Era stato presentato come una piccola rivoluzione sociale, speriamo non abbia i giorni contati. Parliamo del congedo di paternità, istituito nel 2012 e in scadenza a fine 2018. Ora il governo, che ha promesso una serie di misure a sostegno della famiglia, dovrebbe rifinanziarlo. Anche il presidente dell’Inps Tito Boeri lo reputa «uno strumento fondamentale per promuovere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per realizzare l’uguaglianza delle opportunità».

È quindi tempo di bilanci: il provvedimento ha funzionato? Ha risposto a un’esigenza sociale? E, soprattutto, ha segnato un primo punto nella partita verso una nuova mentalità familiare più paritaria?

«Dal 2013 a oggi il 23% dei neopadri ha usufruito del congedo. se lo cancelliamo il passo indietro sarà eclatante: ha dato una spinta a distribuire meglio i carichi genitoriali»

Congedo di paternità: lo usa 1 papà su 4

Il congedo di paternità ha fatto capolino nella Legge Fornero del 2012, che ha istituito “un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, retribuito al 100%”. All’inizio prevedeva 1 giorno, nel 2017 è arrivato a quota 4 (più 1 facoltativo). Secondo l’Inps, si usa sempre di più: nel 2013 l’hanno preso in 49.000, nel 2017 in 107.000 e siamo quindi passati dal 10 al 23%. Ovvero meno di 1 su 4.

«È poco se paragonato alla Finlandia, dove lo sfrutta il 70% dei papà» nota Ilaria Madama, docente di Sistema politico e modello sociale europeo all’università degli Studi di Milano. «Ma da noi è riservato solo a lavoratori del settore privato e assunti a tempo indeterminato. Resta fuori quasi la metà dei padri, dalle partite Iva ai dipendenti pubblici: è questo il problema».

I freni culturali, poi, non mancano. «È una misura poco conosciuta, non tutti sanno di averne diritto» prosegue l’esperta. «Le aziende grandi sono più informate e lo concedono. Le piccole, invece, hanno maggiori difficoltà a rimpiazzare il personale e quindi, anche se è obbligatorio, faticano a darlo. Non dimentichiamo, poi, le remore psicologiche: la cura rimane ancora un dovere femminile».

Il congedo di paternità fa lievitare gli stipendi delle madri

Gli italiani sognano di fare il doppio dei figli (ora sono 1,2 a nucleo) e l’80% degli uomini vuole essere papà in modo attivo. A dirlo è una recente ricerca dell’associazione Piano C.

«Il congedo risponde a un’esigenza delle famiglie: è una misura di sostegno alla genitorialità» spiega Titti Di Salvo, presidente dell’associazione Libertà e diritti, tra le ideatrici di una raccolta firme sul rifinanziamento. «Chiediamo che sia esteso a 10 giorni, come dice anche una direttiva della Commissione europea. Non sono comunque molti, ma rappresentano una spinta in avanti in questo percorso. Se lo cancelliamo, il passo indietro sarà eclatante. Oltre a essere una misura utile, è efficace perché ridistribuire i carichi in famiglia permette alle donne di rientrare prima e meglio al lavoro».

A dimostrare questa tesi ci sono anche parecchi studi. «Secondo una ricerca di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, nei Paesi scandinavi l’occupazione femminile ne ha beneficiato» nota la professoressa Madama. «È salita e sono aumentati del 7% gli stipendi, di solito penalizzati proprio dalla maternità. E non dimentichiamo che in Italia l’incremento del lavoro rosa varrebbe un aumento del 15% del Pil».

«Siamo nel 2018 e la figura maschile non è ancora associata alla cura: film e tv dipingono i padri come eroi o macchiette»

Il congedo di paternità da solo non è sufficiente

Al di là dei numeri, una cosa è certa: il congedo per i papà, da solo, non basta. «Servono altre misure pratiche» spiega Stefano Ciccone, fondatore dell’associazione Maschile Plurale, che lotta contro gli stereotipi di genere. «Come gli asili nidi o i nidi familiari, i bonus baby sitter e un congedo parentale più remunerativo. Ma soprattutto serve una rivoluzione culturale, un cambio di mentalità. Abbiamo intervistato i papà che non hanno usufruito di questa misura e ci hanno spiegato che avrebbe incrinato la loro autorevolezza professionale e la loro immagine di uomini. Siamo nel 2018, eppure la figura maschile non è mai vista come simbolo di cura. Iniziamo a proporre pubblicità, film e libri dove i padri crescono i figli senza essere dipinti come eroi o macchiette. Incentiviamo la formazione e l’assunzione di maestri, educatori, assistenti sociali e infermieri. E non fermiamoci al classico cambio del pannolino: obblighiamo i papà ad accompagnare i bimbi dal medico o alle riunioni di scuola. E invitiamo le mamme a delegare, per responsabilizzare i compagni». 

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Congedo di paternità: come funziona in Italia e all’estero

COME FUNZIONA IN ITALIA
Il congedo di paternità dura 4 giorni (più uno facoltativo), che vanno presi entro i primi 5 mesi del bimbo. È remunerato al 100% dall’Inps. È diverso dal congedo parentale, che invece è un periodo di astensione dal lavoro che può essere preso sia dalle mamme che dai papà: dura 10 mesi in totale (ma ogni genitore può usufruirne al massimo per 6), durante i quali si percepisce solo il 30% dello stipendio.

COME FUNZIONA ALL’ESTERO
Secondo i dati Ocse, sul podio dei Paesi che concedono più giorni di paternità svetta il Giappone, con 52 settimane. In Finlandia i papà possono assentarsi per 9, in Svezia 2 più 480 giorni da dividere con la mamma. Due settimane anche nel Regno Unito e in Francia. In Spagna ne spettano 4 e in Portogallo 5, di cui la metà obbligatorie. In Germania funziona il congedo parentale per entrambi i genitori con stipendio al 70%.

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LA TESTIMONIANZA DI MIRKO, PAPÀ 35ENNE: «ORA SONO PROTAGONISTA, NON SPETTATORE»

Mirko Cafaro, 35 anni, lavora a Bologna, dove si occupa di relazione esterne per il Gruppo Hera: «Non ho mai avuto dubbi sul congedo parentale e l’azienda mi ha concesso questo diritto senza problemi. Ma per riuscire a godermi la bimba ho dovuto mettere insieme più giorni, tra permesso di paternità e ferie. Carlotta è nata il 30 agosto e per una piccola complicazione di salute lei e la mamma sono rimaste in ospedale quasi una settimana.

Con i soli 4 giorni di congedo non avrei potuto neanche accompagnarle a casa, invece così sono riuscito a stare al loro fianco per le prime 3 settimane. Ho creato un rapporto con la piccola, regalandole coccole e imparando a destreggiarmi tra pannolini e tutine. E, soprattutto, ho dato il cambio a mia moglie, permettendole di riposarsi quando voleva. Mi sono davvero reso conto dei nuovi equilibri e di cosa serve a una famiglia per vivere questa avventura, di cui ora sono protagonista, non solo spettatore».