Dalla scienziata Fabiola Gianotti alla fortissima Bebe Vio, dalla ginecologa Adele Teodoro alla ranger Alessandra Laricchia, passando per le altre sportive d’acciaio, come Michela Cerruti, Nives Meroi e Irma Testa: sono le nostre Donne come noi, le protagoniste del libro che la redazione di Donna Moderna ha scritto per festeggiare i trent’anni del giornale, sono un campionario di storie incredibili. Vi faranno emozionare, riflettere, prima arrabbiare e poi sperare di nuovo: qui ne abbiamo raccolte alcune, le altre le trovate nel libro.

TIZIANA FABI/AFP/Getty Images
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Beatrice Maria (Bebe) Vio

Una mocciosa di due anni con la zazzera bionda s’impunta in cima a una scala: vuole portare giù da sola una valigia pesantissima. «Faccio quello che voglio», dice a mamma Teresa. Lo farà davvero: in quell’istantanea nella casa di Mogliano Veneto e negli anni che verranno. Anche quando il destino compie una giravolta malefica: è il 20 novembre 2008 e Bebe Vio, undici anni appena, s’ammala di una meningite cattivissima, letale nel 10-15 per cento dei casi. Dopo tre mesi, a causa di un’infezione, le vengono amputati gambe e avambracci. «Fatemi uscire da qui, devo andare all’Elba dai miei amici», dice ai medici. Ne passeranno centoquattro di giorni, prima che torni a casa. Dove tocca a papà Ruggero medicarle le ferite ancora aperte, ma senza l’anestesia. «Urlavo dal dolore. Finché un giorno, disperata, ho minacciato di suicidarmi buttandomi giù dal letto. Allora mio padre mi ha spiazzata: “Troppo basso, rischi solo di farti più male. Meglio la finestra: se vuoi, ti ci porto io”. In quel momento ho capito che con l’umorismo potevo rialzarmi». Per riuscirci, Bebe si traferisce al centro di Vigorso di Budrio, eccellenza italiana a due passi da Bologna: Alex Zanardi è uscito da lì con due gambe nuove di zecca, è a lui che adesso vuole assomigliare. Anzi, un po’ si assomigliano già, e non solo per quei «pezzi mancanti», come li chiama lei. Perché anche Bebe, come Alex, da qualche anno ha scoperto di avere un superpotere: le basta imbracciare un fioretto e salire in pedana. «Voglio tornare alla scherma», dice agli ingegneri che l’aspettano al centro protesi. «Voglio», non «vorrei», e già si capisce come finirà. Ce la fa anche grazie all’aiuto di un dream team composto dai genitori e dai fratelli, Nicolò e Maria Sole, che le sta vicino senza soffocarla. «Non mi hanno mai trattata come un oggetto di cristallo», racconta. «Anzi, mio padre per svegliarmi mi lanciava le protesi sul letto e garantisco che non sono leggere. Ancora oggi non sopporto la compassione.» Poco alla volta, Bebe si riprende tutto. Ricomincia a camminare: «Un gran casino, perché devi imparare di nuovo come appoggiare il piede, piegare la caviglia, oscillare le spalle». Ritorna a mangiare da sola, a lavarsi i denti e allacciarsi le scarpe, a macinare addominali e tirare stoccate. Tre ore di scherma e una e mezzo di preparazione atletica, tre volte alla settimana. Nel 2014 vince il primo titolo europeo, seguito da un secondo nel 2016. In mezzo, diventa campionessa del mondo e stacca un pass per le Paralimpiadi di Rio de Janeiro. Di quell’evento resta l’immagine simbolo dello sport italiano nell’anno dei Giochi: il fioretto agganciato al braccio bionico, gli occhi strizzati, le cicatrici del viso zuppe di sudore e un urlo che non finisce mai. Medaglia d’oro, alla quale si aggiunge il bronzo a squadre pochi giorni dopo. Poteva andare diversamente? Certo che no. Del resto, prima di partire per il Brasile lo aveva detto: «I sogni non fanno per me, sono qualcosa di poco chiaro. Io mi pongo obiettivi su cui lavorare duro». Una volta rientrata, Bebe conquista il cuore della gente. Entra alla Casa Bianca su un paio di gambe con tacco dieci e strappa un selfie al presidente Obama. Parla alle Nazioni Unite e ai giornali di mezzo mondo, va a vivere da sola, fa uno stage di grafica, scrive un secondo libro: “Se sembra impossibile, allora si può fare” (Rizzoli), spopola in tivù: «Mi hanno messo così tanto fondotinta in faccia che non si vedevano più le cicatrici. A me le mie cicatrici piacciono, fanno parte di me», dirà con la sua parlata a raffica. Impossibile fermarla, anche perché la posta in gioco è molto più alta di un podio da conquistare. C’è l’associazione art4sport, fondata con i genitori per promuovere lo sport come terapia per i piccoli amputati. E ci sono barriere culturali ancora da abbattere, come quella che divide il mondo in due: disabili e non. Un tema che Bebe affronta con un affondo: «A chi s’impressiona per le mie protesi, di solito ne allungo una: “Tieni, giocaci, così capisci come funziona”. Il disagio nasce dall’ignoranza. Ma se impari a conoscermi, a capire che puoi toccarmi o darmi una pacca sulla spalla, la distanza sparisce e le differenze si annullano».


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Nives Meroi

Guardare le cose dall’alto cambia la prospettiva. Sul mondo e sulla vita. Forse è per questo che quando incontri veramente la montagna non puoi più separartene, non riesci più a farne a meno, ti entra dentro, come un compagno o una compagna di vita, come una madre. Nives l’ha incontrata quando era molto giovane e insieme ha trovato anche l’amore. Quello con Romano Benet, alpinista come lei sposato nel 1989, con cui arrampica da oltre trent’anni e con il quale nel maggio 2017 ha conquistato un grande primato: insieme sono diventati la prima coppia al mondo ad aver completato in cordata la scalata dei quattordici giganti della Terra, le montagne che superano gli 8.000 metri. Roba come Everest, K2 e alcuni dei luoghi più inospitali del pianeta. Questo, nonostante il fatto che nel 2009, quando insieme avevano scalato undici di questi colossi, a Romano sia stata diagnosticata una malattia rara molto grave, l’aplasia midollare. Due trapianti di midollo, due protesi alle anche, la guarigione. Nel 2014 il ritorno in cordata, sul Kangchenjunga, in Asia, terza vetta più elevata del mondo, dove Romano aveva manifestato i primi sintomi della malattia, che li avevano costretti a interrompere la salita. In meno di tre anni il completamento, con la scalata delle ultime tre cime rimaste, della loro impresa, che ha dell’incredibile, forse del miracoloso. «Quando i medici ci dissero della malattia non sapevamo neppure se Romano sarebbe sopravvissuto», ricorda Nives, «ma è stato il grande dono di un ragazzo sconosciuto che gli ha dato il suo midollo e la nostalgia della montagna a darci la forza per resistere e rinascere». La montagna ti plasma, ti tempra, ti rafforza perché lì sei solo tu, essere piccolo e fragile, contro l’immensa forza della natura che in alta quota, quando le condizioni meteorologiche si fanno proibitive, raggiunge forse la sua potenza più brutale. «Con il primo trapianto di midollo Romano è stato in isolamento per ben settantun giorni e in tutto quel tempo dice di aver fatto come quando sei in montagna e fuori c’è la bufera: devi solo aspettare, senza né disperarti né aggrapparti troppo alla speranza, mantenendo la calma e attendendo pazientemente che arrivi il momento giusto per agire e risolvere il problema». Tutto il percorso della «tigre della montagna», com’è soprannominata Nives, è stato un continuo cadere e rialzarsi. Come quando in Nepal, durante la scalata del Makalu, a causa delle difficili condizioni meteo è letteralmente ribaltata dall’impeto del vento, si frattura una gamba a 5.400 metri, nel bel mezzo di un ghiacciaio, e viene portata a spalla per due giorni dal marito e da un compagno di cordata prima che l’elicottero, causa bufera, possa raggiungerla. «Gli alpinisti non scalano per sfidare la morte ma per abbracciare la vita. Tutte le spedizioni in alta quota sono infatti soprattutto esperienze di vita in cui, viaggiando così lentamente, si impara a prestare attenzione ai particolari, custodi della verità.» Per la tigre di Tarvisio, una di queste verità è che la vita è fatta di successi e fallimenti. «L’ascesa è un susseguirsi di trazioni e spinte, un gioco di forze opposte che ti permette, passo dopo passo, di conquistare la vetta. D’altronde è dal fallimento, che in genere nel quotidiano ci fa una paura tremenda, che si riparte per andare avanti». Lo ha dimostrato sempre, Nives, di essere un osso duro. Una che lotta. Con lealtà, in ogni situazione. Non è un caso che, diversamente da quanto hanno fatto altre sue colleghe, abbia scelto fin dall’inizio di affidarsi soltanto al suo corpo e a nessun altro aiuto. Tutte le vette le ha infatti conquistate in stile alpino, senza cioè l’uso di bombole di ossigeno e di portatori di alta quota, che si sobbarcano tutto il peso della spedizione sulle proprie spalle. Un gioco pulito e una bella lezione di vita per tutti, soprattutto i giovani, che incontra ogni anno a migliaia nelle scuole. «Quando sei lontano da una vetta ti sembra impossibile salirla, ma poi più ti avvicini e più ti rendi conto che non è così. Se ti ci accosti con umiltà e la rispetti, la montagna non ti tradisce e ti permette, salendo, di ritornare a te stesso, all’essenza delle cose e del tuo essere». Non sarebbe affatto male se questa logica potesse funzionare sempre, anche nella nostra società e fra gli esseri umani.

