cassaforte” a meno 196 gradi. La terza via è sempre la crioconservazione ma del tessuto ovarico, che viene preso con una piccola operazione in laparoscopia. La scelta tra le due procedure dipende dalla paziente e dal tipo di tumore. Ovviamente, i gameti e il tessuto ovarico vengono poi reimpiantati quando la donna vuole diventare madre e si procede quindi con le tecniche classiche di procreazione medicalmente assistita».

Cosa può fare un uomo con il cancro per conservare il liquido seminale?

Il percorso per preservare la fertilità maschile è più semplice. «Basta prelevare il seme prima di iniziare le terapie oncologiche e crioconservarlo» dice Andrea Lenzi, presidente della Società italiana di endocrinologia. «È una procedura immediata, che non ha bisogno di preparazione e si fa in tutti i centri di Pma. L’unico freno è il pizzico di imbarazzo che gli uomini provano ancora in questi momenti, ma io ripeto sempre che si tratta un gesto semplice che permette di tenersi aperta ogni strada».

Le implicazioni psicologiche quando a 30 anni scopri di avere un tumore 

Scommettere sulla vita quando si lotta contro la morte: con questa posta in gioco le implicazioni psicologiche sono altissime. «Le persone vivono contemporaneamente il terremoto legato alla diagnosi e l’improvvisa emergenza della genitorialità, a cui magari non avevano mai pensato» spiega Mariavita Ciccarone, ginecologa al San Carlo di Nancy di Roma e presidente dell’associazione Gemme dormienti (www.gemmedor mienti. org), la prima onlus a occuparsi di questi pazienti. «È difficile lottare su due fronti: spesso si è dilaniati dai dubbi e si prova un terrore autentico nel pensare a cosa succederà dopo. Ecco perché noi seguiamo le persone passo dopo passo sia dal punto di vista medico che psicologico. Nel tunnel della malattia diventare genitori è una luce, uno stimolo per superare ogni prova con grinta. Parlare del futuro rende più credibile la possibilità di guarire. Archiviato il cancro, però, i timori rimangono, soprattutto per le donne. Mi chiedono se i farmaci che le hanno guarite hanno minato anche il loro organismo e se potrebbero mettere a rischio la salute di un figlio, se è pericoloso allattare e cosa accadrà se si ammaleranno di nuovo. A tutte rispondo con la scienza: gli studi dimostrano che la gravidanza non è problematica. E che i loro bambini saranno sani come gli altri».

Le storie di chi è diventato genitore dopo un tumore


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Samantha Vincenzi, 30 anni, di Anzio (Rm): «Ho messo a riposo le ovaie durante le cure. Oggi sono in attesa di Perla»

Samantha si accarezza la pancia con una delicatezza unica. A gennaio nascerà Perla, la sua riscossa. «Tre anni fa, il giorno del mio compleanno, mi hanno diagnosticato un linfoma di Hodgkin: era già in stato avanzato, la chemioterapia equivaleva a una sentenza irrevocabile. In ospedale ho conosciuto l’associazione Gemme dormienti e parlare di maternità è stato il mio antidoto contro la depressione. In pochi giorni ho cominciato le terapie: non c’era tempo da perdere e quindi ho iniziato anche a prendere un farmaco che mette a riposo le ovaie. A settembre 2013 ho fatto l’ultima flebo e sono tornata alla vita vera, ma a ogni controllo chiedevo all’ematologa quando avrei potuto provare a diventare mamma. A gennaio mi ha dato il via libera e il risultato lo vedete nella foto sopra. È stato un miracolo. Certo, ogni tanto la notte penso che il tumore potrebbe tornare. Ma scaccio il pensiero: ho imparato che non si può controllare tutto».

Giulio Guarazzi, 33 anni di Bisceglie (Ba): «Ho avuto un cancro ai testicoli l’anno della maturità. Ho conservato  il seme. E sono padre di Asia»

Scoprire di avere un tumore dopo che hai superato l’esame di quinta liceo e fremi per la prima vacanza da grande. È l’incubo che ha vissutoGiulio, oggi avvocato. «Il cancro era ai testicoli e con una buona dose di ironia il medico mi disse che  prima di andare sotto i ferri dovevo prendermi qualche minuto per mettere in cassaforte il futuro. Se ci ripenso quello è stato il momento più lieve di un’estate che mi ha cambiato per sempre. Quando ho conosciuto la mia compagna, nel 2012, le ho raccontato subito  ogni dettaglio perché sentivo che era la donna giusta. E 2 anni dopo sono andato a ritirare il mio “tesoro”: ero imbarazzato e agitato come non mai, sapere che sarei  diventato padre con una provetta mi inquietava. Ma le remore sono svanite davanti al test di gravidanza  positivo. La malattia? Prima mi  sentivo un sopravvissuto con un peso sempre sulle spalle, ma ora penso solo a mia figlia Asia, il mio  portafortuna personale».

Irene Caia, 35 anni, di Bergamo: «A 5 anni dalla chemio ho “scongelato” i miei ovuli. E sono diventata mamma»

Quando ha notato quel piccolo nodulo al seno, la maternità era l’ultimo pensiero di Irene. «Avevo 27 anni, il lavoro da hostess mi faceva viaggiare e frequentavo da pochi mesi Fabio, il mio futuro marito. Ma quando l’oncologo mi ha chiesto se volevo avere figli, non ci ho pensato un istante e mi sono affidata a lui. Ho fatto una terapia per stimolare l’ovulazione, dopo qualche settimana hanno prelevato gli ovuli e qualche giorno dopo mi hanno operata al seno. Non ho quasi ricordi di quei momenti, concentrata com’ero a non lasciarmi andare. Durante la chemio, immaginavo un neonato paffuto, una chance per me. Così è stato. Passati i 5 anni dalla fine delle cure, ho preso appuntamento con la ginecologa e le ho detto solo due parole: “Sono pronta”. Al secondo tentativo di inseminazione io e Fabio ce l’abbiamo fatta. La gravidanza e la maternità hanno ridato la pace».

Le strutture di oncofertilità

200 Sono le strutture di procreazione medicalmente assistita nel nostro Paese: 74 sono pubbliche, 126 private.

20 Sono i centri che crioconservano anche il tessuto ovarico: 12 pubblici e 8 privati. In tutte le Regioni c’è almeno 1 centro pubblico, a eccezione del Molise, dove siamo a quota 0, e della Calabria, che ha solo 4 poli poli privati.

2.000 euro È Ia cifra che si paga per la crioconservazione nel settore privato per i primi 5 anni. Poi il costo è di 250 euro annui.

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