Fin dove può spingersi la critica a un insegnante?

18 04 2018 di Alex Corlazzoli
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Un genitore deve risarcire un'insegnante per critiche che le aveva mosso 25 anni fa. Ma fino a che punto la famiglia può entrare nel merito del lavoro di un docente? Il fatto è che i genitori partecipano sempre meno alla vita della scuola, ma chiedono sempre di più.

Scuola in tribunale. Di fronte a un docente che non sa fare il suo mestiere, mamme e papà hanno pochi strumenti. Eo se l’incontro tra i due diventa scontro può finire in tribunale. Dopo 25 anni la Cassazione ha pubblicato un’ordinanza che condanna un genitore a risarcire un’insegnante. La vicenda ha inizio nel 1993: durante una riunione alla quale partecipavano altri genitori, l’insegnante, una docente di scuola elementare, era stata definita “un mostro” e comunque “soggetto poco raccomandabile”. Non solo. Nei mesi successivi, il genitore in questione aveva inviato due lettere e un fax alla direttrice dell’istituto con contenuto fortemente critico verso l’operato della maestra. Il caso si era ulteriormente complicato quando l’insegnante era stata sottoposta a visita psichiatrica medico-legale, processata per i reati di maltrattamenti e lesioni personali, interdetta dal pubblico servizio e, infine, trasferita d’ufficio ad altra sede. Al di là della vicenda in sé, ciò che è emerso è l’esistenza di due fronti contrapposti tra i genitori: quelli a favore e quelli contrari ai metodi educativi dell’insegnante. La Corte d’Appello di Firenze, per esempio, aveva ritenuto persino “non diffamatorie” le missive del genitore “pur esprimendo dissenso e disappunto” per i metodi adottati dalla docente. Una scena già vista.

Negli ultimi anni i genitori partecipano sempre meno alla vita della scuola attraverso gli organi collegiali ma chiedono sempre di più. Con il riconoscimento dei disturbi specifici dell’apprendimento e dell’autismo i genitori hanno iniziato a bussare alla porta dell’aula per chiedere una didattica personalizzata, per trovare professionisti all’altezza, per comprendere le diagnosi fatte. Se prima si discuteva con il maestro o il professore di compiti e di voti, oggi si esige da chi sta in cattedra un modello d’insegnamento che sappia tener conto delle differenze che vi sono in classe. I dati del ministero sui Dsa raccontano di una popolazione scolastica che è molto cambiata: grazie all’introduzione della legge 170 del 2010 (con cui la scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti degli alunni con questi disturbi), alla formazione del corpo docente, a una sempre maggiore individuazione dei casi sospetti, oggi si registrano 254 mila casi di Dsa, pari al 2,9% della popolazione scolastica.

Un dato che va confrontato con quello dell’anno precedente, quando il numero dei Dsa si fermava a 187mila, il 2,1% degli alunni. Solo sette anni fa erano lo 0,7% del totale della popolazione scolastica. Numeri che corrispondono a famiglie che chiedono agli insegnanti un approccio didattico diverso da quello tradizionale. Ma quanti sono i docenti che nel frattempo hanno avuto una formazione specifica per affrontare un piano personalizzato per un bambino dislessico o disgrafico? Non è raro il caso in cui mamme e papà “pretendono” dalla scuola strumenti richiesti dai centri di neuropsichiatria senza trovare soddisfazione. In questi anni è inevitabile il corto circuito che si è creato.

Come uscirne? Attraverso un’alleanza e l’abbandono di qualsiasi presunzione. A noi maestri e professori spetta il compito di saper ascoltare maggiormente i genitori, di accogliere i loro consigli come strumenti preziosi, di offrire a mamme e papà la nostra disponibilità alla ricerca di nuovi metodi. Dall’altra parte serve che ogni genitore prenda consapevolezza che l’insegnante è solo di fronte a venti, venticinque storie di vita, una diversa dall’altra e che non sempre lavora in una Scuola che gli offre opportunità per aggiornarsi, formarsi, comprendere le nuove necessità delle famiglie.

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