Giovanni Gastel
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Paola Zukar

Se pensi a Fabri Fibra, Marracash e Clementino, ti viene in mente un ambiente macho, fatto di tatuaggi, cappellini con la visiera di traverso, scarpe da basket e jeans con il cavallo basso. Mai immagineresti che dietro questo mondo di versi duri e cattivi, e anche un po’ scomodi, possa esserci una «regia» o, come preferisce dire lei, un «accompagnamento» femminile. Il suo nome è Paola Zukar, nata a Genova il 23 novembre 1968, «l’anno di “Born to Be Wild”, la canzone degli Steppenwolf», tende a precisare. È il boss e la fondatrice di Big Picture Mngmnt, che segue i più importanti artisti hip hop italiani. Capelli corti, T-shirt colorate, sneaker. Nella musica Paola ci sguazza da sempre. È cresciuta con il rock, ha visto la nascita del punk ed è rimasta folgorata dal rap a dodici anni, in un pomeriggio indefinibile dell’estate 1980, quando «ho suonato alla porta del mio amico Riccardo Corsi», racconta nel libro “Rap. Una storia italiana” (Baldini & Castoldi). Riccardo aveva la tivù in cameretta e mentre loro due guardavano il video di Rapper’s Delight degli Sugarhill Gang, successe qualcosa. Paola racconta di essersi sentita come rapita dagli alieni. Non capiva cosa quei tre ragazzotti stessero facendo: «Si alternavano e dicevano delle cose bellissime ma totalmente incomprensibili e mentre procedevano, nella mia testa i cerchi si chiudevano magicamente l’uno dopo l’altro, rima dopo rima, strofa dopo strofa, e mi lasciavo trasportare dal fluire della musica e dal suono di quelle parole. Cerchi perfetti». Paola decise che il rap sarebbe stata la strada da seguire. Una passione che negli anni Novanta la portò negli Stati Uniti per cercare di capirne di più. Lì incontrò i più grandi rapper, scrivendone i ritratti per la rivista Aelle. Con la quale ha continuato a collaborare fino al 2001, inanellando un’intervista dietro l’altra con Jay-Z, Tupac Shakur, gli Outkast, 50 cent, Lauryn Hill… Così si è formata e ha creato il lavoro dei suoi sogni. Grazie anche al sostegno e all’incoraggiamento di molti. Nel 2003 comincia a lavorare per la Universal e fa conoscere Fabri Fibra, allora davvero di nicchia. E con l’album “Tradimento”, sempre di Fibra, nel 2006 fa diventare mainstream il rap. «All’inizio è stato difficile, perché bisognava combattere i pregiudizi: il rap era considerato una moda che sarebbe finita di lì a poco», rivela. Dopo la Universal, la decisione di fondare la propria agenzia. Muoversi in un ambiente dominato dal testosterone per lei non è un problema. «Il mondo del rap è meritocratico, io credo sia il meno sessista», dice. «Non mi è mai stato fatto pesare il fatto di essere donna, sono sempre stata giudicata per i risultati che ho portato.» E le parolacce? La risposta di Paola è secca: «Non facciamo gli ipocriti, quelle scappano anche in famiglia». Perché per lei il rap è prima di tutto un microuniverso capace di raccontare il mondo e quello che succede nella società, un eccezionale strumento comu- nicativo. «Un genere musicale che affronta temi mai scontati, che guarda sempre un po’ al di là di quella realtà che a volte ci viene servita cotta e mangiata.» Oggi che è anche – e soprattutto – mamma di una adolescente, Paola sostiene che il rap possa offrire ai ragazzi un’altra chiave di lettura, che raramente danno la tivù, i social e la musica tradizionale italiana. E se i brani di Fabri Fibra e Marracash trattano argomenti scottanti o imbarazzanti, possono diventare occasione per parlare di cose che forse altrimenti non avremmo il coraggio di affrontare. Come il malessere sociale o famigliare, la droga, la disoccupazione, la noia che porta a fare delle idiozie. E alle altre mamme Paola dice: «Non abbiate paura del rap, perché è uno strumen- to utile, se lo si sa usare».

EPA/VALENTIN FLAURAUD
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Fabiola Gianotti

La bambina dai capelli corvini, dai tanti sorrisi e dalle mille domande sul perché delle cose cresce in un mondo felice: «Dal papà geologo ho ereditato l’amore per la natura e il rigore scientifico, dalla mamma laureata in Lettere e pianista la passione per la musica e per il bello. E bellezza e armonia sono aspetti che ritroviamo nelle leggi della fisica», dice Fabiola. Da piccola gioca con le bambole ma anche a calcio con gli amici e sogna di diventare un’étoile della Scala o del Bolshoi. Chissà se, guardando il cielo, immagina che un giorno lassù, ben oltre le nuvole, un asteroide porterà il suo nome (le è stato dedicato il 214819 Gianotti). Da adulta diventa davvero una star, tanto da finire su copertine prestigiose (come quella di Time, che nel 2012 la colloca tra le cinque personalità dell’anno) e ottenere riconoscimenti planetari (la rivista Forbes nel 2013 la nomina tra le cento donne più influenti del mondo). La celebrità non la conquista danzando su un palco ma quando, il 4 luglio 2012, dal CERN, il più grande laboratorio di fisica del mondo, in veste di coordinatrice e portavoce di uno dei due esperimenti che ha portato alla scoperta del bosone di Higgs, annuncia lo straordinario traguardo raggiunto. «Il bosone di Higgs è fondamentale per la nostra stessa esistenza», spiega entusiasmandosi «È legato al meccanismo che permette alle particelle elementari di avere una massa. Se elettroni e quark, costituenti fondamentali dell’atomo, non avessero massa, gli atomi non starebbero assieme, la materia non sarebbe quella che conosciamo e non esisteremmo neppure noi». Al CERN Fabiola approda nel 1994 pensando di starci due anni, ma è solo l’inizio di un lungo idillio: «Mi sento come una bambina in un negozio di dolci». Del CERN diventa direttore generale nel 2016, prima donna a ricoprire questa carica. «A volte mi sembra di essere il sindaco di una città di quasi diciassettemila abitanti: tanti sono gli studiosi che lavorano qui. Provengono da tutto il mondo, persino da Paesi in guerra tra loro. Questo è un luogo di eccellenza nella ricerca scientifica, di innovazione tecnologica e anche di collaborazione internazionale all’insegna della pace.» Il suo pensiero affettuoso si posa sui giovani ricercatori ricordando il suo arrivo a Ginevra forte di una borsa di studio. Lei studentessa modello lo è sempre stata: ottimi voti al liceo classico delle Orsoline di Milano, città dove la famiglia si trasferisce da Roma quando ha sette anni. «Risolvere i problemi di matematica per me era divertente come un gioco. Mentre le versioni di greco e di latino mi hanno permesso di acquistare rigore, logica e precisione», aggiunge ricordando gli anni del liceo. Anni di studio, certo, ma anche di sport (ancora oggi si rilassa grazie a jogging, nuoto e camminate in montagna). E poi nella sua vita c’è la musica, un amore che corona diplomandosi in pianoforte al conservatorio. Adora Bach e Schubert. Dopo l’esame di maturità, si trova al bivio tra Filosofia e Fisica. Si laurea nel 1984 in Fisica subatomica alla Statale di Milano e spiega così le ragioni della sua scelta: «La filosofia affascina per i quesiti che pone, ma la fisica cerca e spesso trova risposte alle domande». Per lei ci sono modelli speciali, come Marie Curie, che incontra in un libro; la biografia della scienziata premio Nobel per la Fisica e la Chimica la sprona a non fermarsi ai pregiudizi che tengono troppe donne lontane dalla scienza. E poi Albert Einstein: violinista lui, pianista lei, vivono a decenni di distanza ma si ritrovano entrambi uniti dalla passione per le note della musica e per quelle dell’universo. E, ancora, ci sono i ragazzi di via Panisperna, le eccellenze della fisica italiana degli anni Trenta, il Nobel Carlo Rubbia e molti altri. Tante menti eccelse sono di ispirazione e sprone, però Fabiola ci tiene a sfrondare la figura dello scienziato dai cliché che la circondano: «È una persona con pregi e difetti come tutti, ma deve avere una mente aperta, curiosità, intuizione e fantasia. Lo scienziato non è chiuso in una torre d’avorio, vive nel mondo». Lei nel mondo ci vive eccome, gestendo un ente che ha un budget da quasi 1 miliardo di euro l’anno. «A me piace dirlo in un altro modo», precisa con la sua voce argentina e lo spirito costruttivo da divulgatrice «Costa come un cappuccino a testa per ogni europeo all’anno». Alla domanda se la fisica possa dimostrare o no l’esistenza di Dio, con la sua determinazione garbata, sgombera il campo da equivoci: «Scienza e religione sono ambiti separati, anche se non antitetici. Si può essere fisici e avere fede oppure no». Come vede il suo futuro una donna che dice radiosa: «Tra materia oscura ed energia oscura c’è un 95 per cento di universo di cui non sappiamo nulla. Per me è una buona notizia, vuol dire che c’è ancora tanto lavoro da fare»? Risposta: «Il mio desiderio è quello di essere in laboratorio a fare esperimenti e contribuire nel mio piccolo a risolvere parte del mistero». Sì, perché Fabiola, scienziata famosissima e pluripremiata, resta quella bambina che si diverte a usare le mani per modellare il pongo, fa mille domande e prova gioia, gioia pura, ogni volta che scopre qualcosa di nuovo: «Mi ritengo fortunata, perché ogni sera torno a casa e posso comunque dire: anche oggi ho imparato qualcosa di nuovo».


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Sofia Goggia

Sofia ha appena soffiato sulle tre candeline della sua torta di compleanno e da qualche settimana ha una sola autentica ossessione: vuole provare a sciare. Tommaso, il fratello maggiore, sta imparando e lei non può essere da meno. All’età in cui le sue amichette si circondano di bambole e biciclette rosa, lei desidera volare tra la neve. In fondo, le cose «da femmina» non le piacciono molto: lei preferisce portare i capelli corti per giocare meglio a calcio con i maschi… Ogni week-end papà Enzo e mamma Giulia portano la famiglia in montagna a Foppolo, vicino a casa. E ogni volta Sofia chiede ai genitori di accontentarla. Finalmente un giorno ottiene il permesso. Gli scarponi le sembrano enormi, i primi movimenti la fanno sentire goffa. Ma alla fine della giornata è la bimba più felice del mondo e sfida gli altri piccoli a chi arriva in fondo alla pista. Da quella volta, tutti i fine settimana di Sofia profumeranno di aria gelata e avranno il colore bianco accecante delle montagne innevate. A otto anni la prima gara, conclusa ovviamente con una vittoria. Ha talento e tanta, tantissima grinta. Un giorno cade dalla seggiovia: grazie alla prontezza di riflessi si aggrappa al poggiapiedi e rimane lì, a fluttuare nel cielo, finché non la recuperano con la scala. Gli altri bambini sono terrorizzati, lei invece non vede l’ora di buttarsi nella neve. «A sei anni mi immaginavo così come sono ora. Sognavo di vivere di sci, di gareggiare con le più brave. Se fai ciò che ti piace non puoi essere triste. È vietato lamentarsi anche per i sacrifici». Le rinunce infatti non mancano, soprattutto dal 2007, quando si fa sul serio e si entra nel grande circuito della Federazione. Ogni sabato o domenica una gara, in Italia e all’estero, e in settimana ci si allena. I libri di matematica e italiano sono sempre in valigia, perché a quindici anni la scuola, e i bei voti, rimangono in primo piano. Feste con i coetanei? Distrazioni? Poche, ma a Sofia non pesa, perché l’emozione di partire dal cancelletto e di scivolare più veloce della luce sul tracciato non ha uguali. E non li avrà mai. A regalare ancora più adrenalina a questa ragazza tosta arrivano le prime vittorie e la convinzione di essere lì dove deve essere. Finché il destino non le mette i bastoni tra le ruote. Nel 2010, ecco il primo infortuno al ginocchio: interventi, mesi di fisioterapia e tanti fantasmi da sconfiggere, perché quando qualcosa si spezza una volta hai il terrore che succeda di nuovo, alla prima discesa o con un salto più alto. Ma Sofia è testarda, nasconde la fatica dietro un sorriso e dà un calcio alla paura pensando a quando era piccola e sciare era il suo divertimento più grande. Ed è ancora così. Nel 2013 l’incubo si ripete: una lesione grave al ginocchio, di nuovo sotto i ferri e in palestra per ridare forza a muscoli e legamenti. Che la fanno tanto penare anche nel 2014, quando a fermarla è una ciste, sempre su quell’articolazione. A questo punto chiunque avrebbe maledetto la sfortuna e avrebbe bruciato sci e racchette. Ma non lei. «Certo, sono stata tentata di abbandonare le gare, ma poi mia mamma mi ha domandato se ne ero sicura guardandomi negli occhi, facendomi capire che avevo la forza per andare avanti. Dal quel giorno mi ha supportata trasmettendomi molta serenità. Il mio mantra di quel periodo? Sappi accettare ma non accontentarti: bisogna sopportare problemi e sconfitte, senza però farsi fermare.» Così la ninja delle nevi torna alla ribalta. Nulla è lasciato al caso, dalla preparazione alla dieta. Inizia a macinare punti su punti in Coppa del mondo, a farsi notare, migliora gara dopo gara, limando i piccoli difetti e amplificando i punti di forza. Il carattere conta molto: è esigente, grintosa e ottimista. La stagione 2016/2017 è un sogno: conquista il record italiano di podi in un anno, ben tredici, ed è l’unica atleta a gareggiare in quattro specialità diverse, dalla discesa libera allo slalom gigante, dal supergigante alla supercombinata. I riflettori si accendono su di lei, il suo sorriso e la erre moscia bucano le telecamere, la sua schiettezza conquista gli appassionati del circo delle nevi e i social network. «Faccio tutto con il cuore e non riesco a essere finta, anche a costo di sembrare antipatica. A livello sportivo ho cambiato tattica: prima inseguivo il limite per batterlo, fremevo d’impazienza, ora invece sono diventata più realista e mi fermo un passo prima per accarezzarlo.» Quando toglie tuta e scarponi, Sofia incanta con la sua perfetta normalità. Frequenta gli amici delle elementari, si gode i pranzi in famiglia a Bergamo e le lunghe passeggiate con la sua cagnolona Belle. Nella sua borsa non mancano mai la macchina fotografica e tanti libri. Quelli dell’università («perché mi piace capire il mondo», dice) e i romanzi per staccare da tutto e tutti, come i grandi classici dell’Ottocento e i gialli svedesi. Il futuro? È soffice e puro come la neve, adrenalinico come le gare. Ma quello che conta è concentrarsi sul presente, vivere l’attimo. Fa parte dell’anima di Sofia fin dal suo cognome, Goggia, che contiene la parola «oggi».


