Un altro provvedimento contro l’eccessiva magrezza delle ragazze in passerella: questa volta è proprio Parigi a prendere posizione, una delle capitali della moda internazionale. È entrata in vigore, infatti, la legge formulata nel 2015 dall’esecutivo dell’ex presidente F. Hollande come emendamento alla riforma della sanità. Secondo le nuove indicazioni, infatti, le agenzie che si occupano del casting delle modelle non potranno assumere ragazze il cui indice di massa corporea (o IMC, ovvero il rapporto tra altezza e peso) sia al di sotto di un determinato limite.

La proposta iniziale di Olivier Veran, il deputato socialista che ha presentato l’emendamento, era che il limite per l’IMC fosse 18 (una modella di 1,75 cm dovrebbe perciò pesare almeno 55 chili), ma è stata in seguito abbandonata per via delle pressioni dell’industria della moda. In ogni caso, le agenzie e i marchi che non rispetteranno le nuove regole possono rischiare fino a 75000 euro di multa e 6 mesi di prigione: la Francia si allinea così all’Italia, alla Spagna e a Israele, Paesi che hanno preso nel recente passato proveddimenti simili. 

Le immagini passate al Photoshop, inoltre, dovranno essere espressamente contrassegnate come “ritoccate”, in modo da aiutare il pubblico, soprattutto quello più giovane, a riconoscere e valutare di conseguenza idealtipi di corpo femminile al limite dell’irreale. Per ora, le nuove normative non si applicheranno alla moda maschile, dove pure la questione, in particolare negli ultimi periodi, è stata molto dibattuta né ai giornali del settore: per gli editoriali, infatti, i magazine francesi potranno continuare a utilizzare le ragazze che rintengono più idonee. 

Il caso: “troppo grassa” per Louis Vuitton

L’ultimo caso risale a pochi giorni fa: Ulrikke Hoyer, una modella danese che ha sfilato per molti grandi marchi, ha pubblicato su Facebook un triste (e dettagliato) resoconto della sua esperienza con Louis Vuitton a Tokyo, dove lo scorso 13 maggio era previsto che sfilasse per la collezione Resort 2018. La modella ventenne ha infatti raccontato di aver “superato” il rigido casting dell’agenzia di Ashley Brokaw, una delle top casting director dell’industria, tenutisi a Parigi qualche giorno prima del trasferimento in Giappone. Il suo “look” era stato approvato, sebbene fosse due centimetri sopra il girovita richiesto, che è di 90. Una volta arrivata a Tokyo, però, e nonostante nel frattempo il suo girovita fosse diminuito di mezzo centimetro, Hoyer si è vista cancellare la propria partecipazione alla sfilata senza troppe spiegazioni.

Delle necessarie note a margine utili per comprendere meglio l’accaduto: non è affatto strano che una modella (o meglio, il suo look) vengano cancellati all’ultimo minuto, succede molto spesso e per i motivi più disparati, dal cambio dell’ordine di uscita dei vestiti all’impossibilità di modificare gli abiti danneggiati, in particolar modo se si sfila lontano dall’atelier come nel caso di Vuitton a Tokyo. La lamentela di Hoyer era piuttosto indirizzata al modo in cui è stata trattata dalle persone interne all’agenzia: secondo quanto scrive, infatti, una delle manager le avrebbe intimato di non ingerire cibo nelle 24 ore prima della sfilata, per poi cancellarla dall’evento senza mai darle una spiegazione di persona ma comunicando esclusivamente con il suo agente via mail.

Ne è scaturita una discussione via social e se l’agenzia Brokaw si è affrettata a smentire la versione della ragazza, in molti ci hanno riconosciuto gli estremi di un comportamento piuttosto sdoganato nel settore. Solo qualche mese fa, si era parlato molto di un incidente successo a Parigi durante un casting per la sfilata di Balenciaga. Secondo quanto raccontato dal casting director James Scully a Business of Fashion, gli agenti Maida Gregori Boina e Rami Fernandes, anche loro molto conosciuti nell’ambiente, avrebbero chiuso a chiave le ragazze in un sottoscala per andare a pranzo, lasciandole lì senza la possibilità di uscire per almeno un paio d’ore. 

Partiamo dall’inizio: perché le modelle sono così magre?

Se iniziative come quella delle legge francese sono in massima parte condivisibili almeno nelle intenzioni, è fondamentale chiedersi, per un corretto ragionamento sul tema, come mai l’idealtipo di donna cui la moda sembra essere così affezionata si traduce in un modello che la maggior parte delle persone, al di fuori del settore, non esitano a bannare come “malato”. Perché negli anni, insomma, abbiamo iniziato a vedere sulle passerelle ragazze sempre più giovani e sempre più magre? I motivi sono molteplici: tanto per cominciare, le indossatrici di oggi, dirette discendenti della modella d’artista e, in quanto tali, incarnazioni reali di un ideale astratto di perfezione del corpo, rappresentano il canone di bellezza preponderante nella nostra società.

