Lavoro a maglia, yoga per la mente

17 01 2020 di Myriam De Filippi
Credits: Getty Images

«Lavorare a maglia è uno yoga per la mente, ma anche uno strumento di emancipazione» dice l'economista Loretta Napoleoni che ha scritto "Sul filo di lana" un saggio-memoir dove mescola i ricordi dell’infanzia con la storia del tricot

«Lavorare a maglia è un rituale di iniziazione, una fonte di guarigione, uno strumento del potere femminile. Ed è straordinariamente cool». A posizionare il tricot nell’Olimpo delle attività è Loretta Napoleoni: sì proprio lei, la saggista nota nel mondo per i suoi studi sui rapporti tra economia e terrorismo. Il perché ce lo spiega in una chiacchierata che, proprio come lo sferruzzare, si snoda idealmente tra vari continenti.

«Sono in Indonesia» dice. «Sto per andare in India, dopo aver dovuto vendere la casa in America e affittare quella a Londra, perché sono stata colpita da una catastrofe personale quando mio marito haportato la nostra famiglia sull’orlo della rovina. Il lavorare a maglia, e dedicargli un libro, mi ha salvata». E così, in "Sul filo di lana" (Mondadori), come in un’armonica alternanza di diritto e di rovescio, unisce momenti intimi della sua storia di donna ad altri forse poco noti, ma cruciali, della storia dell’umanità.

«Avevo 6 o 7 anni quando ho iniziato a prendere in mano i ferri sotto la guida di mia nonna» esordisce. «Mi sono emozionata perché avevo intuito che era un momento di passaggio lungo il percorso per diventare adulta. Ricordo i pomeriggi al mare sotto l’ombrellone a sferruzzare con mia madre e mia zia. I momenti più intensi, però, erano quelli con la nonna che mi raccontava come aveva conosciuto il nonno: aveva preparato dei calzettoni per il fratello al fronte, ma lui era morto in guerra e così li aveva indossati un commilitone che, alla fine del conflitto, venne a ringraziare e restituirli. Lei lo conosceva solo tramite le lettere del fratello: si era innamorata di lui sferruzzando i calzettoni, lui si era innamorato di lei indossandoli». La maglia è gesto d’affetto e invito alla saggezza. «La nonna mi ammoniva: gli errori vanno affrontati e risolti subito altrimenti diventeranno ancora più evidenti man mano che procedi. Poi, per rimediare, dovrai disfare molti più punti. Io vedevo i problemi del mio matrimonio, ma non ho avuto il coraggio di una brava magliaia: ho aspettato tanto a disfare tutto».

Lungo le pagine si dipana anche una storia del lavoro a maglia. Ha come antenata una tecnica per fare le reti adottata dai pescatori danesi agli albori della storia, passa dagli antichi egizi, arriva alle calze di seta fatte coni ferri immortalate nei ritratti di Enrico VIII e procede, un punto dopo l’altro, attra-verso secoli e continenti. «La maglia è strettamente connessa al contributo femminile al progresso. La guerra di indipendenza americana fu una delle tante combattute dalle donne: il loro apporto di fatto non veniva riconosciuto, ma sferruzzavano per soldati, feriti e rifugiati proprio come fece mia nonna durante la prima guerra mondiale. Nella seconda guerra mondiale vennero utilizzate le magliaie come spie: lavoravano maglioni con filati pieni di nodi capaci di contenere messaggi segreti. Più avanti, per gli hippie realizzarsi da soli gli abiti era una presa di posizione contro il capitalismo». E proprio in quell’epoca, nel 1971, la 17ennne Loretta si trova per la prima volta a Londra, a vagare estasiata tra King’s Road e Carnaby street in un “pellegrinaggio della maglia”: «Allora, senza smartphone, non si poteva entrare in un negozio e scattare la foto di ciò che si sarebbe desiderato comprare. Studiavo i punti dei gilet che mi piacevano, me li ripetevo mentalmente, li trascrivevo su un taccuino per poi realizzarli».

Tricottare permette di avere capi che altrimenti non potresti permetterti e promuove la diversity and inclusion. «Un uomo che lavora a maglia non è comune come uno che cucina, ma questa attività trascende genere, razza e status sociale, ci insegna ad accettare la diversità degli altri» conferma l’economista, che non molla i ferri neanche nei viaggi intercontinentali. «In aereo si possono portare solo quelli corti, ora sto facendo un berretto». E le sue mani sferruzzanti non restano un fenomeno isolato. «Sempre più persone, tanti giovani, vogliono (re)imparare a usare i ferri» nota Napoleoni. «Crescono i tutorial online e i corsi dal vivo perché fare maglia in gruppo ha un forte potere aggregante».

Lungo fili di lana colorata corrono l’empowerment femminile e nuove rivoluzioni: nel 2017 le dimostranti alla Marcia delle donne a Washington indossavano berretti con orecchie di gatto rosa fatti ai ferri. E con 3.200 chilometri di filo, pari alla lunghezza del muro che si vorrebbe costruire tra Usa e Messico, gli appassionati di maglia sono stati invitati a realizzare coperte per gli immigrati. «Forse dovrei avvicinarmi ai giovani che, guidati da Greta Thunberg, protestano contro il cambiamento climatico. Potrei insegnare loro a esprimere la protesta con ferri e gomitoli come, probabilmente, avrebbe fatto mia nonna».

Fare la maglia sprigiona l’energia della ribellione, ma anche il piacere della serenità. «Aiuta a superare le fasi buie, è uno yoga per la mente, un mantra che recitiamo un punto alla volta». Ed è un ponte, oltre che tra epoche, tra generazioni. «L’illustratrice che ha disegnato le immagini del volume» dice Napoleoni «ha accettato il lavoro perché ha sferruzzato il corredo della bimba che portava in grembo mentre assisteva la mamma: era malata di cancro in fase terminale ma è riuscita a svelarle i trucchi di quest’arte».

Tricottare può aiutare tutti a riannodare i fili della nostra esistenza. Non a caso lei ha dedicato il libro a Julian, il figlio minore 26enne che l’ha sostenuta molto in questo periodo così tormentato. Lui è «il ferro» rivela la Loretta mamma «con cui ho ripreso le maglie della mia vita».

Riproduzione riservata