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Michela Cerruti

Deve fare un certo effetto essere definita una delle cinque donne più veloci del mondo. Eppure Michela Cerruti, nata nel 1987, pilota automobilistica fra le più grandi, la prima a vincere in ogni categoria per la quale ha gareggiato (Turismo, Gran Turismo e Formula) e l’unica campionessa a trionfare sulle piste più impegnative del mondo (da Monza, Imola e Mugello fino al Nürburgring), lo fa sembrare una cosa da niente. Guidare per lei è pura felicità. Le difficoltà, per una donna che ha deciso di infilare il casco e sfrecciare a duecento all’ora, sono ben altre. Quelle che toccano a chiunque si trovi ad agire in un ambito tutto o quasi al maschile. «Ho iniziato la carriera di pilota per caso: un corso di guida sicura a ventun anni», ricorda. «Romeo Ferraris, uno straordinario preparatore di auto, mi ha notata e ha insistito con mio padre per farmi provare a scendere in pista per il suo team.» Michela lo fa: scende in pista, senza paura e con una personalità che gli addetti ai lavori notano immediatamente. Da quel momento, non si ferma più. «Ho corso. E ho cominciato a vincere quasi subito. Delle gare mi piace l’adrenalina che si libera, l’urgenza di stare sempre davanti, la necessità di tirare fuori la voglia di lottare». Guidare le ha insegnato tantissimo, dentro ma soprattutto fuori dalle piste. «Mi ha insegnato ad apprezzare la fortuna di poter vivere emozioni irripetibili, sia nella vittoria sia nella sconfitta. Per questa fortuna ringrazio anche tutti coloro che mi hanno accompagnata in questo cammino, specialmente mio padre. E poi ho imparato a essere forte: alla guida della mia macchina ne ho avute tante, persino una rosa, un po’ una sfida, un po’ un portafortuna – mi sono resa conto che avrei potuto contare solo su me stessa. Stare al volante mi ha insegnato a perdere l’abitudine, così femminile, di aspettare conferme dagli altri, di cercare sostegno da fuori, di trovare l’approvazione. Dovevo imparare a bastarmi. E questa sfida l’ho vinta». La sincerità non le fa difetto. Spinge ancora sul pedale, scuotendo i capelli biondi: è una bella ragazza, e nel corso della sua carriera i giornalisti non hanno mai mancato di sottolinearlo, ma di questo non sembra importarle nulla e di certo non l’ha mai considerato un veicolo per acquisire facile popolarità. Anzi. «La gara più dura, per me, non è stata quella in pista ma resistere in un mondo fatto di maschi, farmi accettare per quello che ero, un bravo pilota e non una donna che aveva la fortuna di vincere. È stato faticosissimo, davvero.» Piaccia o no, l’automobilismo è uno sport da uomini. Alle donne, secondo Michela, l’adrenalina viene a noia: «Noi siamo più conservative, più riflessive», ammette. «In pista però non c’è molto tempo per pensare, valutare i pro e i contro, soppesare i rischi: devi buttarti, andare di acceleratore. Cose che ai maschi vengono naturali, loro allacciano il casco e via, si sentono il numero uno senza stare a chiedersi cosa pensino gli altri. Noi no, siamo più ar- ticolate, più complesse, ci facciamo domande, ci poniamo dubbi, quindi diventiamo più lente a decidere… Non a caso siamo molto brave nelle gare di resistenza, dove il calcolo, l’astuzia e la riflessività pagano». Anche nell’automobilismo alcune pareti, pur non cadendo, sembrano essersi fatte più porose e negli ultimi anni, dal suo punto di osservazione privilegiato, Michela ha visto tante ragazze, giovani e in alcuni casi bravissime, avvicinarsi al mondo dei motori. Eppure i problemi restano: «Sono promettenti, piene di talento e di grinta, quanto o a volte più dei loro colleghi maschi. Vanno forte in pista una o due volte, dimostrando che hanno tutti i numeri per diventare campionesse. E poi cominciano a dare risultati altalenanti. Cosa succede? Crescono! Diventano donne, cominciano a pensare come donne. Ma non solo: si accorgono che preparare bene la macchina, affrontare il circuito, sfidare la velocità, non basta. Si rendono conto di dover anche lottare contro gli uomini, l’ostilità, la diffidenza, le critiche, i pregiudizi… E finisce che cedono alla pressione». Lei invece non ha ceduto e oggi essere pilota è diventato fonte di esperienze straordinarie, sempre: si impara dalle vittorie e dalle soddisfazioni in pista, ma anche dalle umiliazioni e dai momenti negativi. «Ne faccio tesoro, sto mettendo a frutto tutto. Perché anche a me, in qualche modo, è capitato di mollare: arrivata a trent’anni, è stato il mio corpo a dirmi che era giunto il momento di fare altro. Ho ascoltato i suoi segnali, in particolare i lancinanti dolori alla schiena, e sono passata dall’altra parte. Lavoro con il team Romeo Ferraris, che elabora e costruisce auto da corsa, con il quale abbiamo messo a punto una vettura straordinaria per il campionato mondiale TCR [riservato alle auto da turismo, modificate per poter sostenere gare in pista], un’Alfa Romeo Giulietta QV TCR, con la quale ho corso lo scorso anno nel Campionato TCR International. Mi occupo anche di tutto quello che segue la preparazione della macchina, come il marketing e la vendita. Collaboro con Sky, sono brand ambassador di Enel per il progetto nel campionato di Formula E: si corre con vetture elettriche veloci e silenziosissime e ha l’obiettivo di raggiungere le emissioni zero e soprattutto il recupero dell’energia minimizzando le fonti di inquinamento. È il futuro dell’automobilistica.» Anche la laurea in psicologia, presa prima di cominciare a gareggiare, le è servita più di quanto immaginasse: «So cosa provano i piloti, uomini o donne non importa, quando vengono trattati come macchine; so lavorare fianco a fianco con i meccanici; so affrontare e tenere testa ai costruttori». Certo, guidare resta la sua passione. «Ogni volta che posso torno a gareggiare. E poi guido anche in vacanza, adoro i lunghi viaggi che permettono di coprire grandi distanze, grandi spazi». Prossimi traguardi? «Vincere la paura del vuoto. Ho già fatto un giro in mongolfiera e una discesa in parapendio. Adesso mi aspetta un volo con il paracadute!»


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Adele Teodoro

«Sono una donna libera, che ha sempre avuto la possibilità di scegliere. Forse anche per questo sentivo il bisogno di dare qualcosa a quelle donne che invece la vita ha soltanto ferito». Adele Teodoro si racconta con un entusiasmo trascinante. Ginecologa, nata a Taranto ma cresciuta a Napoli e ormai milanese d’adozione, con la sua associazione Gravidanza Gaia s’è inventata un progetto unico in Italia: armata solo di un ecografo portatile (acquistato a rate, di tasca sua), entra in carcere per offrire alle detenute, da volontaria, pap-test, ecografia transvaginale, screening e diagnosi precoce. Trasformando una cella in studio medico, ha esordito nel 2011 nel carcere femminile di Pontedecimo a Genova e continuato nei penitenziari milanesi di Bollate e San Vittore. La sua dedizione le è valsa la nomina a Cavaliere della Repubblica e l’Ambrogino d’Oro, la medaglia del Comune di Milano ai cittadini più meritevoli. E ogni premio è dedicato alla figlia Gaia, di tredici anni: il suo amore più grande. L’idea del volontariato in carcere scaturisce da un incontro. «Mentre pensavo a cosa poter fare per donne meno fortunate di me, ho conosciuto Maria Milano d’Aragona, allora direttrice della casa circondariale di Pontedecimo: competente, appassionata, che crede nella solidarietà femminile.» Insieme affrontano la burocrazia e lanciano il progetto: la dottoressa entra in carcere due sabati al mese, visitando una ventina di donne per volta. «La prima paziente era una marocchina di cinquant’anni, molto segnata dalla vita, la ringrazierò sempre per avermi messa a mio agio accogliendomi con un sorriso». Ma Adele non si limita a visitare le detenute: le accompagna in un percorso di conoscenza e cura della propria femminilità, che il carcere spesso avvilisce. Spiega loro la menopausa e l’igiene intima, distribuisce campioni dei migliori prodotti, fa persino una col- letta tra i colleghi per rifornirle di assorbenti. «Una volta ho viaggiato da Milano a Genova con l’auto piena di assorbenti: sembravo una contrabbandiera», ricorda ridendo. E il rapporto medico-paziente si dilata e si evolve. Tanto che un sabato, all’ennesimo turno di visita, Adele vede due donne scambiarsi un paio d’orecchini gialli e vistosi: «Volevano presentarsi da me eleganti, riscoprendo piccoli vezzi femminili. Come se la visita medica fosse un’occasione per sentirsi di nuovo belle e curate». Dei reati che hanno commesso, del motivo per cui si trovano lì, lei non chiede nulla. «Non mi compete», dice. Sono loro a confidarsi, spontaneamente. Come la nigeriana costretta a prostituirsi, o l’italiana condannata per falso in bilancio perché tentava di salvare la sua azienda. «Mi ha commossa l’amicizia fra un’egiziana bellissima che ha ucciso il compagno per gelosia e un’italiana che era quasi catatonica. Aveva reso tetraplegico il figlio neonato scuotendolo per farlo smettere di piangere, perché il marito minacciava di uccidere lei e il bimbo, se non fosse stato zitto. Grazie all’amicizia dell’egiziana, ha smesso di pensare al suicidio. Mi chiedo perché nessuno abbia aiutato prima questa donna, un delitto tanto atroce può maturare solo nella solitudine assoluta». La sensazione di solitudine che attanaglia molte detenute è uno degli aspetti che più hanno colpito Adele in questi anni. Oltre naturalmente alla situazione sanitaria spesso precaria in cui sono costrette a vivere le carcerate. «Manca del tutto la prevenzione, che invece in ginecologia è fondamentale», si sfoga. «Già alle prime visite ho diagnosticato tre stadi cancerosi alla cervice dell’utero, subito operati. Oltre a cisti ovariche, endometriosi, vaginiti: disturbi facilmente curabili, se presi in tempo, ma pericolosissimi se trascurati». Tanta forza: ecco cosa sta regalando ad Adele questo viaggio nel mondo della pena. «Ho riscritto la mia scala delle priorità. Mi sento al settimo cielo quando passeggio con mia figlia mangiando un gelato. Una detenuta mi ha detto: “Dottoressa, mi manca la libertà di sedermi sul mio water”, perché nelle celle il bagno è condiviso e alla turca. Sembra banale, ma libertà è anche questo». Ora, grazie al sostegno dell’Associazione degli ostetrici e ginecologi ospedalieri (AOGOI) e all’interesse del ministero della Salute, il progetto Gravidanza Gaia sta per diffondersi in tutti i penitenziari d’Italia. «È importante che la pena sia vissuta con dignità», ribadisce Adele «Se i detenuti usciranno migliori di prima, sarà la società intera a beneficiarne.»

