Sono oltre 3 milioni nel mondo, in continuo aumento, ma di loro si parla poco: sono i figli della fecondazione eterologa, la tecnica di procreazione assistita che utilizza ovociti o sperma di un donatore.

Tanto si discute delle implicazioni etiche e morali dell’eterologa, quanto poco ci si preoccupa dei suoi frutti, i bambini. Chi sono e cosa provano? In Italia è un mondo sommerso, visto che fino al 2014 la pratica era vietata dalla legge 40 e le coppie andavano all’estero.

Ora che non è più così, i numeri crescono rapidamente: secondo una Relazione presentata in Parlamento, solo nel 2015, 601 italiani sono venuti al mondo grazie all’eterologa. Negli Usa, dove la donazione è utilizzata da decenni anche da madri single o coppie gay, il popolo dei “cryokids” (si chiamano bimbi del freddo perché i gameti vengono congelati) è ben più numeroso e attivo. Tantissimi blog ne parlano e uno dei più seguiti è Confession of a cryokid, di una 27 enne newyorkese.

Il tema è anche arrivato sul grande schermo, con il documentario Anonymous father’s day, che racconta le emozioni di tre giovani nati da un donatore appunto anonimo, e in tivù, con il reality Generation cryo, trasmesso da MTV. E poi c’è la grande comunità del Donor sibling registry (donorsiblingregistry.com), un portale-database americano che raduna oltre 55mila tra donatori, genitori riceventi e figli e che ha il compito di supportare le persone concepite con l’eterologa. 

Il silenzio pesa

«Il primo dubbio delle coppie che hanno fatto ricorso all’eterologa è se dire al figlio come è nato. Molte mantengono il segreto per evitare che il ragazzo metta in crisi la propria identità o il rapporto con i genitori. Alcune temono il giudizio degli altri, visto che in Italia questa tecnica, nonostante sia sempre più usata, è ancora vista con diffidenza» spiega la psicologa Federica Faustini, consulente di un centro per la fertilità, che con la collega Marina Forte ha scritto “Un viaggio inaspettato. Quando si diventa genitori con la fecondazione eterologa” (Imprimatur).

«Come per l’adozione, però, gli psicologi ritengono che sia importante dire la verità, il prima possibile». Secondo vari studi, infatti, i bimbi che apprendono come sono stati concepiti in età prescolare reagiscono bene, con curiosità o indifferenza, mentre chi lo scopre da adolescente, prova incredulità e rabbia verso i genitori che hanno taciuto a lungo. «Ognuno di noi ha bisogno di conoscere le proprie origini e di crescere nella verità.

I segreti possono minare il clima in famiglia e il rapporto di fiducia» aggiunge Wendy Kramer che, dopo esser diventata mamma grazie a una donazione di seme, ha fondato il Donor sibling registry. Appurato che, anche se scomoda, è meglio rivelare la verità ai “cryokids”, vediamo qual è il modo migliore per farlo. 

Le parole giuste

«Di solito si inizia a 3-5 anni, accennando a come nascono i bambini» spiega Faustini. Si può parlare di ovetti e semini che, unendosi, danno vita a una pallina che cresce nella pancia della mamma. E poi aggiungere che a volte c’è bisogno di un aiuto esterno per riuscirci, con frasi tipo: “Alcune mamme non hanno abbastanza ovetti e usano quelli regalati da un’altra signora”. «Meglio parlare sempre di donatore e non di padre o madre biologici, per non creare confusione sui ruoli: quella persona ha fatto un bel gesto ma, i genitori sono quelli con cui lui cresce ogni giorno».

Anche quando a fare la scelta dell’eterologa è una madre single. «A 2 anni mio figlio mi ha chiesto: perché non ho un papà? È morto? Invece di inventare scuse, gli ho spiegato che ero sola ma volevo tanto un bambino e i dottori mi hanno aiutato, procurandomi un semino donato. Era troppo piccolo per avere pregiudizi: ha preso atto della notizia e quel semino è diventato parte di lui» le fa eco Kramer.

Bando alle paure

Il racconto della verità sul concepimento, però, non deve esaurirsi in una sola spiegazione, ma articolarsi in un dialogo che accompagna tutta la crescita del bambino. A partire dai 10-12 anni si può iniziare a introdurre il concetto di Dna, spiegando cosa comporta essere figlio di un donatore.

«Capire che una parte di sé arriva da uno sconosciuto apre nuovi scenari, può dare risposte ma anche alimentare dubbi. C’è chi riesce finalmente a spiegarsi quei tratti fisici che non riconosceva allo specchio. E chi si preoccupa sulla salute del donatore: sarà sano o avrà malattie ereditarie?» continua Kramer. «Anche in questo caso, l’importante è che il genitore sia lì, pronto ad accogliere e affrontare insieme emozioni e timori. Il ragazzo va rassicurato sul fatto che i donatori sono sottoposti a visite e screening genetici, e va spinto ad apprezzare i lati positivi della donazione con frasi come: “Ecco da chi hai preso quegli splendidi occhi chiari!”».

E per evitare quello che gli esperti definiscono “spaesamento genealogico”, cioè un senso di confusione sulla propria identità, è bene ribadire che la genetica è solo una base, una sorta di pietra grezza, su cui ognuno modella la propria personalità, in base a esperienze, stimoli ed educazione. Infine, molti genitori temono che il figlio, soprattutto durante l’adolescenza, possa sentirsi diverso dagli altri. Ma anche qui l’arma migliore è il dialogo.

«Alcune ricerche hanno dimostrato che le narrazioni familiari positive, in cui si descrivono le conquiste e le vittorie dei genitori, sono preziose per costruire l’autostima del ragazzo» concludono le due psicologhe italiane. «La fecondazione eterologa è una di queste: dimostra la capacità degli adulti di chiedere aiuto e di affrontare un percorso difficile, con flessibilità e resilienza. E, se raccontata così, farà sentire il figlio frutto di qualcosa di unico e speciale».