Insulti sui social: gli haters in Rete si combattono così

06 03 2017 di Cristina Sarto
Credits: Giacomo Bagnara

Motivi politici, religiosi, razziali. Ma non solo: gli insulti sui social si scatenano su qualsiasi tema. E si moltiplicano gli “hate speech”, che diffondono notizie false per alimentare la violenza. Un fenomeno che in tanti si stanno impegnando a fermare. Come dimostrano queste iniziative

Dalla politica alla cronaca, l’odio sul web è diventato l’emergenza n° 1 sui social netwok.

Ogni giorno su Facebook ci sono episodi di violenza, discriminazione, notizie false che dobbiamo imparare a riconoscere». È un mondo libero dall’odio quello che il fondatore del social network Mark Zuckerberg ha annunciato di voler costruire in un lungo post sulla sua fan page. Lo stesso mondo a cui aspira il 70% dei navigatori del web (secondo un’indagine Swg), che si dichiara stanco dell’ostilità che avvelena i social media, il cosiddetto “hate speech”.

«La spinta a denigrare l’altro esiste da sempre» dice Giovanni Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’università Statale di Milano. «Oggi, però, non si aggredisce più solo per motivi politici, religiosi o razziali, ma anche per cose banali come l’elezione di miss Italia. Siamo tutti potenziali vittime: la Rete amplifica e veicola la violenza verbale a fasce più ampie di individui. E la rende persistente: una campagna di odio online resta per sempre, pronta a riemergere quando l’evento torna di attualità». È il momento di dire basta, e queste iniziative provano a farlo.

Il codice di condotta europeo

Twitter, pochi giorni fa, ha promesso di rimuovere gli account abusivi e i tweet bufala. E Facebook ha attivato il “fact checking” per lo stesso scopo. Ma è dallo scorso maggio che l’Unione europea ha varato un codice di condotta che obbliga i big dell’information technology a rimuovere nel giro di 24 ore i contenuti che incitano all’odio. In 6 mesi, però, le denunce sono state solo 600 e i contenuti censurati 180. «Il problema è duplice» spiega Giovanni Ziccardi, autore del libro L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in Rete (Cortina Editore). «Non si possono obbligare le media company ad assumere personale che controlli i post e allo stesso tempo gli algoritmi e i sistemi di riconoscimento semantico dell’odio non sono ancora evoluti a sufficienza. Per questo, oltre alle leggi che condannano l’hate speech nel rispetto della libertà di espressione, serve l’educazione civica digitale. Bisogna insegnare a usare Internet in modo responsabile, a partire dalle scuole elementari, visto che i bambini ricevono il primo smartphone intorno ai 7 anni e mezzo».

La campagna contro le bufale online

Un esempio di fake news, un’informazione costruita apposta per incendiare il dibattito in Rete? Il governo avrebbe mentito sulla magnitudo dell’ultimo terremoto in Centro Italia per non pagare i danni. La falsa notizia è rimbalzata da una tastiera all’altra grazie a chi condivide i post senza preoccuparsi della verità: l’11% dei giovani tra i 20 e i 34 anni, stando a un’indagine dell’Istituto Toniolo. «In questo modo si è fomentata l’ostilità nei confronti delle istituzioni, sulla pelle della popolazione già sconvolta» ha denunciato la presidente della Camera Laura Boldrini, che ha lanciato la campagna Bastabufale.it per invitare tutti a un maggiore senso critico: in 10 giorni sono già state raccolte 10.000 firme. Intanto è appena stata depositata una proposta di legge in Parlamento per sanzionare con multe fino a 10.000 euro e reclusione fino a 2 anni i responsabili della disinformazione.

L'ultima vittima: Bebe Vio

La campionessa paralimpica di scherma Bebe Vio è l’ultima vittima: ha denunciato (e fatto rimuovere) un gruppo Facebook che incitava a usare violenza contro di lei.

La lotta alle “echo chamber”

Ideata da 29 studenti dell’università di Cagliari e arrivata terza al concorso “Peer2Peer: Facebook digital global challenge”, React è una campagna di contrasto all’estremismo su Internet (react2016.org). Dice Giulia Marogna, una delle creatrici del progetto: «I ragazzi odiano gli immigrati sulla base di notizie fake: rubano il lavoro, non pagano il biglietto dell’autobus, sono criminali. Come sia possibile credere a queste falsità lo abbiamo capito girando le scuole superiori: gli adolescenti si chiudono in gruppi di pochi amici nei quali i luoghi comuni diventano verità». Lo stesso vale per le “echo chamber” del web, bolle di contatti in cui tutti la pensano allo stesso modo e vince l’effetto branco: più uno alza i toni, più gli altri lo applaudono. «Per scardinare questo meccanismo abbiamo creato un sito web con un’informazione mirata» conclude Luciana Ganga di React. «Ci sono  video che invitano a riflettere sui pregiudizi e articoli brevi che cancellano le false credenze attraverso dati e statistiche».

Il tour che dice no al cyberbullismo

Che differenza c’è tra un adolescente che ricatta l’ex fidanzatina con un video hard e un malvivente che chiede il pizzo a un commerciante? «Nessuna, eppure le famiglie sottovalutano ancora il cyberbullismo» dice Marco Valerio Cervellini, responsabile dei Progetti educativi della polizia Postale e delle Telecomunicazioni. È lui la mente di “Una vita da social”, la campagna di educazione che ha coinvolto oltre 1 milione di studenti, 100.000 genitori e 60.000 insegnanti. Il 5 febbraio l’aula itinerante ha ripreso a girare l’Italia per spiegare quanto male può fare un post sbagliato. «Ci sono bambini che già a 8 anni si accaniscono su un compagno, convinti che sia solo un gioco. I ragazzi dai 13 ai 17, invece, lo fanno apposta per ferire» racconta Cervellini. «Mentre le teenager prendono di mira le coetanee più corteggiate o meglio vestite. Noi mostriamo i filmati delle vittime e lanciamo un messaggio: chi chiede aiuto non è un infame, ma un eroe che vuole salvare se stesso e gli altri. Qualcuno si commuove di nascosto, altri chiedono scusa. E dopo il nostro passaggio, le denunce aumentano».

Il manifesto di Parole O_Stili

Firmato da 300 professionisti dell’informazione, il “Manifesto della comunicazione non ostile” è un vademecum contro l’odio sul web che si può sottoscrivere sul sito www.paroleostili.com. Ecco i punti principali.

Virtuale è reale. Dietro ciò che posti, ci sei tu. Se insulti chi non la pensa come te, fai la figura dell’intollerante.

Le parole hanno conseguenze. Ciò che dici può essere un’arma o una carezza. Sta a te scegliere se ferire l’altro o rassicurarlo. Condividere è una responsabilità. Quando rilanci un post ne aumenti la visibilità. Accertati che sia vero e non alimenti l’odio.

Le persone si devono rispettare. Se qualcuno ha un’opinione diversa dalla tua, puoi dirgli che non sei d’accordo, ma senza offenderlo. Gli insulti non sono argomenti. Non usarli e rifiutali anche quando sono a favore della tua tesi.

Anche il silenzio comunica. Non è detto che si debba avere un’opinione su tutto. Se scegli di tacere su un post, dici molte cose.

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