ANSA
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Patrizia Maiorca

Il mare di Siracusa è antico come la pietra dell’isola di Ortigia, gioiello barocco, patrimonio dell’UNESCO e centro storico della città. A sud dell’isola, dentro il Castello Maniace, ha sede il Consorzio Plemmirio, che gestisce l’omonima area marina protetta. Dalle finestre degli uffici, il mare si riflette negli occhi azzurri della sua presidentessa, Patrizia Maiorca. Lei quel mare lo conosce bene. Lo ha esplorato a fondo, da ex campionessa e primatista mondiale di apnea, e lo difende da anni, attraverso le battaglie contro la pesca di frodo e per la tutela delle coste minacciate dalla speculazione edilizia. Un amore profondo nato dentro una famiglia che del mare è un’icona: suo padre Enzo, «il signore degli abissi», è stato un leg- gendario campione di apnea, mentre sua sorella minore Rossana è stata detentrice di numerosi record mondiali. Patrizia, madre di tre figli e nonna felice e affettuosa, è oggi chiamata a occuparsi della tutela di questo antico tratto di costa, citato anche da Virgilio nell’Eneide. Ha accettato dopo aver sentito forte «il richiamo del mare»: «Vorrei restituirgli ciò che mi ha regalato in tanti anni, in termini di emozioni, gioia e crescita interiore», racconta. Un impegno gravoso, perché il Plemmirio è minacciato dai bracconieri e da progetti imprenditoriali che rischiano di compromettere questo gioiello naturale, ricco di storia e testimonianze. «Il Plemmirio è parte della nostra identità, della cultura nostra e dei nostri pescatori», sottolinea Patrizia, che non ha paura di affrontare la sfida, chiamando in causa anche i suoi concittadini, ai quali chiede di diventare i primi custodi dell’area protetta. Per difendere il mare c’è bisogno di rispettarlo, di sentire quel senso profondo di appartenenza alla sua storia e alla sua natura. Un rapporto armonico, che per lei è viscerale e nasce all’età di tre anni, a Ustica, quando decide di tuffarsi in acqua pur non sapendo ancora nuotare, per raggiungere mamma e papà. «Ero attirata dal blu cobalto dell’acqua», ricorda. «Mi buttai e riuscii a nuotare. Mamma mi passò la sua maschera e così, nel modo più semplice e naturale, iniziò la mia carriera subacquea.» Un rapporto alimentato dalla vista quotidiana delle onde davanti a casa, di cui si udiva la voce durante le mareggiate di grecale. Ma soprattutto dalla passione del padre che, oltre ad affascinare con le sue sfide leggendarie e i suoi straordinari record (l’ultimo, 101 metri, nel 1988, a cinquantasette anni, lo stabilisce proprio per le sue figlie), è anche una straordinaria fonte di insegnamenti: «Papà mi ha insegnato a rapportarmi al mare con amore, rispetto e serenità». E fino a poco prima della sua morte, avvenuta nel novembre 2016, insieme hanno condiviso tante lotte a difesa del mare, con Sea Shepherd e altre associazioni ambientaliste. «Papà non si arrendeva mai, ma durante un’intervista in tivù, due anni prima di morire, disse che alla sua età non aveva più sogni», spiega con un sorriso amaro, «Però non era così: lui ha sognato fino all’ultimo, lo dimostra la sua lotta a fianco di Greenpeace contro le trivellazioni petrolifere marine». Battaglie che avrebbe certamente condiviso anche la sorella Rossana, scomparsa nel 2005 per un tumore e alla quale è dedicata una statua che giace proprio nei fondali del Plemmirio. Un legame fortissimo, che nemmeno la competizione sportiva ha messo in crisi. Si sfidavano, si superavano a vicenda e a volte battevano i record insieme. Come in quel giorno di settembre che rimane indelebile nella memoria di Patrizia: «Tutti pensavano ci fosse rivalità, ma non era così. Nel 1978 avevo raggiunto il mio primo record in assetto costante a 35 metri. L’anno dopo anche Rossana decise di provarci. Cominciammo ad allenarci insieme a gennaio, per puntare al record di 45 metri a settembre. Il giorno della gara scesi per prima in acqua. A 35 metri mi sentii affaticata, strappai il cartellino dei 40 e risalii. Poi toccò a lei: nelle pinne aveva i 45 metri, ma decise di fermarsi a 40 per festeggiare insieme il record. Un bellissimo gesto d’amore». Amore che ricorre spesso nella vita di un’atleta come Patrizia, con la sua storia fatta di imprese e di record. Il primo a vent’anni, l’ultimo nel 1988, appena un anno dopo quello del 1987 (-70 metri in assetto variabile), realizzato quando era già mamma di due bambini, di tre anni e un anno e mezzo. Qualcosa che richiede tanti sacrifici e una passione inesauribile. Come quella che Patrizia Maiorca mette nel suo lavoro e nei tanti progetti realizzati, per esempio quello con alcuni detenuti impegnati in un corso di apnea inizialmente a secco, riproponendo gli allenamenti che suo padre faceva fare a lei e a Rossana quando non potevano andare al mare o in piscina. Poi sorride, pensando all’entusiasmo riscontrato in questi suoi allievi e sperando di poter un giorno sapere se i suoi corsi abbiano avuto un effetto positivo sulla loro condotta una volta fuori dal carcere. Perché per una donna che ha esplorato gli abissi nessuna sfida è impossibile. Il suo sorriso lo testimonia e dipinge sul suo volto quello stesso ottimismo con cui ha deciso di combattere ogni giorno chi vuole distruggere il mare che l’ha cresciuta.


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Alessandra Laricchia

Una famiglia presente e attenta, l’infanzia placida nella Napoli bene, la passione per lo studio che porta alla laurea in Economia, al dottorato in Diritto internazionale e a un master a Bruxelles. Tutti infilati l’uno dopo l’altro, come in un percorso perfetto. La strada di Alessandra Laricchia, classe 1978, sembra già tracciata. La carriera diplomatica la aspetta dietro l’angolo: negoziati, tailleur, riunioni e strette di mano ai potenti. Ma poi, all’improvviso, la curva della vita prende un’altra direzione. La deviazione, potente, è colpa dell’amore, di un uomo che le ruba l’anima e la conquista prima con una vacanza in Kenya e poi con la luna di miele in Namibia. Oggi Alessandra è la prima, e unica, ranger italiana che lavora nella savana. Anche se il matrimonio è ormai un capitolo chiuso. «Ho capito che il mio presente e il mio futuro sono solo in questi luoghi», spiega decisa. «Quello con la Namibia è stato un autentico colpo di fulmine, quando sono arrivata mi è sembrato di essere nata qui. Io, che non staccavo mai da cellulare e email, adoravo il caos delle metropoli e persino la puzza di smog, ho sentito il mio respiro fermarsi davanti agli animali, ai rumori e ai colori della natura. E nella luce dell’alba, aspettando di avvistare i leoni, ho compreso che questo era il mio destino.» Così Alessandra ripone nell’armadio abiti eleganti e tacchi alti, si iscrive all’Associazione italiana esperti d’Africa e torna a buttarsi sui libri esibendo la stessa foga della sua vita precedente. Per mesi si immerge in complicati testi di botanica, geologia, astronomia e zoologia. Impara a riconoscere un animale dalle impronte, a capire l’ora scrutando le stelle, a rispettare i delicati equilibri della fauna e della flora locali e supera brillantemente l’esame scritto. Poi è la volta della prova pratica: tre settimane in Namibia con simulazioni di safari sotto la guida di un ranger esperto. E, soprattutto, davanti al (pre)giudizio impietoso dei colleghi, perché Alessandra è l’unica donna del gruppo, e una delle prime a provarci sul serio. «Ho puntato sulla preparazione: le donne sono allieve migliori, studiano di più. Inoltre hanno i sensi più sviluppati e qui olfatto, udito e cuore sono importanti. Dove non arriva la forza, poi, mi aiuta il cervello: la ruota della jeep pesa 30 chili, la metà di me. Se buco una gomma uso dei sassi per fare leva e alzare l’auto. A fine giornata, poi, ho sempre più forza e resistenza degli uomini e li batto soprattutto nel rapporto con i clienti, grazie a maggior empatia e pazienza.» Dall’esame finale sono passati tre anni e oggi Alessandra fa la guida per diversi tour operator, collabora con il Jackalberry Tented Camp, un lodge ecosostenibile nel nord del Paese, ha fondato l’associazione Café Africa per divulgare la co- noscenza di questo continente e ha addirittura scritto un romanzo ispirato alla sua esperienza. «Ora sto cercando un editore. È un settore nuovo per me, ma ho imparato a non pormi limiti. Quando mi sono trasferita in Namibia ho stravolto tutto, ho cancellato sicurezze ed equilibri per inseguire un sogno e ho capito che la passione è un motore inarrestabile, che porta a galla risorse sconosciute. Da quando sono qui alzo ogni giorno l’asticella, sposto in avanti il confine. Il sogno con la S maiuscola è aprire un lodge tutto mio, dove alzarmi salutando gli animali e accogliendo i turisti. È un salto che richiede un grande investimento, economico e non solo, ma non ho fretta. A piccoli passi si arriva ovunque. All’inizio mi intimorivo a uscire dalla mia tenda di notte, adesso cammino per ore nel buio nero della savana; mi struggevo per la lontananza dei miei genitori e degli amici, mi colpevolizzavo per la fine del matrimonio. Oggi invece mi guardo allo specchio e vedo una donna grintosa, capace di tutto. Non solo: mi sento così soddisfatta e orgogliosa da voler trasmettere la mia storia e quello che ho imparato. Sono più aperta agli altri, generosa e desiderosa di donare.» La forza di questa giovane napoletana sembra legata a doppio filo alla natura e ai ritmi namibiani. Qui, a differenza di ciò che purtroppo accade in molti altri Paesi dell’Africa centrale e meridionale, il rispetto per piante e animali è sancito dai primi articoli della Costituzione e l’ecologia non rimane una parola sterile sulle bocche dei politici, ma un’abitudine che regola la quotidianità. In un mondo dominato dalla tecnologia, dove robot e auto che si guidano da sole sono ormai realtà, inchinarsi davanti alla vita primor- diale appare quasi un’eresia. Eppure il futuro sembra incredibilmente bello qui, in una terra rispettata e non sfruttata, nelle giovani generazioni che inseguono il progresso ma non dimenticano le regole di madre natura. «Un antico proverbio locale recita: “Quel che deve accadere accadrà”, e non significa accettare la realtà con rassegnazione ma ricordare sempre che c’è una forza superiore a guidare tutto.» Questa forza superiore non si prega in una chiesa e non si racconta in un libro sacro, ma si osserva in silenzio in ogni istante: si incarna nel tramonto più infuocato del mondo, in un albero che muore per la siccità ma lascerà il posto a un arbusto rigoglioso, nelle gazzelle che insegnano ai propri cuccioli a correre per sfuggire alle fauci del leone. Proprio il re della foresta strega tutti i turisti, ma non Alessandra. Il suo animale preferito è l’elefante, che vive in gruppi matriarcali, in cui il legame famigliare è tutto. A comandare là dove la vita è più selvaggia e difficile, insomma, sono le femmine: pazienti, sensibili e coraggiose. L’ennesima lezione che il mondo animale può impartire a quello dell’uomo.


