Che ne è stato del nostro cuore in questi mesi? A Milano, dal 1981, funziona il Centro cardiologico Monzino, il primo ospedale aperto in Europa dedicato esclusivamente alla cura delle malattie cardiovascolari. È molto conosciuto, dentro e fuori Milano, ed è qui che tanti arrivano da tutta Italia per una visita o un ricovero (è convenzionato con la Regione Lombardia e offre prestazioni in regime di Servizio sanitario nazionale). Durante l’emergenza Covid è diventato un hub, un centro di riferimento per altri ospedali lombardi che nel frattempo erano impegnati prevalentemente nella cura dei pazienti Covid.

Al Monzino si fa anche ricerca e con Daniela Trabattoni, responsabile dell’Unità operativa di Cardiologia Invasiva 3 e del Monzino women heart center – struttura dedicata alle donne -, abbiamo fatto un bilancio di questi mesi in cui il cuore di molte persone ha cessato di battere. Anche a causa del coronavirus.

Sembra che durante l’emergenza Covid ci sia stato un numero di infarti superiore alla media anche perché le persone avevano paura di andare in ospedale.

«Sì. I casi sono stati quasi 2 volte e mezzo in più rispetto ai trend normali. I pazienti arrivavano in grande ritardo e con una situazione compromessa. C’era il timore di chiamare un’ambulanza e di entrare in ospedale per paura di contrarre l’infezione da coronavirus».

Si è parlato tanto di polmoni e polmonite, poi si è visto che anche altri organi, fra cui il cuore, potevano essere attaccati dal virus. Questo significa che ci sono stati infarti causati dal Covid?

«Sì, ma va fatta questa distinzione. Molti pazienti sono morti di infarto “con” il Covid, mentre altri pazienti sono morti “per” il Covid. Dopo le prime 2-3 settimane di pandemia abbiamo osservato una alta incidenza di eventi tromboembolici e di trombosi vascolare alle gambe in pazienti risultati positivi. Da qui l’uso dell’eparina per rendere fluido il sangue e sciogliere i trombi. In questo caso la contromisura terapeutica è derivata dall’esperienza sul campo».

Lei ha avuto pazienti uomini e donne: hanno reagito in maniera diversa rispetto alla malattia?

«Le differenze sono sostanziali: il rapporto nei pazienti colpiti da Covid è di 3 a 1 a sfavore degli uomini. Le donne hanno un sistema immunitario più resistente che le protegge dalle infezioni, rispondono meglio ai trattamenti e il decorso della malattia è meno complicato».

La medicina da sempre si basa su studi fatti sull’uomo ma oggi si sa che tra infarto maschile e femminile ci sono delle differenze.

«La principale riguarda i sintomi, che per una donna sono più subdoli, atipici e sfumati: affanno, stanchezza, senso di cattiva digestione, dolore al dorso, sudorazione, tachicardia. È successo che alcune donne, elencandoli al proprio medico, si siano sentite dire che fossero troppo ansiose. Anche riguardo alle cause ci sono delle differenze. Nel caso delle donne incidono molto lo stress e la depressione».

In genere si dice che un uomo è a rischio di infarto a 50 anni. E una donna?

«La donna sotto i 50 anni è più a rischio di un uomo se è stata una fumatrice o è diabetica. Ci sono poi i casi di giovani colpite da infarto anche senza malattia aterosclerotica delle coronarie, e questo a causa di un elevato stress emotivo e fisico. Penso a chi lavora, ha famiglia ed è multitasking. In genere, però, la patologia coronarica arriva più tardi rispetto all’uomo, dopo la menopausa. Il problema è che bisognerebbe fare prevenzione prima di quest’età, ma le donne tendono a trascurarsi, rimandano i controlli, così spesso si interviene quando è troppo tardi».

Non fumare, si raccomanda, e questo vale per proteggere anche il cuore. Ma quasi la metà delle donne, secondo gli ultimi dati, fuma tra le 10 e le 20 sigarette al giorno.

«E rischia più degli uomini perché una donna è più esposta ai danni che la nicotina provoca su vasi e arterie. L’effetto si triplica e chi fuma 5 sigarette deve calcolare che è come se ne fumasse 15».

Il messaggio è chiaro: il cuore delle donne non va trascurato. E bisogna occuparsene per tempo, anche quando non ci sono sintomi d’allarme.

La prevenzione è il primo passo

Daniela Trabattoni è responsabile del Monzino women heart center che ha messo a punto un check-up per le donne (cardiologicomonzino.it). In Italia l’infarto e le malattie cardiovascolari sono la causa di mortalità più comune nella donna: circa il 43% di tutti i decessi, contro il 35% degli uomini, causando 123.000 vittime l’anno. Quanto alle cure, le donne si trascurano: «Uno studio dell’American heart association, condotto sulle dimesse dalle Unità coronariche dopo un infarto miocardico, ha rivelato che l’adesione alla terapia, una volta uscite dall’ospedale era molto bassa e il farmaco veniva spesso sospeso. Questo può avvenire anche per un’altra ragione e cioè il dosaggio. Le linee guida indicano 80 mg di statina da prescrivere dopo un infarto, ma la differenza in body mass index tra uomini e donne può indurre effetti collaterali anche intollerabili». Per questo serve personalizzare le cure e tenere conto delle differenze di genere.

L’équipe di medici e ricercatori del Monzino dedicata alla prevenzione
e alla ricerca delle malattie cardiovascolari nella donna. Al centro, Daniela Trabattoni.