Si è parlato in questi giorni della possibilità

di concedere forme di semilibertà a Omar,

autore con Erika della strage di Novi Ligure,

e a Mattia, il più giovane del gruppo che ha

ucciso Desirée Piovanelli. Noi abbiamo fatto un sondaggio per sapere cosa ne pensa la gente. Ecco i risultati:

l’86% dice no: non condivide la concessione di benefici (secondo il 68% “Hanno commesso dei delitti orribili e devono pagare”, mentre per il 18% “Sono pericolosi e potrebbero rifarlo”). Favorevoli, invece, alla concessione della semilibertà il 14% degli intervistati (“Perché sono giovani e devono potersi rifare una vita”, 9%; “Perché devono poter usufruire di questo diritto come gli altri detenuti”, 5%).

La giustizia è finita sotto processo. Trascinata dalle sue stesse sentenze. A inizio febbraio si è lamentata perfino Anna Maria Franzoni, condannata in primo grado a 30 anni per l’assassinio del figlio Samuele (ma ancora in libertà, in attesa dell’appello). Ora la mamma di Cogne, che da sempre si proclama innocente, minaccia di farsi giustizia da sola. Ma l’opinione pubblica si indigna soprattutto per alcune scelte dei magistrati. Come la notizia che Omar, l’autore con Erika del massacro di Novi Ligure,   avrà dei permessi per uscire dal carcere. Ed è bastato l’annuncio che Mattia, uno dei giovani assassini della 14enne Desirée Piovanelli, potrebbe presto godere di permessi e di misure di rieducazione (in realtà avverrà solo tra alcuni mesi) per suscitare scandalo.

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Lo sconcerto degli italiani viene fotografato dal nostro sondaggio: nessuno sconto per gli assassini. Una reazione destata dallo sdegno per quei delitti efferati, e dall’allarme emotivo che suscita l’idea di trovarsi dei killer in libertà. Per la legge, però, i permessi premio e il trasferimento nelle comunità di recupero sono una conquista di civiltà. «La giustizia italiana mira alla rieducazione dei condannati e non a una punizione senza possibilità di riscatto, in particolare quando si tratta di minorenni» commenta Giulia De Marco, presidente del tribunale dei minorenni di Torino.

Vero. Ma la bilancia della legge riesce sempre a trovare la giusta misura? E che succede agli assassini quando escono dal carcere? Le storie che abbiamo raccolto provano a dare una risposta.

>>Accoltellò un ragazzo: scarcerato dopo otto mesi

Un ragazzo di vent’anni, Calogero Gagliano, disteso sulla spiaggia. Ucciso da una coltellata che gli ha spaccato il cuore. Ma l’assassino, un diciassettenne (il suo nome non è stato reso noto, tranne le iniziali: L.G.A.) che ha imparato a maneggiare le lame in un ovile, quasi subito esce dal carcere. A otto mesi dal delitto si trova già in una comunità di recupero. Agrigento è rimasta senza fiato di fronte alla sentenza con cui, il 12 gennaio di quest’anno, il giudice ha scarcerato il giovane colpevole. La spiegazione? Il giovane non è “socialmente pericoloso” e si è comportato bene quando era in carcere minorile. Una decisione ancora provvisoria, perché il percorso giudiziario è solo alla prima tappa. Ma il padre della vittima non può darsi pace. Con le sue parole esprime il senso di impotenza e di ingiustizia di molte famiglie colpite da gravi delitti.

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«Mio figlio Calogero è stato ucciso per la seconda volta» dice con la voce rotta dalla commozione Giuseppe Gagliano. «Trovo incredibile che ad appena otto mesi dall’omicidio il colpevole possa essere scarcerato e trasferito in una comunità di recupero. Come può quel ragazzo rendersi conto del male che ha commesso? Non ne ha avuto il tempo. Capirei la decisione del giudice se si fosse trattato di un reato minore, come il furto di un’autoradio. Non per un omicidio». Per lui è impossibile accettare una condanna così leggera per un delitto gravissimo. «Ad Agrigento, la mia città, qualcuno racconta che in questa vicenda due padri hanno perso il figlio» dice Gagliano. «Non è vero. Io il mio ragazzo non potrò più riabbracciarlo. Mentre l’altro genitore, quando vuole, può baciare suo figlio in comunità. Per chi ha ucciso l’unica condanna giusta è l’ergastolo».

>>Veronica ammazzò una suora: adesso è in comunità

«Non è facile spiegare ai parenti che l’assassino di un loro caro è uscito dal carcere dopo soli quattro anni». L’avvocato Michele Cervati, legale dei parenti della vittima, ha dovuto affrontare l’ingrato compito quando nel 2004 è stata liberata Veronica, una delle ragazze che il 6 giugno del 2000 uccisero la suora di Chiavenna Maria Laura Mainetti. Diciannove coltellate in nome del satanismo, un altro dei misteri della provincia italiana, questa volta nella zona di Sondrio. Ma Veronica, condannata a otto anni e mezzo di carcere, vive ora in una comunità di recupero del Lazio, mentre le altre complici del delitto, Ambra e Milena, anch’esse minorenni ai tempi dell’omicidio, restano in carcere. «Sicuramente anche un’altra delle due, di cui non posso dire il nome, otterrà prima o poi il trasferimento in una comunità» anticipa don Antonio Mazzi, incaricato di seguire la rieducazione di Veronica.