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Barbara Minghetti

Galeotto fu il loggione della Scala. Suo padre ce la portava da bambina, propinandole opere e balletti, e pure in casa, per lei, non c’era scampo alle arie di Verdi e Puccini. «Una terapia che però non ha funzionato con i miei fratelli: solo io mi sono appassionata alla lirica», sorride Barbara Minghetti. Milanese, cinquantadue anni, una figlia sedicenne e un figlio venticinquenne, è direttrice artistica del Macerata Opera Festival e si occupa dei progetti speciali per l’Associazione lirica concertistica italiana (AsLiCo), che ricerca i nuovi talenti del bel canto in Europa. Parlando con lei, guai a farsi scappare che la lirica è un mondo antico e paludato: nel 1995, è stata la prima nel nostro Paese a inventarsi un metodo per avvicinare i giovanissimi al genere. Oggi il suo progetto Opera Education coinvolge oltre centomila studenti in ventidue città italiane ed è un modello anche all’estero. «Il nostro lavoro inizia nelle scuole, con percorsi didattici che sfociano nella rappresentazione in teatro di opere in versione abbreviata», racconta Barbara. «Dalla platea, i bambini cantano le arie imparate in classe, trasformandosi così nel coro dello spettacolo. Nel Flauto magico di Mozart diventano gli amici di Papageno; nel Nabucco di Verdi il popolo ebraico. Scegliamo un repertorio con temi che toccano il loro quotidiano, che parlano di amicizia, fiducia, superamento delle paure.» Due anni fa, per lei, è nata una nuova sfida: il progetto Opera Baby, per bambini ancora più piccoli, da zero a tre anni. «Al Festival di Edimburgo avevo visto un esperimento teatrale con i neonati e l’ho adattato all’opera, proponendolo in due asili nido di Como», ricorda. «È impressionante come piccoli di otto o no- ve mesi si riempiano di meraviglia appena parte la musica, facendo eco alla nenia dei cantanti.» È invece più difficile appassionare i ragazzi delle superiori, che hanno già i loro gusti musicali: «Se i bambini non hanno preconcetti, con gli adolescenti occorrono degli stratagemmi», sorride. «Scegliamo registi e cantanti giovani e cerchiamo agganci tra opere e film famosi, per esempio tra La caval- cata delle Valchirie e Apocalypse Now o fra “La traviata” e il finale di “Pretty Woman”. Puntiamo anche su opere contemporanee con trame stimolanti, l’ultima era un thriller in cui i ragazzi dovevano scoprire l’assassino seguendo gli indizi contenuti nelle arie. Quando la musica è bella, tutto funziona. Persino Wagner, un autore ostico: eppure i ragazzi hanno adorato L’olandese volante.» Barbara Minghetti è fortemente convinta che la lirica resti attualissima, «per le emozioni che trasmette e per i sentimenti universali che narra: amore, gelosia, contrasti sociali. Le stesse ragioni per cui continuiamo a rappresentare Shakespeare. È vero che oggi, con le nuove tecnologie, possiamo creare scenografie sbalorditive, ma alla fine il senso di ciò che accade è lo stesso fin dal tempo degli antichi greci: la famosa catarsi in cui ci si emoziona tutti insieme, un’empatia collettiva rara in altri luoghi. Anche gli stadi ormai per- dono pubblico, forse resta soltanto l’opera». Per riportare il pubblico a teatro, Minghetti ha organizzato a Como e Parma originali iniziative esterne: flash mob nei supermercati, con un cantante che irrompe con l’altoparlante, e passeggia- te nei parchi che includono concerti per pianoforte e voci. «Sono piccole incursioni contro lo stereotipo dell’opera pesante e seriosa. Speriamo così che le persone abbiano la curiosità di venire a teatro e che lo vivano come un luogo accogliente, in cui arricchirsi di cultura.» Ma nonostante l’Italia sia la culla dell’opera, è all’estero che questo genere viene valorizzato di più: «In Germania ogni città ha un teatro che realizza le sue produzioni liriche e l’educazione all’opera parte dalle elementari. Avanzano anche Paesi in cui fino a ieri nessuno aveva mai sentito una nota di Mozart: abbiamo lavorato con le scuole in Oman, dove il governo, così come a Dubai e in Kazakistan, punta molto sul teatro in quanto luogo d’aggregazione». E la sua opera del cuore? «La Tosca di Puccini, che combatte per amore. Tutto Puccini mi commuove, una volta a Madrid andai a vedere La Bohème e piansi come una fontana. È il bello dell’opera: tocca le nostre corde più profonde.»


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Cristina Cattaneo

I suoi occhi cerulei, specchio di cieli tersi e acque limpide, sono forse una compensazione che il destino le ha concesso quando ha deciso che lei, con perizia scientifica e pietà umana, avrebbe trascorso la vita a dissezionare e osservare l’orrore. «Dottoressa, in obitorio ci sarebbero delle ossa per lei»: la carriera di Cristina inizia con questo invito, infiocchettato da un tono formale, che la porta all’incontro con il macabro. Lei ricorda così il suo esordio da tanatologa: «Il mio primo morto, anzi, scheletro di una persona morta per colpi di arma da fuoco, aveva a che fare con un caso di criminalità organizzata». La ragazza nata negli anni Sessanta tra le colline del Monferrato ne macina di strada: sogna di fare l’étoile e la calciatrice ma diventa poi studiosa giramondo, tanto che dal Canada alla Gran Bretagna e poi di nuovo in Italia fa bottino di lauree e specializzazioni. Dovrà valicare tante frontiere dell’orrore e vuole arrivarci con le armi giuste, dalle scienze biomediche all’archeologia funeraria. Oggi arriva sulle scene dei delitti con strumenti di sofisticata tecnologia ma an- che con pale per sterrare. Spesso di notte, nei boschi irti di freddo e di efferatezza. Dove la cronaca nera irrompe con gli interrogativi più inquietanti viene chiamata lei; è «la dottoressa Cattaneo», con assoluta professionalità e tenerezza, a chiedere ai resti della piccola Yara Gambirasio di dare indizi per ricostruire la sua tragica fine. È lei a intervenire quando si scoprono le vittime delle bestie di Satana e in tante riesumazioni di cadaveri per concedere una seconda chance alla giustizia. Affronta caparbia violenze sessuali, bambini abusati e tutti i crimini più violenti e odiosi, solo di fronte a una cosa si ritrae: alla spettacolarizzazione della sua professione, che nelle fiction tivù ha soluzioni fulminee per ogni caso. «Le scienze forensi», ammonisce, «non sempre sono dirimenti e risolutive.» Da scienziata, si appella all’umiltà. Le sue giornate raccontano che, di fronte all’esondare di morti nella sua esistenza, lei controbatte vivendo plurime vite. «Sono in ritardo su tutto», si scusa con un sorriso gentile e intanto fa lezione in università, tiene conferenze e corsi, soprattutto si rinchiude nel Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense di Milano) che dirige, dove – come monito e rassicurazione – campeggia la scritta “mortui vivos docent”, i morti insegnano ai vivi. A far compagnia a lei e al suo team ci sono teschi di santi (per indagini commissionate dalla Chiesa) e di peccatori, di vittime e di carnefici, e di tante, tante persone il cui intrico di ossa attende di esse- re sciolto per rivelarne l’identità. Cristina invoca la voce dei morti distesi sul suo tavolo anatomico: un dente, un capello, persino un insetto che al momento dell’uccisione si è infranto su quel corpo possono essere testimoni muti ma custodi di verità indicibili. Le notti all’obitorio le ripercorre nei suoi libri, da “Crimini e farfalle” (Raffaello Cortina) a “Turno di notte”(Mondadori). Della medicina Cristina dilata i confini: «Siamo abituati a una scienza capace di curare, ma questa stessa scienza serve anche a combattere la criminalità e le violazioni dei diritti umani». Tanti diritti ai giorni nostri sono affogati e il Mediterraneo li ha inghiottiti. Lei li riporta a galla nel saggio (di cui è coautrice) “I diritti annegati” (Franco Angeli): «La necessità di identificare i morti, sia migranti sia quel migliaio di italiani di cui ogni anno restano i corpi ma non i nomi, nasce da esigenze morali, giuridiche, amministrative e di salute pubblica. Ogni cultura o religione onora i suoi defunti ed esprime l’esigenza di sapere dove sono sepolti, dove andare a piangerli». Grazie a Cristina e all’ufficio del Commissario straordi- nario per le persone scomparse, alcune vittime dei disastrosi naufragi di Lampedusa dell’ottobre 2013 stanno riottenendo il proprio nome. Tra loro anche la mamma e il papà di due bambini di otto e dieci anni che, quindi, sono stati dichiarati orfani e possono ricongiungersi con gli zii in Europa. Lei non ha figli («Non dico che non mi sarebbe piaciuto avere dei bambini; se fossero venuti, bene, ma pazienza»), certo è però che il suo lavoro ha una declina- zione materna nel restituire a quei due ragazzini il futuro. «L’idea di poter aiutare gli ultimi è gratificante, quasi terapeutica», ammette. «Anche se il mio non è un mestiere normale, mette in contatto con il male senza redenzione.» Dove si rifugia allora lei quando vuole trovare un po’ di serenità? Le sue mani evocano note sul violoncello, la sua mente si rilassa ascoltando programmi divertenti, in inglese. E il suo cuore pulsa gioioso accanto ai suoi cani: tra tutti l’amatissimo e indimenticabile Argo, che ora non c’è più. Il suo nome era lo stesso del cane di Ulisse e forse il richiamo al mondo omerico, culla della civiltà occidentale, non è un caso. Come Omero ha cantato la pietà verso i morti, così Cristina ai morti restituisce la voce e a tutti ricorda il dovere di rispettare i diritti di chiunque non ci sia più e dei suoi cari. Per tenere alto il senso del vivere civile.


