Judy Wajcman: «Impariamo finalmente a perdere tempo»

Quante volte pensiamo che una giornata di 24 ore non basti per lavorare, occuparsi della famiglia, fare sport, uscire con gli amici... Il motivo? Ce lo spiega questa sociologa inglese: «Crediamo che una vita piena sia un simbolo di successo. Ma è solo uno stereotipo. E il coronavirus ce lo sta insegnando»

La prima domanda la rivolge lei a me: «Come state? Sono molto dispiaciuta per quello che vi sta accadendo». Judy Wajcman è in Inghilterra mentre io le parlo via Skype dalla mia casa in Lombardia, la regione italiana maggiormente colpita dal coronavirus. Strade e piazze vuote danno l’impressione che il tempo si sia fermato. Non solo qui. Per la prima volta il mondo intero sta sperimentando una dimensione sospesa.

Judy Wajcman insegna Sociologia alla London School of Economics e il suo ultimo libro si intitola La tirannia del tempo (Treccani): secondo il magazine britannico The Observer, «sfida e demolisce gli stereotipi sull’accelerazione della vita nella società digitale». Ed è da qui che inizia la nostra chiacchierata ora che lo smartworking è presente più che mai nelle nostre esistenze e che, per contrappasso, il nostro tempo è diventato “vuoto” e lentissimo. «In questo libro mi sono focalizzata sui rapporti tra tecnologia e tempo, sul modo in cui lo percepiamo da quando siamo connessi h24 per 7 giorni alla settimana. La cosa interessante è come lo misuriamo: usiamo le app per calcolare quante ore lavoriamo e dormiamo, quanti minuti camminiamo o corriamo. Perché così ci sembra di non sprecare il nostro tempo».

Eppure sembra che non ne abbiamo mai abbastanza. «I motivi sono 2. Da una parte dipende da come è organizzato il mondo del lavoro: ci chiedono di essere sempre efficienti e produttivi, e quindi di dedicare più tempo alla nostra professione. Dall’altra, ed è una dimensione più culturale, dipende da cosa noi ci aspettiamo: una vita molto piena è considerata un modello di successo sociale. Più impegni abbiamo, meglio è».

Chiusi in casa per l’emergenza coronavirus, però, abbiamo più tempo libero che passiamo a navigare sul web o guardare la tv. «Internet è una cosa fantastica, che dà accesso a un sacco di informazioni. Ma è un’arma a doppio taglio: aumenta la sensazione che ti stia perdendo qualcosa. Ti fa sentire come se stessi fallendo perché gli altri fanno più cose di te. Credo che questo spieghi bene il concetto di iperattività».

Ma ora che dobbiamo vivere isolati la Rete ci sta aiutando. «Assolutamente. Non riesco a immaginare cosa avrebbe potuto essere oggi una quarantena se non fossimo stati in grado di lavorare e studiare sul web. Qualcuno dice che lo faremo di più una volta finita l’emergenza, ma non riesco a predire il futuro. Per quanto riguarda la mia esperienza personale, io preferisco l’insegnamento faccia a faccia, perché online è più difficile portare avanti gli argomenti».

«Usiamo la tecnologia per misurare quanto tempo dedichiamo a ogni attività perché così ci sembra di non sprecarlo. Il tempo, però, ha valore se lo condividiamo. Ce ne accorgiamo adesso che siamo chiusi in casa per l’epidemia: ne abbiamo di più, ma non ce lo godiamo perché siamo soli»

Cosa intende nel libro quando dice che viviamo in una società “desincronizzata”? «Negli anni ’50 e ’60 si lavorava tutti lo stesso numero di ore e con gli stessi orari. Oggi lo schema è cambiato: è più complicato, perché il tempo del lavoro non ha più un unico orario. E la pressione maggiore, l’impegno maggiore ricadono sulle madri, che ancora spendono i due terzi del loro tempo nelle faccende domestiche, nonostante ci siano tanti giovani padri che si occupano di più dei figli».

Proprio per questo abbiamo affollato l’agenda dei figli con la scuola, i corsi pomeridiani, lo sport. In questi giorni invece le loro giornate sono piene di tempi morti. «Questo ci fa vedere ancora di più il problema. Con le scuole chiuse alle donne viene chiesto un maggiore impegno. Insomma, chi guarda i bambini ora che c’è il virus?».

E il nostro tempo libero, oggi che non ci possiamo muovere dalle nostre case? «Quando ho fatto ricerche su come impiegavano il tempo i disoccupati, ho scoperto che ciò che più desideravano era passarlo con gli altri. Soffrivano il lunedì, perché durante il weekend potevano stare con amici e familiari. Questo ci insegna che ciò che la gente vuole non è solo più tempo libero, ma tempo libero da trascorrere con altre persone. Insomma, un “tempo sociale”. Adesso stiamo sperimentando l’opposto: abbiamo tanto tempo, ma siamo soli».

Sembra un paradosso. «Lo è, però ci dimostra che il tempo non è un valore individuale. Non è qualcosa che puoi possedere o dare alla gente, non è una merce. Ha valore quando lo condividi con gli altri, se scorre velocemente in senso buono: per esempio, quando ti diverti con gli amici».

Come riappropriarci del nostro tempo? Il digital detox può servire? «No, se non lo condividiamo con gli altri. È il modo in cui ci interessiamo alle cose che ci stanno a cuore che genera un flusso diverso del tempo. Io da bambina passavo ore seduta insieme a mia madre senza far niente. Anche oggi stare con i nostri figli è una dimensione “slow”, che non si può rendere più veloce con la tecnologia. E che non è giusto accelerare».

Ora in libreria e in ebook

La tirannia del tempo (Treccani, traduzione di Daria Restani) di Judy Wajcman sfata alcuni miti, come quello per cui ci sembra di non avere abbastanza ore a disposizione. La ragione? Siamo schiavi di un modello che lega il concetto di successo alla quantità di impegni. Per questo occorre ripensare gli equilibri tra vita privata e lavoro.

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