«Una decisione scandalosa? La gente deve capire che la comunità non è un premio, ma l’unica opportunità di miglioramento. Chi ci va non ha più la necessità di difendersi dalla violenza del carcere e può mettersi alla prova e maturare con lo studio, il lavoro e il dialogo con gli educatori. Senza ricevere alcuno sconto sulla sua condanna». Cosa ne pensano le persone colpite? «Nessuno contesta la scelta del giudice di concedere a Veronica le misure alternative, ma rimane il dubbio sulle reali intenzioni della ragazza» dice l’avvocato Cervati. «È davvero pentita? Al processo le ragazze non hanno mostrato un grande turbamento. E sul motivo che le ha spinte a uccidere una suora amorevole e premurosa rimane un inquietante punto interrogativo».

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>>>Carretta sterminò la famiglia: tra poco sarà libero

È una questione di settimane. Ferdinando Carretta, il giovane di Parma che nel 1989 ha sterminato i genitori e il fratello, sta per tornare in libertà. Un killer che ha nascosto con abilità i cadaveri, tanto che per anni si è creduto che la famiglia fosse fuggita ai Caraibi. Ma nel 1998 Carretta è stato scovato a Londra, riportato in Italia e internato in un ospedale psichiatrico. Per i giudici, al momento del delitto il pluriomicida era in preda alla follia e per questo bisognava assolverlo. Ma Carretta restava socialmente pericoloso. Ora le porte dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (vicino a Mantova), dove è rinchiuso dal ’99, stanno per aprirsi. Come reagiremmo ad avere quest’uomo per vicino di casa? «Carretta non era pericoloso sei anni fa e non lo è ora, visto che da un anno frequenta senza problemi un corso professionale di informatica a Mantova» sostiene Gianluca Paglia, l’avvocato di Carretta.

«Ecco perché tra qualche settimana chiederemo al giudice di mettere fine all’internamento». Possono bastare pochi anni di cure per venire a capo di una psicologia  malata? «Carretta appare radicalmente cambiato» dice Georgia Azzali, la giornalista della Gazzetta di Parma che lo ha incontrato più volte. «Nel 1998 ho visto una persona carica di inquietudine. Oggi Carretta è lucido e motivato, vuole trovare un lavoro e metter su famiglia». L’ultima parola spetterà al giudice. E se decidesse per la liberazione? «Un paziente, anche se guarito, non viene lasciato andare senza approfonditi controlli e verifiche» dice il direttore dell’ospedale di Castiglione delle Stiviere, Antonino Calogero. «Nella maggior parte dei casi gli ex ospiti rimangono in contatto con il servizio psichiatrico pubblico o vanno a vivere in una comunità di cura. Ed è davvero raro che qualcuno commetta altri delitti».

>>Aiutarono Maso a fare un massacro: ora girano in paese

Lui, Pietro Maso, ha ideato l’omicidio dei suoi genitori per impossessarsi dell’eredità e darsi alla bella vita. Loro, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza, diciottenni, quella sera del 17 aprile 1991 sono stati i fedeli complici del massacro consumato a colpi di spranga. A quasi 14 anni dal delitto il killer, Maso, condannato a 30 anni, rimane nel penitenziario milanese di Opera. Per lui, finora, neppure mezza giornata di libertà. Mentre Giorgio e Paolo, puniti con 26 anni di carcere, ricevono da tempo i permessi premio previsti dalla legge per chi si comporta bene.

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E si sono fatti rivedere nel loro paese del Veronese, Montecchia di Crosara, teatro del delitto. «Carbognin e Cavazza sono stati riaccompagnati varie volte a casa dagli assistenti sociali del carcere per le feste di Natale e di Pasqua» racconta Elisa Caltran, sindaco di Montecchia al tempo del massacro. «La reazione della gente? Prevale l’indifferenza. Le famiglie dei ragazzi, invece, sono chiuse nel dolore».

Paolo Cavazza si è diplomato in ragioneria nel carcere romano di Rebibbia, mentre Giorgio Carbognin è diventato geometra nel penitenziario di Bergamo. Per loro non è remota la possibilità di ottenere la semilibertà. «Paolo e Giorgio sono maturati» dice monsignor Guido Todeschini, la guida spirituale di Pietro Maso e dei suoi complici. «La riflessione in carcere ha inciso sulla loro personalità. Il caso di Pietro Maso, invece, è completamente diverso. Lui ha ucciso i suoi genitori, un’azione che richiede un lavoro di recupero molto più lungo. La sua coscienza deve poter dire: “Sto pagando il giusto prezzo per i miei errori”. Per questo anch’io, che sono amico e confidente di Maso, mi oppongo ai permessi premio. E credo che lui, in questo momento, sia d’accordo con me».

