Volley Pordenone Lara Lugli
La pallavolista Lara Lugli

È giusto licenziare un’atleta incinta?

Lara Lugli a marzo 2019 comunica al Volley Pordenone, con cui gioca in B1, di essere incinta. Come da prassi diffusa, il contratto si interrompe. Quando lei (che intanto ha un aborto spontaneo) chiede il pagamento dello stipendio di febbraio, la società la cita per danni. Leggi l'opinione di Michela Murgia

La vicenda della pallavolista Lara Lugli ha avuto il merito di far scoprire all’opinione pubblica, oltre al gender gap nello sport, anche l’assurdità dell’esistenza del lavoro sportivo spacciato per dilettantismo. La maggior parte degli sport è stata infatti considerata (e dunque regolata) come un hobby. Si può essere assunti come professionisti esclusivamente nel calcio, nella pallacanestro, nel pugilato, nel golf, nel ciclismo e nel motociclismo, ma solo se si è maschi.

Per le donne il professionismo non esiste in alcuna disciplina e non ha alcuna importanza quante medaglie d’oro o campionati vincano. Se vi ha sempre incuriosito il fatto che le atlete ai più alti livelli olimpici indossassero una divisa militare, ora sapete il motivo: era l’unico modo per essere inquadrate come lavoratrici. Tutte le altre non hanno avuto diritti di alcun genere: niente ferie riconosciute, niente indennità di malattia e ovviamente, come ha dimostrato la vicenda Lugli, nessuna copertura in caso di gravidanza. È legale? La risposta è sì, perché la legislazione sportiva è assurdamente autonoma e non è possibile obbligare dall’esterno le federazioni a modificarla. È possibile però, come in tutte le ingiustizie, protestare per costringere a nuove decisioni chi per volontà propria non le prenderebbe mai. Le atlete fanno questa lotta da anni in un silenzio sociale impressionante e senza nessuna solidarietà da parte dei colleghi, ma il caso Lugli potrebbe essere l’occasione per scuotere il sistema e far cessare la loro discriminazione.

Nel discorso si inserisce però un tema diverso, che è quello della clausola di risoluzione del contratto in caso di gravidanza. Questa clausola, che moltissime donne hanno visto e continuano a vedere sui loro contratti di collaborazione anche quando fanno lavori per i quali la gravidanza non rappresenterebbe certo un impedimento, è quasi sempre discriminatoria, tranne in ambiti come quello atletico. Anche quando le discipline sportive prevederanno il professionismo femminile, resta infatti evidente che la gestazione non è un processo fisico che si può svolgere contemporaneamente a un’attività agonistica, né del resto a una stagione di balletto, a un lancio nello spazio o alla produzione di un film dove non è previsto dal copione che la protagonista appaia in scena incinta.

Se la prestazione fisica è il motivo per cui vieni ingaggiata, è sensato che il contratto si risolva quando quella prestazione non può svolgersi. Non è eretico dire che in alcuni casi quella cessazione può comportare anche danni oggettivi ai contesti professionali che avevano investito contando su quella presenza attiva, perché la gravidanza, al contrario della malattia, non è un evento incontrollabile. L’ingiustizia non la commette chi ti chiede di garantire quello per cui hai firmato, ma chi pretende da te rinunce da professionista mentre continua a ripeterti che non ti spetta nulla, perché sei una dilettante.

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