Un unico modello di bellezza

Inutile nascondersi dietro a un dito: nella nostra epoca più che in quelle passate, la magrezza è stata per lungo tempo considerata un fattore di bellezza essenziale, per ragioni che sono sia antropologiche che sociologiche. Basti pensare all’ossessione per il cibo sano, per le diete e per gli allenamenti intensivi, che dalla top “in forma” degli anni Novanta (come Naomi Campbell o Cindy Crawford, percepite come più in salute) si è evoluta nello stuolo di ragazze magrissime degli ultimi vent’anni, di cui il grande pubblico raramente ha imparato i nomi. Le carriere delle modelle sono diventate sempre più brevi e spesso i loro volti, nonostante fossero quelli delle pubblicità, hanno faticato a sfondare il muro della cultura popolare, almeno fino all’arrivo dei fenomeni Instagram come Gigi Hadid e Kendall Jenner.

C’è poi un fattore economico: le modelle hanno iniziato a essere sempre più magre in concomitanza con l’esplosione del mercato asiatico nei primi anni Duemila, quando gli stilisti occidentali si sono trovati a elaborare un modello di donna “europeo” ma nelle taglie delle più minute donne asiatiche. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che la moda è innanzitutto business: secondo le stime di Camera della moda, tanto per fare un esempio, il fatturato 2016 del comparto italiano moda-accessori-gioielli è stato di 83,6 miliardi di euro, in crescita dell’1,4% rispetto al periodo precedente. E questo business si basa su un’unica cosa: l’immagine di bellezza che riesce a vendere.

L’affermarsi delle “bellezze alternative”

Negli ultimi anni, quell’ideale monolitico e irrealistico è stato messo fortemente in discussione e si sta facendo un gran lavoro per allargare e sponsorizzare le bellezze “alternative”, la cui rappresentazione nei media è sempre stata bassissima se non addirittura inesistente. Per fortuna, ci si è accorti che la bellezza è molteplice, e può esprimersi in una praticamente infinita varietà di forme e colori. Anche qui, le ragioni sono tante: centrano l’affermarsi di celebrity distanti dall’idealtipo della donna magra (da Beyoncé a Lena Dunham passando per Kim Kardashian) e centrano soprattutto le rivendicazioni politiche di alcune grandi minoranze etniche, come quelle degli afroamericani in America, che hanno alimentato la discussione pubblica intorno alla rappresentazione della bellezza femminile e l’appropriazione culturale, spostando di fatto “l’asticella del bello” in altre, nuove direzioni. Senza dimenticare, poi, che tutte queste fasce di popolazione (le minoranze etniche così come tutte le taglie che non vanno dalla 38 alla 44) rappresentano di fatto potenziali clienti non ancora soddisfatti dall’offerta di mercato esistente: non è un caso, allora, che i marchi ci si siano buttati a capofitto.

Per tutti questi motivi le campagne pubblicitarie che vediamo oggi hanno iniziato a coinvolgere sempre più ragazze nere, ispaniche, musulmane e di diverse taglie: il prototipo della donna bianca alta e magra parla solo a una parte del mondo e non è affatto universale. Le passerelle che vediamo durante le varie settimane della moda, però, rimangono perlopiù legate a quell’ideale di donna caucasica, sebbene alcuni marchi, in queste ultime stagioni, stiano lavorando per diversificare il casting e sebbene alcune modelle – fastidiosamente definite curvy – siano ormai famose quanto le loro colleghe più magre (vedi il caso Ashley Graham).

In foto: la campagna di Gucci per la collezione Pre Fall 2017, con solo modelle e modelli neri


Leggi come quella francese sono davvero utili?

Ritornando alla questione del corpo, come ha scritto Hadley Freeman sul Guardian ai tempi della proposta di legge del governo Hollande, aspettarsi che una legge risolva il problema dei disturbi alimentari fra i giovani è quantomeno semplicistico. La giornalista sottolineava infatti come il problema della magrezza sia solo una parte di un problema ben più ampio, ovvero di come ancora nella nostra società le donne vengano giudicate perlopiù dal loro aspetto fisico. Difficile darle torto a distanza di due anni, soprattutto se guardiamo all’annoso dibattito che circonda la parola “curvy”, un canone estetico che molto spesso viene accusato di proporre dei modelli di corpo altrettanto dannosi.

Più in generale, tanto l’industria della moda quanto i media, da quelli tradizionali a quelli specializzati (i femminili come Donna Moderna, per intenderci, e le riviste più orientate al glamour) stanno attraversando una difficile fase di ripensamento di se stessi, durante la quale dovranno tenere conto degli spostamenti dell’opinione pubblica rispetto a certi temi, come abbiamo accennato. Dal canto suo, la moda deve continuare a fare vestiti e a offrire una versione aspirazionale della realtà, certo: se riuscisse a lasciarsi alle spalle certi stereotipi da Il diavolo veste Prada e ad assicurare a tutti i giovani che ci lavorano un ambiente più sano e sicuro, beh, sarebbe un bel passo in avanti. Così come non sarebbe male insegnare alle ragazze e ai ragazzi che guardano alle celebrity o alle modelle su Instagram come costruire la propria autostima e interpretare correttamente i mille stimoli (e immagini) che questa epoca offre loro: una sfida non semplice, tuttora aperta.