>>Samson e Davide uccisero una prostituta: liberi

Poco più che bambini. Samson e Davide hanno solo 15 anni quando nell’agosto del 2000 convincono Mares Porer, una prostituta del Ghana, a seguirli in un bosco di Lonate Ceppino, vicino a Varese. È la scena dell’omicidio. Samson colpisce più volte la ragazza con un coltello. Davide carica in bicicletta l’amico e fugge con lui. Il processo, i giornali, i dibattiti sui giovani senza valori. Ma a poco più di quattro anni di distanza Davide e Samson sono liberi. Hanno saldato i conti con la giustizia. «I due ragazzi girano in paese senza problemi. E senza che ci siano reazioni scandalizzate. Il tempo purtroppo cancella anche i fatti più gravi» dice don Luigi, il parroco di Lonate Ceppino. La mano lieve della legge lascia sconcertati? In realtà Samson ha beneficiato della messa alla prova, un provvedimento del giudice che permette a un minorenne di uscire dal carcere e lavorare in una comunità di recupero.

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Se il giovane si impegna, può riacquistare la libertà in meno di tre anni, e il reato viene cancellato dalla fedina penale. Ancora più breve il percorso di Davide, tornato subito dai genitori a condizione di fare del volontariato. «Questi ragazzi erano perfettamente sani di mente» chiarisce lo psichiatra e criminologo Massimo Picozzi, consulente dei magistrati che si sono occupati dell’omicidio. «Ma Davide e Samson, seppur colpevoli di un grave delitto, non provenivano da ambienti criminali e non avevano uno stile di vita pericoloso. Per questo il giudice ha deciso la messa alla prova. La gente rimane scandalizzata. Eppure questa soluzione quasi sempre funziona e permette il reinserimento nella società. Ma se un ragazzo non si mostra all’altezza, le porte del carcere si riaprono».

>>Doretta Graneris: dall’ergastolo

a una nuova vita

Molti ricordano ancora Doretta Graneris, la ragazza che nel 1975, appena diciottenne, sterminò la famiglia. Ma la storia della “belva di Vercelli” dimostra come anche una persona che si è macchiata di un delitto orribile ed è stata condannata all’ergastolo possa ravvedersi e, col tempo, tornare alla libertà. In quel lontano 13 novembre del 1975 Doretta, con la complicità del fidanzato, uccide i genitori, i nonni e il fratellino di 13 anni. Diciannove colpi di pistola. «Volevamo sposarci e vivere ricchi e felici» dice lei dopo la cattura. Invece ha passato 18 anni in cella. Ma a partire dal 1990 il percorso giudiziario è cambiato. Prima i permessi per lavorare fuori dal carcere, poi dal 1993 la semilibertà al Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, il sacerdote torinese che aiuta i tossicodipendenti. Infine, un anno fa, la Graneris è tornata in libertà.

«All’età di 47 anni Doretta è una donna completamente cambiata, addolorata per i suoi errori e desiderosa solo di essere dimenticata» spiega lo psicologo Leopoldo Grosso, vicepresidente del Gruppo Abele. «Capisco il rifiuto ad accettare che un omicida possa uscire dal carcere. Ma le pene alternative sono l’unico modo per riabilitare un colpevole. Anche la Graneris ha seguito questo lungo percorso. All’inizio un omicida tende a dimenticare le sue azioni per non restare schiacciato dal senso di colpa. Poi inizia a interrogarsi su quel che ha commesso. È la fase più delicata della ricostruzione di una persona, un momento che dovrebbe svolgersi fuori dal carcere. Anche in un posto senza sbarre alle finestre, come nelle comunità del Gruppo Abele. Solo così un ex carcerato si sente dare fiducia e inizia a comportarsi non come un prigioniero ma come una persona normale».

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Cosa dice la legge
Assassini che tornano in libertà dopo pochi mesi. Com’è possibile? «Grazie a una serie di sconti» spiega Guariente Guarienti, ex avvocato di Pietro Maso. «Il rito abbreviato, per esempio, fa ottenere lo sconto di un terzo della pena. Per i minorenni al primo reato, poi, è prevista la messa alla prova: non vanno in carcere ma in una comunità. E dopo tre anni tornano liberi. La liberazione anticipata, invece, vale per chi si comporta bene in carcere e garantisce uno sconto di 45 giorni ogni sei mesi di reclusione». Ma l’anno carcerario si accorcia anche grazie ai permessi premio. «Vengono concessi a chi ha scontato almeno metà della condanna e regalano fino a 45 giorni di libertà all’anno» dice Guarienti. «Infine c’è la semilibertà. Quando un omicida ha scontato due terzi della pena, può uscire di

giorno dal carcere per lavorare».

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