Abbiamo bisogno di nuovi patti familiari

Il lavoro full time si concilia sempre più difficilmente con la vita familiare: ecco perché dovremmo pensare a nuovi modi di intendere il congedo parentale

Quando Rubin Ritter, co-amministratore delegato di Zalando, ha annunciato le sue dimissioni per dedicarsi alla famiglia e permettere a sua moglie di concentrarsi maggiormente sulla carriera, io ho pensato subito ai miei cognati. Il fratello di mio marito e la sua compagna si conobbero a Londra appena ventenni, facevano la maschera nello stesso cinema, uno dei tanti lavoretti con cui sbarcavano il lunario i giovani emigrati italiani. Quando entrai in famiglia, loro avevano 2 figli. E la storia di come li avevano cresciuti era già leggenda. Alla nascita del primo, fu lei, divenuta ostetrica, a prendersi il part-time per seguirlo. Alla nascita del secondo, lo fece lui, libraio. Nel loro caso non erano in ballo carriere strabilianti o patrimoni a sei zeri, ma la sopravvivenza senza parenti né aiuti in una città come Londra, di grandi distanze e grandi costi. Il famoso compromesso che porta migliaia di neomamme a lasciare il lavoro (40.000 in Italia nel 2019) o a prendere il part-time. Con la differenza che i miei cognati, negli anni ’90, fecero la staffetta.

Chi pensa che la scelta di Rubin sia un lusso da imprenditori rampanti o una benevola concessione alla moglie sappia dunque che non è così. D’altra parte, l’invenzione della casalinga a fine ’800, come racconta Silvia Federici in Genere e capitale, è stata un’opera di ingegneria sociale finalizzata ad accompagnare non la carriera della classe dirigente, bensì quella degli operai. Il capitalismo li voleva forti e robusti. Tanto che aumentò il salario degli uomini affinché potessero mantenere una donna che si prendesse cura di loro e che crescesse una generazione di futuri lavoratori altrettanto solidi.

La scelta di Rubin svela una verità che tendiamo a minimizzare per paura di perdere quote di emancipazione: non si può davvero avere tutto, lavoro full-time per entrambi e famiglia. Ce la facciamo in tanti, lo so, ma grazie a una rete di aiuti oppure al prezzo di compromessi nascosti, che scatenano un senso di inadeguatezza in chi invece quei compromessi non vuole e non può farli.  La scelta di Rubin ci dice che è tempo di progettare nuovi patti familiari. Come oltre un secolo fa è stata progettata la casalinga, oggi che la fisicità non è più la principale competenza richiesta nel mondo del lavoro, possiamo immaginare un cronoprogramma di coppia completamente nuovo, che metta sullo stesso piano le ambizioni e i desideri di entrambi.

La scelta di Rubin racconta che ci si può dedicare alla famiglia perché si ha voglia di farlo e perché può essere un progetto avvincente pure quello. Al di là dei titoli di giornale, ciò che lui ha scritto ai suoi dipendenti è che «dopo 11 anni in cui Zalando aveva la priorità, voglio dare alla mia vita una nuova direzione». In queste parole si sentono non i remi in barca, ma una bussola puntata a un nuovo obiettivo, quello di crescere e avviare i figli nel mondo. Un progetto a termine, poco più che una start-up. Dopo il quale aprire un nuovo capitolo della nostra esistenza.

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