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Fabia Timaco

Sulla cattedra c’è una scatola di cartone, di quelle da imballaggio. Fuori, la scritta fragile. Dentro, un laccio da scarpe, una lente d’ingrandimento e tre mattoncini di legno. Fabia Timaco, studentessa del corso di Comunicazione e società alla facoltà di Scienze politiche e sociali dell’università Cattolica di Milano, li ha portati in aula per raccontare una storia ai compagni di Scienze della formazione. «Si intitola La fragilità è come una scatola», spiega. «La scatola rappresenta l’apparenza, ciò che gli altri vedono. Siamo noi però a decidere con quali oggetti riempirla, quelli che ci rappresentano. Io ho scelto il laccio da scarpe perché quando è stretto con il doppio nodo ci fa sentire sicuri, ma se si scioglie e inciampiamo non importa, ci rialziamo. La lente di ingrandimento ci ricorda che è importante osservarci dall’esterno. I mattoncini, infine, sono quelli del Jenga, il gioco da tavolo in cui vince chi li sfila senza far crollare la torre: significano che possiamo resistere anche se ci manca qualcosa.» Fabia ha ventiquattro anni, brillanti occhi scuri, un sorriso schietto. E un amore sconfinato per le parole. Agli studi universitari alterna la professione di storyteller: «A me piace dire narratrice, anche se suona vintage!» scherza. Ma è serissima quando spiega: «La narrazione aiuta la conoscenza e la condivisione». Con questa idea due anni fa, dopo il diploma in Storytelling & Performing Arts alla Scuola Holden di Torino, crea «Il primo volo», un progetto educativo rivolto a famiglie e insegnanti di asili nido e scuole dell’infanzia. Nasce dal racconto illustrato su una rondine che spicca il suo primo volo, appunto. E attraverso laboratori narrati- vi vuole aiutare i bambini ad affrontare il distacco dai genitori per andare a scuola. La sfida di Fabia è «rendere semplici attraverso le parole le cose difficili». Che si tratti di persone, idee, progetti. Lo fa scrivendo di start up su Digitalic, rivista di business, innovazione e design. Partecipando come speaker a Tech Care, maratona tecnologica volta a trovare soluzioni hi-tech per i malati di sclerosi multipla. Raccontando in un diario online per «Che Futuro!» e in vari TEDx Talk la sua collaborazione con OBM Initiative, organizzazione internazionale no profit che attraverso la stampa 3D si propone di realizzare protesi biomedicali low cost. Perciò nel 2015 viene inserita tra «I venti ventenni italiani che cambieranno il mondo» e nel 2016 tra «Le quindici donne più influenti nel digitale». «Racconto cambiamenti e obiettivi», dice Fabia. I più importanti sono i cambiamenti che ha affrontato e gli obiettivi che si è prefissa lei, perché «c’è stato un grande lavoro per diventare la persona che sono oggi». Un percorso che inizia da bambina, quando i compagni di classe le chiedono: «Perché ti manca?» E lei risponde: «Sono nata così». Con il braccio destro a metà. «Poi andavamo a giocare», ricorda. «Con il tempo ho raggiunto la mia autonomia. E i miei genitori mi hanno spronata all’indipendenza. Sono nata a Lendinara, un paesino veneto, le scuole medie le ho frequentate a Rovigo, le superiori a Padova, la Holden a Torino, l’università a Milano. Negli ultimi tre anni ho fatto tre traslochi e oggi vivo da sola.» Fabia è una ragazza pragmatica. Non nasconde le difficoltà che incontra nella vita quotidiana «avendo una mano e mezzo». Ecco perché pensa a una protesi mioelettrica che le permetta di avere un avambraccio in grado di muoversi grazie agli impulsi neuromuscolari. «I tempi per una protesi in 3D adatta alle mie esigenze, come quella a cui avevo iniziato a lavorare con OBM Initiative, sono molto lunghi, così ora sto valutando altre soluzioni», spiega. «Intanto ho imparato a farmi la coda di cavallo da sola. E ho messo lo smalto bordeaux alle unghie della mano sinistra.» A Fabia succede ancora di rispondere: «Sono nata così», come quando era bambina. Ma se a chiedere: «Che ti è successo?» sono gli adulti, a volte nota il disagio negli sguardi sfuggenti. «Per questo mi sforzo di raccontare con le parole giuste anche la disabilità, per esempio non dicendo ‘disabili’ ma “persone disabili”, non “pazienti” ma “persone pazienti”. Io sono la mia persona.» La parola più importante, per Fabia, è accettazione: «Perché lo facciano gli altri, lo devi fare prima tu. Solo così, guardando, non vedrai quello che manca ma quello che c’è. Come quando ammiriamo la statua della Venere di Milo: non ha le braccia, ma a chi importa?».

YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)
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Irma Testa

Provolera è uno dei quartieri più brutti di Torre Annunziata: cupo, caotico, violento. Una favela brasiliana senza lamiere, isolati quadrati e squadrati attorno a rettangoli di verde che il Comune si ostina a chiamare «parchi». Fra quelle strade, a metà degli anni Duemila, morire è un’opzione come un’altra: una faida di camorra bagna di sangue i marciapiedi, dietro le persiane chiuse delle case popolari le donne preparano senza sosta bottiglie di ragù e borsoni di biancheria pulita per i carcerati, negli androni i bambini giocano con le pistole. Anche le ragazzine, spesso. Anche Irma: «Le bambole non mi sono mai piaciute», ricorda oggi. Nemmeno i banchi di scuola, se è per questo. Per fortuna in città è arrivato da qualche tempo un signore che si chiama Lucio Zurlo e ha avuto una pazza idea: raccogliere chi marina la scuola e insegnargli a tirare di boxe. Un po’ sfogatoio, un po’ palestra di vita e di valori. Via la cartella, dunque, e vai con i guantoni. Diretto, jab e gancio sinistro, il suo colpo migliore da subito. Affinato nel tempo, sorpresa devastante perché arriva dal mancino. Come quello di Rocky Balboa. Provolera, l’abbiamo già detto, non somiglia alla Filadelfia immaginata da Stallone, se non per quella voglia molto working class di uscire dal cerchio che ci hanno disegnato intorno. Con la testa, con i pugni, con il cuore, poco importa. I genitori sono contenti quando Irma comincia a vedere una strada tracciata davanti a sé. «Volevano che facessi sport e stessi lontana dalla strada», racconta. «Per loro non è stato semplice tirare su quattro figli. Ho due fratelli più piccoli e una sorella di un anno più grande di me, Lucia, a cui devo tutto.» Lucia è la sorella maggiore da copione, quella irraggiungibile, quella che Irma emula e segue in tutto. È lei la prima a darsi al pugilato agonistico: resta sul ring anche tre o quattro ore al giorno. Ma a un certo punto la sua passione si spegne, e appende i guan- toni al chiodo. Irma invece a smettere non ci pensa proprio: «La boxe mi era entrata dentro. Se saltavo un allenamento, mi mancava l’aria: avevo bisogno dell’odore del cuoio, di sentire il sudore sulla pelle e le grida dei ragazzi che facevano a pugni. Questo sport era la mia certezza dopo un’adolescenza complicata. Sapevo che se mi fossi impegnata, avrei ottenuto qualcosa di bello. Avere un obiettivo da conquistare è fondamentale, per chiunque: quando lotti per qualcosa, cresci. È quello che purtroppo manca a molti ragazzi della mia città». Incontro dopo incontro, finisce con il farsi notare fin da giovanissima. A sedici anni nel suo paese è più famosa di Diego Armando Maradona e ha già in tasca cinque medaglie juniores; nella primavera 2016, appena maggiorenne, stacca un biglietto per le Olimpiadi di Rio de Janeiro e si arruola in polizia: entrare in un corpo militare è l’unica possibilità (non solo al Sud, non solo per le donne, non solo per gli sport di nicchia) per continuare ad allenar- si senza rischiare di saltare i pasti. «A quel punto i miei hanno tirato un sospiro di sollievo, per- ché almeno una figlia l’avevano sistemata», continua Irma ridendo. L’uniforme, in realtà, vorrebbe continuare a indossarla anche quando avrà terminato la carriera sportiva: «Mi piacerebbe lavorare nei Falchi della questura di Napoli, la squadra mobile che si occupa di mantenere l’ordine in città. Ce la posso fare, perché conosco bene il contesto delicato in cui i poliziotti si muovono.» Il resto è storia recente: ai Giochi Irma si ferma ai quarti di fi- nale, arrendendosi solo alla campionessa mondiale e futuro oro olimpico dei pesi leggeri Estelle Mossely, ma le resta la soddisfazione di essere stata la prima e finora unica pugile donna a portare i colori dell’Italia su un ring olimpico. Arrivano una biografia (“Cuore di pugile”, Mondadori), qualche spot, un po’ di notorietà che lei non sembra amare ma alla quale gli addetti ai lavori attribuiscono molti avvicinamenti alla boxe da parte di pubblico e praticanti in rosa. «Quando sento dire che questo è uno sport maschile, mi viene da ridere. Semmai è il contrario: nella boxe contano la grinta, il coraggio, la capacità di soffrire e di stringere i denti. Tutte doti che noi ragazze ci portiamo dentro. Il pugilato non è una disciplina violenta, anzi, è molto cerebrale: devi entrare nella testa dell’avversario, prevenire le sue mosse, sorprenderlo. È come in un libro di Harry Potter: sul ring ci sono due scintille d’intelligenza, e alla fine del combattimento una delle due si spegne. Come per magia.» La prossima magia è attesa a Tokyo 2020, quando Irma spera di tornare a competere per l’oro olimpico lasciandosi alle spalle la delusione di Rio. Con una motivatrice d’eccezione: «Ogni volta che mi abbatto non penso ai pugili che ce l’hanno fatta, ma a Frida Kahlo. Quando era ingessata in ospedale, dopo trentadue interventi chirurgici, si è fatta montare uno specchio davanti al letto e ha iniziato a farsi degli autoritratti. Sapeva che se avesse smesso di coltivare la sua passione non sarebbe più stata la stessa».

