Non trascurate i segnali di un marito violento

09 03 2018 di Monica Serra
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Si sono conosciuti e innamorati al teatro Carcano di Milano. Ma lei non riusciva a chiudere la relazione con il padre delle sue bimbe. Che, con un gesto estremo, l’ha uccisa. Oggi Salvatore Manganaro ripercorre quei momenti di 2 anni fa. «Micaela provava a lasciare il compagno, lui minacciava il suicidio. Scenate, piatti rotti, lettere disperate: la teneva in pugno così»

«Michi era una donna fortissima, faceva mille cose, era realizzata nel lavoro e nella vita, ma in casa indossava un’altra veste, diventava fragile. Il suo rapporto con lui era malato. Da 6 anni c’erano problemi eppure non riusciva a lasciarlo. Ogni volta che provava ad andare via, lui minacciava il suicidio, faceva scenate, diceva che non le avrebbe più fatto vedere le figlie». Salvatore Manganaro, 52 anni, direttore tecnico del Teatro Carcano di Milano, era il nuovo compagno di Micaela Masella, responsabile eventi della scuola di danza del teatro. Si amavano e stavano per andare a vivere insieme quando, la mattina del 12 giugno del 2016, «lui» gliel’ha portata via. In un’ora e mezza di intervista Salvatore non lo chiama mai per nome. L’ex compagno della sua fidanzata, Giuseppe Pellicanò, ha manomesso i tubi del gas provocando un’esplosione che ha sventrato l’appartamento in cui abitavano, in un palazzo di via Brioschi, uccidendo Micaela, una coppia di vicini marchigiani, e rischiando di ammazzare le loro figlie, che oggi hanno 13 e 9 anni. Le ragazzine portano addosso i segni della tragedia: la piccola «ha parte del corpo sfregiato dalle cicatrici».

«È pericoloso, tenetelo lontano dalle bambine»

Tragedie come quella di Micaela, sono ormai all’ordine del giorno. L’ultima è accaduta a Cisterna di Latina: il carabiniere Luigi Capasso ha sparato 3 colpi di pistola contro la moglie Antonietta Gargiulo, ferendola gravemente. Poi ha ucciso le due figlie di 7 e 12 anni e si è tolto la vita. Lei aveva lanciato un urlo di dolore inascoltato: «È pericoloso, tenetelo lontano dalle bambine». Dieci giorni prima, a Rende, nel Cosentino, Salvatore Giordano ha ucciso la moglie Francesca Vilardi e i 2 figli di 29 e 26 anni a coltellate, per poi farla finita con un colpo di pistola. E il copione si ripete, come mostrano i dati. Per l’Istat, il numero di donne uccise da un uomo a cui erano legate da un rapporto affettivo non diminuisce. Nel 2016 sono state 120, nel 2017 la media è di 1 vittima ogni 3 giorni. Ad accomunare queste storie ci sono incomprensioni, tensioni familiari, il desiderio di separarsi, l’affidamento dei figli. Per Eurispes, almeno in un quarto dei casi censiti dietro ci sono abusi pregressi, molti dei quali noti a persone esterne alla coppia. Le principali forme di violenza sono quella fisica, quella psicologica e lo stalking. Più del 40% di queste vittime aveva denunciato l’autore, senza ottenere una protezione idonea a salvarle la vita. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, 1 volta su 4 le denunce presentate dalla donna contro un uomo vengono archiviate. E, se si arriva al processo, le percentuali di assoluzione variano, passando dal 12% di Trento al 43% di Caltanissetta.

«Era certa che non gli avrebbe fatto del male»

Micaela Masella non aveva mai denunciato Giuseppe. Si era rivolta alla polizia solo per il danneggiamento dell’auto di Salvatore che, a una settimana dall’esplosione, era stata riempita di insulti con una bomboletta. Micaela era certa che non le avrebbe mai fatto del male. Lo ripeteva a Salvatore dopo le scenate, le lettere disperate, i piatti rotti e quei finti tentativi di suicidio, col coltello puntato alla gola in cucina. «Forse la teneva in pugno così. Solo col tempo ho scoperto che un ex di Michi si era tolto la vita quando lei l’aveva lasciato: non avrebbe retto questo dolore la seconda volta. Mi chiedeva: “Aiutami ad aiutarlo”, voleva dargli il tempo di accettare la fine della loro storia e l’inizio della nostra». E, per uscire dal loro «rapporto malato», tutta la famiglia si era rivolta a una psicologa che avrebbe dovuto mediare la separazione per il bene delle bambine, con cui il papà aveva «un rapporto morboso e un’eccessiva apprensione». Neanche lei era riuscita a leggere i “segnali” e a mettere Micaela in guardia. Salvatore ricorda: «Non l’ho mai incontrato prima dell’esplosione. Dopo, l’ho visto una sola volta, nella gabbia dell’aula del tribunale che lo ha condannato all’ergastolo. Non lo odio, non servirebbe. Michi non c’è più, non torna indietro. Provare a rimettermi in piedi all’inizio sembrava impossibile». Piano piano ci è riuscito, partendo dal lavoro, producendo spettacoli come Femminicidio in corso d’opera, che vogliono combattere «la cultura della violenza, dell’amore come sofferenza, come ricatto, che in Italia è un problema più grande delle leggi e delle tutele che mancano. È solo un granello di sabbia, ma granello dopo granello si alza un muro. Lo dovevo a Michi, a mia figlia, alle bambine, con cui ho un rapporto meraviglioso». Le ragazzine sono state affidate ai nonni materni, ma Salvatore c’è sempre: fanno lunghe passeggiate, parlano della mamma e del futuro, la scorsa estate sono andati in vacanza a Venezia. Se oggi potesse incontrare Giuseppe, Salvatore gli direbbe solo questo: «Non sarò mai il padre delle tue bimbe. Ma farò l’impossibile perché abbiano la vita che meritano».

I numeri

25 % Le denunce di violenze archiviate. 7 milioni Le donne che hanno subìto abusi in Italia nella vita. 1.251 Le vittime di femminicidio negli ultimi 10 anni (Fonte: Istat).

Perché denunciare non basta

«Ogni volta che una donna denuncia un maltrattamento, l’atto viene trasmesso alla procura che avvia le indagini» dice Rita Fabretti, funzionario della sezione Reati a danno di minori e violenze sessuali della Questura di Milano. «Ma per arrivare a una condanna o a un arresto, nel caso di maltrattamenti o stalking, serve dimostrare il ripetersi delle violenze attraverso referti medici o testimonianze». Le indagini posso durare anche 6 mesi, prorogabili. «La legge le impone perché deve bilanciare il diritto della presunta vittima e quello del presunto aggressore». In caso di flagranza di reato, può scattare invece l’arresto.

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