Celiachia e bambini: glutine sì o no?

21 08 2019 di Eleonora Lorusso
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Mangiare cibi ricchi di glutine può aumentare il rischio di insorgenza della celichia nei bambini predisposti. Il dubbio su come gestire la dieta è frequente, soprattutto se mamma, papà o fratelli sono celiachi. Ma gli esperti sconsigliano la dieta preventiva

Celiachia e bambini: glutine sì o no? Mangiare molti cibi ricchi di glutine aumenta il rischio di insorgenza della celiachia nei bambini predisposti. A dirlo è una ricerca svedese, pubblicata sulla rivista statunitense Jama, che ha preso in considerazione 6.600 bambini con una predisposizione genetica alla malattia celiaca e al diabete, osservando un incremento dei casi di malattia nei soggetti predisposti che avevano mangiato più alimenti con glutine. Le conclusioni, però, non devono trarre in inganno: il glutine non va per questo tolto prima di una diagnosi. “Si tratta di uno studio che ci conferma indicazioni note da qualche tempo, ma le approfondisce. Questo non significa però “condannare” a una dieta senza glutine i bambini che hanno una predisposizione genetica a sviluppare la malattia” avverte il dottor Marco Silano, primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità e responsabile del board scientifico dell’AIC, l’Associazione Italiana Celiachia.

Troppo glutine fa diventare celiaci i bambini predisposti?

Un team di ricercatori del Carin Andre'n Aronsson dell'Unità per il Diabete e le malattie Celiache della Lund University in Svezia ha analizzato un campione di 6.600 bambini nati tra il 2004 e il 2010, originari di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Svezia e Finlandia) e tutti con predisposizione genetica alla malattia celiaca. Nei soggetti che assumevano molti cibi con glutine gli esperti hanno osservato un incremento dei casi di celiachia del 7,2% nei primi 5 anni di età. La maggior parte delle intolleranze compariva tra i 2 e i 3 anni di vita. Nel 6,1% dei casi, inoltre, è stata diagnosticata anche la cosiddetta “auto-immunità”, ossia una risposta immunitaria anomala del corpo al glutine, che è considerata il primo campanello d’allarme della malattia.  “Si tratta di uno studio che conferma alcune indicazioni già note: esiste un rapporto diretto tra il rischio di sviluppare celiachia in un soggetto geneticamente predisposto e la quantità di glutine che assume. In pratica è vero che quanto più cibo con glutine si mangia da piccoli tanto più aumenta la possibilità di sviluppare la malattia nel corso degli anni. Ma non è una novità assoluta. Agli stessi risultati si era arrivati in passato, dopo che in Svezia era stato introdotto un biscotto con glutine nella dieta di svezzamento: si osservò un aumento dei casi di celiachia nei soggetti predisposti geneticamente. Quando poi questo baby food venne tolto dal mercato, la prevalenza di celiachia tornò la stessa delle generazioni precedenti” spiega l’esperto.

Il glutine non va escluso in via preventiva

“Lo studio svedese è di tipo osservazionale, ci dà una conferma, ma non deve essere inteso come un consiglio a escludere il glutine nella dieta dei bambini a rischio: si tratta di soggetti che hanno una possibilità maggiore di diventare celiaci (o perché sono parenti di primo grado di un soggetto celiaco, come mamma, papa o fratello, o perché hanno fatto il test genetico di predisposizione) e le linee guida della Società europea di Gastroenterologia dicono che devono essere svezzati come gli altri, per almeno due motivi. Il primo è che è vero che più glutine si assume, più aumenta il rischio di diventare celiaci, ma lo studio svedese non stabilisce una soglia minima, non sappiamo se esista una quantità di glutine tale da far insorgere la malattia. Il glutine è presente in percentuali differenti nelle diverse farine e alimenti, dal 10 al 18%, ossia una forbice molto ampia. Non è possibile stabilire quanto ce ne sia in termini di grammi in un piatto di pasta, nei biscotti o in alimenti anche differenti, che non siano farinacei ma che lo contengono. Il secondo motivo è molto pratico: il rischio di diventare celiaci nei soggetti predisposti è del 3%, piuttosto contenuta. Non ha senso, dunque, privare in anticipo un soggetto di un’alimentazione senza restrizioni” spiega il dottor Silano.

“La dieta senza glutine è un vero salvavita per i celiaci, ma certo non è altrettanto soddisfacente di una normale. Il glutine ha la particolarità di trattenere l’aria, dunque rende i cibi soffici ed elastici, dando loro quelle caratteristiche ritenute tra le più importanti in termini di gusto. Va anche detto che togliere il glutine significa eliminare anche tutti gli alimenti che lo contengono indirettamente, dunque porta a una dieta di esclusione e anche a possibili deficit nutrizionali, questi sì negativi. Infine un’alimentazione senza glutine è generalmente povera di fibre, perché tra i cereali che non lo contengono, c’è solo il riso integrale (ma in genere meno appetibile), mentre il mais integrale non esiste.

I bambini predisposti devono essere controllati ogni due anni

“Le linee guida internazionali consigliano, per i bambini a rischio, di effettuare esami del sangue periodici, ogni due anni, per accertarsi che non ci siano gli anticorpi antitransglutaminasi, oppure nel caso in cui compaiano sintomi. Questo vale fin dal momento in cui siano diagnosticati a rischio, quindi dai due anni di vita in poi” spiega l’esperto. I controlli regolari sono importanti anche per monitore l’eventuale insorgenza di altre patologie autoimmuni dei soggetti celiaci, come problemi a carico della tiroide o del fegato: “La celiachia è una malattia autoimmune, dunque a prescindere dalla loro alimentazione, i soggetti con intolleranza al glutine hanno un rischio maggiore di sviluppare altre malattie autoimmuni, come appunto tiroidia, diabete mellito di primo tipo e epatopatie autoimmuni” conclude Silano.

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