Elisabetta Villa/Getty Images for the Woolmark Company
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Livia Giuggioli Firth

Livia Firth è tra le donne più ammirate al mondo. Nata Giuggioli, laureata in Cinema alla Sapienza di Roma, da vent’anni è sposata con l’attore da premio Oscar Colin Firth e sfila al suo fianco sui red carpet. Ma non è per questo che si è imposta nel mondo della moda. Nel 2007 ha fondato a Londra Eco-Age, una società che promuove l’ecosostenibilità nel fashion system. «Facciamo consulenza ai grandi brand. Li aiutiamo a creare prodotti che non siano realizzati sfruttando la manodopera o impoverendo l’ambiente. Che siano eticamente ed ecologicamente corretti, dall’inizio alla fine», spiega. L’ufficio di Livia, nel cuore della capitale britannica, è elegante e accogliente. C’è tanto bianco, mobili di design e le vetrate danno su un giardino che invita al relax. Sulle pareti le foto con il marito agli Oscar, ai festival o sulla Walk of Fame, la strada di Hollywood con le stelle dei divi del cinema incastonate nei marciapiedi. Qui e là ancora immagini e quadretti con messaggi affettuosi da parte di stilisti famosi, da Stella McCartney a Giorgio Armani, e guru come Anna Wintour o la scomparsa Carla Sozzani. Nelle occasioni ufficiali Livia è splendida come un’attrice, fasciata in abiti bellissimi, ma sul lavoro il look è semplice: capelli castani lunghi e sciolti sulle spalle, pantaloni e ballerine. La maggior parte dei suoi vestiti sono legati a emozioni o ricordi particolari, e possono essere indossati anche per diversi anni di fila. Perché Livia è contraria al fast fashion, la moda usa e getta. «Dietro ogni abito che indossiamo c’è una storia: persone che passano anche dodici o quattordici ore in condizioni disumane in un capanno- ne dietro una macchina per cucire o che lavorano come schiavi in miniera per estrarre un diamante. Ecco, noi con Eco-Age controlliamo che non avvenga. E ai prodotti che raggiungono l’ec- cellenza della sostenibilità diamo la certificazione Green Carpet Challenge», GCC, che oggi è diventato un marchio. Un’etichetta che si trova su alcuni capi o accessori di Stella McCartney, Gucci, Erdem, Chopard. E che è diventata anche un riconoscimento: il Green Carpet Award, una specie di Oscar «verde» alla moda. Le statuette sono state assegnate alla Scala di Milano nel settembre 2017, durante la Fashion Week. Tra i premiati, Brunello Cucinelli, Tom Ford, Tiziano Guardini, Ilaria Venturini Fendi, le sarte del- la Maison Valentino e Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci. Green Carpet, ovvero tappeto verde. Il richiamo al red carpet, quello degli Oscar o del Festival di Cannes non è casuale. «Tutto parte da lì», rivela Livia. «Ho iniziato io sfilando sui tappeti rossi al fianco di Colin, vestita da capo a piedi GCC.» Quelle occasioni sono una magnifica vetrina per farsi conoscere: agli Oscar 2016, Michael Fassbender indossava dei tuxedo di Tom Ford certifica- ti GCC. Livia Firth è anche produttrice cinematografica e documentarista. Ha conosciuto Colin nel 1996 in Colombia, sul set del film per la tivù Nostromo, dove era assistente alla produzione. Lui non era ancora la star di Il diario di Bridget Jones e Il discorso del re. Colpo di fulmine, i due si innamorano e si sposano nel 1997. Oggi hanno due figli, Luca, sedici anni, e Matteo, quattordici. Ma quando ha iniziato a occuparsi di moda etica? Livia racconta che è sempre stata una cittadina attiva, cosa che la lega al marito. Però la molla è scattata durante un viaggio in Bangladesh nel 2008, dove era con la ONG Oxfam per seguire un progetto contro la violenza domestica. «Mentre ero lì con la giornalista del Guardian Lucy Siegle, abbiamo chiesto di vedere una fabbrica tessile. Sono rimasta sconvolta», ha detto poi. «C’erano guardie armate alla porta, le sbarre alle finestre, le stanze erano piene di donne chine, non circolava aria.» Tornata a Londra, ha cominciato a lavorare al progetto Eco-Age e a denunciare con un documenta- rio dal titolo The True Cost – A quale prezzo. Diretto da Andrew Morgan, il film racconta qual è l’impatto della moda sul mondo e mostra anche le conseguenze del terribile incidente nelle fabbriche tessili del Rana Plaza, l’edificio di otto piani di Dacca, la capitale del Bangladesh, in cui nel 2013 persero la vita più di 1.100 persone e moltissime altre rimasero ferite. Risale al 2008 invece il progetto The Circle, creato con la cantante Annie Lennox. Si tratta di un network di donne che provengono da differenti Paesi e contesti ma sono unite da un obiettivo: la lotta contro la povertà, lo sfruttamento e le ingiustizie di ogni genere. Raccolgono fondi, lanciano progetti in collaborazione con esperti, avvocati e sindacati. Come quello di un accordo a livello internazionale sui salari minimi per chi lavora nel tessile. Il mondo tutto paillette e lustrini del cinema rimane sullo sfondo ma c’è sempre. «Quello del cinema è un ambiente di professionisti che hanno una parte di lavoro superglamour, ma alla sera si tolgono le scarpe e i vestiti lussuosi e sono come tutti gli altri. C’è gente seria e gente meno seria, ci sono quelli che si divertono e quelli che si impegnano. Spesso quando si impegnano per le buone cause sono criticati. Ma perché star e divi non dovrebbero usare la loro immagine per diffondere dei messaggi importanti? Io, per esempio, non avrei mai potuto fare quello che faccio oggi se non fossi sposata con Colin e non sfilassi sui tappeti rossi. Non avrei mai potuto inventare la Green Carpet Challenge. Quindi, ben venga la fama se ti aiuta a fare delle cose buone.»


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Loretta Falcone

Da un lato, l’amore incondizionato della madre. Dall’altro, la caparbietà della scienziata. È grazie a queste due doti che Loretta Falcone ha salvato suo figlio da una diagnosi sbagliata di schizofrenia. I medici non avevano dubbi. Lei, cinquantaquattrenne americana di origine italiana, per sette anni ricercatrice alla NASA, ha scoperto che invece il suo bambino soffriva di un’altra malattia. Rara, ma curabile: si chiama PANDAS, acronimo inglese che sta per «disturbo neuropsichiatrico pediatrico autoimmune associato a streptococco». È un’infiammazione del cervello causata dal bat- terio del mal di gola e provoca disturbi ossessivo-compulsivi, tic e ansia. «I medici non mi credevano. Ma io non mi sono arresa: mio figlio è guarito in tre giorni con gli antibiotici», racconta con un sorriso di sollievo. I ricordi di quella terribile mattina di cinque anni fa sono ancora vivi nella sua memoria. «Mi hanno chiamata dalla scuola. Il bambino all’improvviso aveva cominciato a sbattere gli occhi e a piangere, come in un attacco di panico. Da Como, dove viviamo, l’hanno portato all’ospedale San Gerardo di Monza, dove è rimasto ricoverato nel reparto di psichiatria per diciassette giorni. La diagnosi dei medici non lasciava speranze: schizofrenia. Lo curavano con gli psicofarmaci, ma c’era qualcosa che non mi convinceva e mio figlio con gli occhi mi supplicava di salvarlo.» Il ragazzino, allora dodicenne, era sempre stato sanissimo. Perciò, con il tipico approccio da scienziata, Loretta ha cercato conferme ai suoi dubbi fiondandosi sui libri. Per quattro giorni ha letto senza sosta decine di studi e ricerche sulle malattie associate ai disturbi ossessivo-compulsivi. «Alla fine ho ipotizzato che la causa non fosse psicologica ma batterica, chiedendo ai dottori che gli facessero un tampone faringeo per verificare la mia ipotesi. Mi hanno risposto di no. No a un esame che costa 9 euro. Allora mi sono rivolta ad altri ospedali in Lombardia: mi dicevano che era ansia da separazione, che l’avevo allattato troppo a lungo. Alla fi- ne, una dottoressa dell’ospedale di Empoli ha eseguito il tampo- ne: era positivo. Perché mio figlio guarisse è bastata la penicillina.» Loretta ha sempre studiato pianeti, non certo medicina. Ma il suo pane quotidiano è dimostrare un’intuizione con prove concre- te, metodo che ha usato anche in questa battaglia. «Per anni sono stata l’unica donna a lavorare al Jet Propulsory Laboratory, il centro della NASA che coordina le missioni nello spazio di sonde e robot. E dovevo lottare perché mi stessero a sentire. Ero giovane e impormi in un ambiente lavorativo maschile non è stato facile.» Poi, la scelta di fare la freelance, di vivere in un Paese, l’Italia, dove secondo lei la qualità della vita è migliore. «Ora mi occupo di intelligenza artificiale per una start up, potrei abitare dovunque. Ma i miei sono di origine abruzzese e ho sempre pensato che l’Italia, un Paese in cui si dà valore ai legami tra le persone, fosse perfetta per crescere i miei tre bambini. Concorda anche mio marito. Lui è neozelandese, ci siamo conosciuti durante un viaggio in India.» Dopo quei giorni convulsi la divulgazione scientifica sulla malattia che ha colpito il figlio è diventata un secondo lavoro per Loretta, che oggi organizza conferenze con i maggiori esperti mondiali. In Italia le ultime stime parlano di circa centomila casi, a cui si devono aggiungere centinaia di mancate diagnosi. «È difficile da riconoscere. I sintomi sono in parte simili a quelli dell’autismo. Ma nella PANDAS arrivano all’improvviso e non si attenuano con gli psicofarmaci. Di colpo un bambino comincia a lavarsi di continuo le mani o riordina tutti i giochi più volte al giorno. Se viene diagnosticata entro un mese, la malattia si cura con gli antibiotici. Se si tarda, diventa cronica e servono trattamenti complicati e costosi.» Accanto a suo figlio, in ospedale, c’era un bimbo che piangeva disperato e che Loretta non può dimenticare: lo avevano legato al letto perché non stava fermo. «Sono andata avanti nella mia ricerca anche per lui. I dottori che avevano inizialmente curato mio figlio non sono venuti alle conferenze che ho organizzato. Penso che alcuni medici dovrebbero essere più umili e fare più ricerca: non si può permettere che i bambini e i loro genitori soffrano inutilmente.»


