Sta per levarsi il sipario sul dibattimento più atteso e controverso dell’anno. Il 16 novembre, a Torino, inizia il processo d’appello sul delitto di Cogne. Sul banco degli imputati una sola donna, Anna Maria Franzoni, condannata in primo grado a 30 anni di carcere per l’omicidio del figlio. Stavolta  in aula sarà presente anche lei, la madre del piccolo Samuele Lorenzi, ucciso all’età di 3 anni, il 30 gennaio 2002, nel lettone dei genitori. La difesa ha scelto di giocare d’anticipo con un libretto confezionato dal comitato che sostiene Anna Maria Franzoni. Sulla copertina, un grande punto interrogativo, segno del dubbio che in fondo arrovella tutti noi: e se la madre di Samuele fosse innocente? Esaminiamo le piste alternative. Tutto si gioca in 8 minuti, dalle 8,16 alle 8,24, l’intervallo in cui la mamma esce di casa per accompagnare il figlio più grande Davide, 7 anni, alla fermata dello scuolabus. Chi può aver ucciso in così poco tempo?

Il voyeur

L’ipotesi è stata avanzata da Anna Maria Franzoni in una recente intervista al settimanale Gente:  «Un voyeur può essere entrato in casa ma, quando ha messo piede nella mia camera da letto, ha trovato Samuele, che lo ha riconosciuto. Il resto potete immaginarlo». Il criminologo Francesco Bruno proprio non ci riesce. «È un’ipotesi assurda» dice. «Contrasta con tutto quello che sappiamo dei voyeur: persone che hanno paura di agire, tant’è vero che si limitano a guardare». Carlo Taormina, avvocato difensore della Franzoni, non replica. «Al momento ho una sola ipotesi: quella dell’assoluzione di Anna Maria» taglia corto.

Il vicino

Il nome è quello di Ulisse Guichardaz, guardiaparco, che la notte del delitto ha dormito nella villetta del padre, a pochi metri da quella dei Lorenzi-Franzoni. Il movente? Un vecchio battibecco tra vicini sulla strada di accesso alla villa. Poco credibile, tanto più che Ulisse ha un alibi. E l’impronta digitale trovata sulla porta della camera da letto, considerata decisiva per i consulenti della difesa, si è rivelata non sua.

La spiona

Della famiglia Guichardaz fa parte anche Daniela Ferrod, cognata di Ulisse, che Anna Maria descrive come «donna dallo sguardo torvo, una che picchia i figli e ha l’abitudine di spiare dalla finestra». All’inizio, tra febbraio e marzo 2002, è lei il bersaglio dei sospetti della mamma di Cogne. «È l’unica che, teoricamente, avrebbe avuto il tempo di entrare nella villetta dei Lorenzi» ha spiegato il procuratore di Aosta Maria Del Savio Bonaudo. «Ma l’ipotesi è stata scartata per la mancanza di un movente, di malattie psichiatriche e per il fatto che alle 8,10 la signora era al telefono con il marito. La casa dei vicini, poi, è stata perquisita più volte ed esaminata con il luminol dai carabinieri del Ris per trovare tracce di sangue. Non è mai risultato niente».

L’invidiosa

Anche la conoscente Graziana Blanc è stata accusata dai Lorenzi. Ha cenato insieme al marito Carlo Perratone nella villetta dell’orrore, la sera prima del delitto. Qualche anno fa aveva perso un bambino, nato prematuro. E secondo Anna Maria sarebbe stata invidiosa di lei che aveva due figli. Al momento dell’omicidio, però, Graziana si trovava nel suo negozio di alimentari a Cogne.

Il pazzo

L’assassinio di un bambino, tutto quel sangue hanno fatto pensare all’opera di un folle. Nei primi giorni d’indagine, l’attenzione si è concentrata su Gino Guichardaz, detto Fuffy, personaggio stravagante ma mite, che passa il tempo a camminare dalla frazione di Gimillan al centro di Cogne, dove è stato visto all’ora del delitto. Ma, anche scartato Fuffy, l’ipotesi del pazzo resiste. «È plausibile» riflette Vincenzo Mastronardi, docente di Psicopatologia forense all’Università La Sapienza di Roma. «Uno squilibrato potrebbe essere entrato in casa, con qualche oscuro scopo, e si è trovato di fronte il bambino, un testimone. Così l’ha eliminato». Barbara Palombelli, giornalista del Corriere della Sera, è scettica. «Non sono un criminologo» dice «ma la storia del folle non mi convince. Chi mai avrebbe cercato nella villetta questo pazzo?».

Il bandito

Tra le ipotesi più azzardate, c’è quella che evoca i killer della Uno Bianca, la banda dei fratelli Savi che dal 1987 al 1994 seminò il terrore tra Bologna e Rimini. Secondo alcune voci, Stefano Lorenzi, quando viveva nel capoluogo emiliano, avrebbe assistito a una delle rapine. L’omicidio di Samuele sarebbe stata la vendetta contro un testimone. Ma l’avvocato Francesco Maisano, ex legale di Stefano e avvocato di parte civile nei processi sulla Uno Bianca, smentisce: «Ridicolo! Conosco a memoria la vicenda dei Savi, Lorenzi non ne sa nulla».

Il bambino

È stata fatta anche l’ipotesi che a uccidere Samuele fosse stato Davide, il fratellino. «La freddezza della madre» spiega la giallista Nicoletta Vallorani «ha indotto molti a pensare che lei in realtà fosse innocente e che stesse recitando una parte per proteggere qualcuno di caro». Gli esami del Ris sugli schizzi di sangue e la forza delle ferite inferte a Samuele, però, hanno sgombrato ogni dubbio. Il colpevole è per forza un adulto.

Dov’è finita la Satragni?

Nessuno può dimenticare Ada Satragni, la psichiatra, medico di base di Cogne, che il 30 gennaio 2002 cercò di salvare il piccolo Samuele, commettendo, probabilmente sotto choc, gravi errori. «Ha lavato Samuele, gli ha fasciato il capo e lo ha spostato dalla camera per portarlo in giardino» ricorda la giornalista Elena Davolio nel libro Il caso Cogne. «Avrebbe anche detto che il bambino era stato colpito da un aneurisma». Nei telegiornali, la psichiatra appariva grigia, sbattuta. Oggi sembra rinata. «Alla Asl ha molti più pazienti di prima ed è serena» dice Osvaldo Ruffier, sindaco ai tempi del delitto. «Come tutti noi, che oggi finalmente abbiamo dimenticato l’angoscia di quei giorni».