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Roberta Menegazzi

La meraviglia di Palmira, antica città carovaniera della Siria, nel 2015 si sgretolava sotto i colpi dell’Isis. La furia dei terroristi aveva già polverizzato alcuni tesori archeologici in Iraq, come a Mosul, Hatra e Nimrud, l’antica capitale dell’impero assiro, con il consueto, macabro rito dei video dello scempio diffusi in tutto il mondo. Roberta Menegazzi non dimentica le immagini di quei folli attacchi alla terra tra i fiumi Tigri ed Eufrate, alla quale lei ha dedicato i suoi studi e la sua vita. Piemontese di Mondovì, con il Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino ha lavorato in Medio Oriente e Asia Centrale. E dei giorni in cui il mondo assisteva all’agonia di Palmira, richiama un dettaglio: «Il figlio di un’amica, di soli cinque anni, guardando la tivù ha urlato: “Basta! Chiamate la polizia!” Mi ha fatto pensare che questa brutalità contro la cultura è scioccante per tutti, non solo per noi addetti ai lavori». Una riflessione consolatoria e devastante al tempo stesso per chi sognava di diventare archeologa sin da bambina, grazie a una scintilla accesa dai suoi genitori: «Quando avevo sei anni, mamma e papà mi portarono in gita a Paestum», confida Roberta. «Sentii una fascinazione per l’antichità, e in me nacque la curiosità d’indagare le storie nascoste dietro i resti del passato». Quella che un tempo era la Mesopotamia, e oggi è torturata da un conflitto impazzito, è la terra che la rapisce più di tutte: «È la culla di grandi civiltà. Dai sumeri, ai quali dobbiamo l’invenzione della scrittura, fino ai babilonesi e agli assiri». E i siti iracheni annientati dall’Isis rappresentavano tappe fondamentali per l’intera umanità: «Nimrud e Ninive, l’odierna Mosul, erano le capitali dell’impero assiro, che dominò la Mesopotamia tra il IX e il VII secolo avanti Cristo», spiega con trasporto. «Le lastre scolpite nei palazzi furono i primi esempi di racconti per immagini, illustravano le gesta dei sovrani con ricchezza di dettagli, i pesci nei fiumi, gli ornamenti delle vesti, le rocce delle montagne. A Nimrud, il palazzo del re Assurnasirpal, raso al suolo dall’Isis, era l’orgoglio degli iracheni: conteneva la più ricca collezione di rilievi assiri nella loro collocazione originaria e migliaia di avori intagliati. Sotto alcune stanze, poi, negli anni Novanta ci fu la sensazionale scoperta delle tombe delle regine.» È difficile, armati solo di passione, difendere questo patrimonio dal terrorismo: «Nella maggior parte dei siti iracheni non possiamo più recarci, è troppo rischioso». C’è però una luce che fa sperare che l’arte possa vincere sulla barbarie: la riapertura, nel 2015, del Museo nazionale iracheno di Baghdad, ricco di capolavori mesopotamici e rinato anche grazie al Centro ricerche archeologiche di Torino. «Ha un forte valore simbolico», dice Menegazzi. «Dimostra la volontà del popolo iracheno di opporsi alla violenza contro la sua identità culturale. L’Isis, oltre ad annichilire il presen- te dell’Iraq, punta a distruggerne il passato.» Lei, con i suoi colleghi, ha anche organizzato corsi di formazione per i restauratori locali. Delle missioni sul campo ama soprattutto questo scambio umano con le persone del posto: «Ricordo Chary, un quindicenne che ho incontrato in Turkmenistan. Voleva imparare l’italiano e gli regalai un vocabolario. La sua curiosità per la nostra lingua gli ha instillato l’amore per lo studio: oggi è adulto, laureato, con un buon lavoro in un ministero. E parla italiano». La spedizione in Turkmenistan è proprio quella che più le è rimasta nel cuore: «Ho lavorato per sette anni a Nisa, un centro cerimoniale dell’impero dei parti, che nel II secolo avanti Cristo conquistarono la Mesopotamia. È stato emozionante far affiorare un intero edificio, scoprirne gli intonaci colorati e le decorazioni quasi intatte. I parti sono poco noti, eppure così affascinanti: il loro regno poggiava sull’incontro tra influenze greche ed elementi locali, dimostrando che il mix di diversità può generare società vivaci. Uno spunto per i giorni nostri, quando si dibatte d’immigrazione e interculturalità». È proprio al tema dell’integrazione che lei dedica il suo tempo libero: «Insegno italiano agli stranieri, un’attività coerente con quella dell’archeologa che, in fondo, indaga le relazioni interculturali nel passato. È bello incontrare iraniani e iracheni sorpresi che un’insegnante italiana conosca a fondo la storia dei loro Paesi».


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Daniela Ducato

Ha guardato dentro le nostre case e quello che ci ha trovato non le è piaciuto per niente. Così ha deciso di buttare plastiche, colle e gommepiume per sostituirle con latte, miele e lana. Daniela Ducato ha quarantacinque anni, due figli piccoli e un marito di cui si occupava a tempo pieno, quando ha deciso di regalare una nuova vita a se stessa, e non solo. L’intuizione nasce osservando l’azienda edile di famiglia: «Vedevo uscire dalla ditta camion carichi di materiali per l’isolamento delle abitazioni, prodotti inquinanti ed energivori che venivano distribuiti in tutta la mia Sardegna, dalla Costa Smeralda al Sulcis. Immaginavo questi materiali velenosi lasciati in eredità ai nostri figli e nipoti. È allora che ho sognato un’alternativa: prodotti sani per le case, che una volta esaurito il loro ciclo tornassero alla terra per darle nutrimento e fertilità». Ecco l’idea: usare le eccedenze dell’agricoltura per trasformarle in eccellenze dell’architettura. «Mi è venuta osservando gli animali: il nido di una formica, per esempio, è un’opera straordinaria di efficienza energetica e acustica, realizzata solo con quello che la natura mette a disposizione. Oggi possiamo costruire le case imi- tando le formiche, gli uccelli, le farfalle. Basta guardare il mondo con i loro occhi: lo scarto della vite è un dono, un filo di erba sfal- ciata o il guscio di un uovo diventa una risorsa.» Oggi Daniela coordina la filiera italiana di aziende Edizero, che produce materiali naturali ricavati dalle eccedenze agricole e usati per l’efficientamento energetico e acustico degli edifici, ma nche per disinquinare il mare e rigenerare la terra. È quella che lei definisce «un’architettura di pace che non usa derivati del petrolio, prima causa al mondo di guerre e inquinamento». Per le sue innovazioni sostenibili ha ricevuto un’ottantina di premi internazionali, come il prestigioso riconoscimento europeo per la green economy Euwiin International Award, e nel 2015 è stata insignita del titolo di Cavaliera della Repubblica per meriti ambientali. Per esempio, con la scotta, che è il sottoprodotto del- la lavorazione del formaggio, si produce un legante per pitture di qualità. La lana di pecora eccedente diventa un isolante per tetti e pareti, la risulta del frantoio un additivo per migliorare la resi- stenza delle malte. «Dietro questi prodotti c’è anche la fotografia dell’Italia: dalle vinacce otteniamo leganti e colori naturali che racchiudono la storia di un Nero D’Avola o di un Cannonau.» Negli anni si sono aggiunti altri prodotti con altissime performance: isolanti di sughero di nuova generazione senza colle di sintesi, sottopannelli in lana di canapa che vantano il record mondiale per il miglior potere isolante. E poi oleoassorbitori in lana e fibre vegetali per assorbire gli idrocarburi in mare e fibre geotessili per ripristinare i suoli degradati. Secondo Daniela questa è la vera economia green, contrapposta a una massiccia fetta di verde «taroccato e sovvenzionato»: «C’è una grande corsa a fare finta ricerca in partnership con aziende fatiscenti che vivono sulle spalle dei finanziamenti statali. Così non si fa sviluppo, si danneggia la meritocrazia e non si producono nuovi posti di lavoro. In nome dell’efficienza energetica stiamo im- bottendo gli edifici di materiali derivati dal petrolio. Per noi produrre senza petrolchimica significa produrre salute e pace. E senza un euro pubblico». Venticinque anni fa la sua casa è stata il primo grande labora- torio di sperimentazione. Oggi non deve essere riscaldata e neppure raffrescata, perché ha un cuore di lana. Il forno e le pareti sono di terra cruda, i colori di miele e di sfalci di erba alla calce stagionata, i muri della cucina e del bagno sono all’olio di oliva, i pavimenti di vetro di bottiglie sminuzzate. E la terra è buona, prodotta dai suoi amici lombrichi, che lei alleva alimentandoli con gli scarti di cucina. Le resta una battaglia: chiede che gli incentivi pubblici per l’ef- ficienza energetica siano vincolati ai materiali certificati prodotti senza petrolio e tracciabili, con l’obbligatorietà in caso di edilizia pubblica, a partire da quella scolastica. «I nostri ragazzi hanno diritto allo studio ma anche alla salute.» E per il futuro Daniela, che non smette mai di guardare un po’ più avanti, si augura che dopo anni di «effetti speciali» si torni agli «effetti naturali». «Cioè che si recuperi quel sano buonsenso che aveva mia nonna, che mai avreb- be gettato nel cestino una buccia di cipolla.»


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Guendalina Salimei

Il gigante di cemento svetta nella campagna cupo e immobile. I raggi del sole si riflettono sugli undici piani di vetrate, pilastri, ballatoi, ma non riescono a illuminare quel grigiore che tanto stona con il verde circostante. L’architetta Guendalina Salimei lo guarda e il suo sorriso contagioso si incrina: «E pensare che qui ci sono una luce, una vista, un’aria che è difficile trovare nel centro di Roma. Il Serpentone è un’enorme ferita». Come tutti gli abitanti della Capitale, anche lei chiama «Serpentone» il Corviale, il palazzone lungo un chilometro sulla Portuense progettato negli anni Settanta per diventare un complesso residenziale avveniristico, con milleduecento appartamenti, sale condominiali, un anfiteatro, una galleria di negozi. E trasformatosi invece nel simbolo del de- grado della frontiera della città. «Nel nostro Paese, le periferie sono state costruite a gran ve- locità e con materiali scadenti: si pensava solo a tirare su gli edifici, non a dotarli di servizi, perciò sono state abbandonate. Ma la soluzione non è buttare giù il Corviale, come in tanti hanno ripetuto. Non è giusto, così come non è giusto distruggere le Vele di Scampia. L’architettura deve essere al servizio delle persone, non di idee astratte.» Guendalina ne è convinta fin da quando si laurea in Architettura, nel 1990. Potrebbe dedicarsi alla ristrutturazione d’interni, sarebbe più comodo, ma «l’arredo è un dettaglio» che non le interessa, a lei piace ragionare sulla città per migliorarla. Così, con cinque colleghi, fonda a Roma il T studio e inizia a realizzare la sua visione: lavora alla riqualificazione del porto di Napoli e del Borgo Murattiano a Bari, al quartiere ecosostenibile Vydrica a Bratislava e alla città verde Dao Viet in Vietnam. «Ma mai da sola. Nel mio team ci sono urbanisti, paesaggisti, ingegneri… Io sono come un direttore d’orchestra», tiene a sottolineare lei, un passato da con- tralto in un coro e una passione per Peter Gabriel. La definiscono «la punta di diamante delle progettiste italiane», eppure, a sentirla parlare, nulla le è più estraneo dello status di archistar. «L’architettura per me è impegno civile, è cuore», ribadisce. «Il degrado urbano diventa inevitabilmente degrado umano. La mia sfida è restituire decoro alle periferie per ridare dignità alle persone. Bastano interventi piccoli ma mirati. Eseguiti in punti strategici, contagiano il resto.» Con questa filosofia l’instancabile Guendalina si mette in testa di dare un nuovo volto, e soprattutto una nuova anima, al Corviale. Nel 2009 partecipa al concorso per la riqualificazione e lo vince. Il suo progetto, quando saranno conclusi i lavori periodicamente ri- mandati, trasformerà il Serpentone di cemento in un Chilometro verde: al quarto piano, che all’inizio doveva ospitare la galleria di negozi e oggi è occupato da oltre cento famiglie stipate in appartamenti abusivi, ci saranno giardini pensili e spazi di condivisio- ne. «Perché», osserva, «servono aree in cui costruire relazioni. Non esiste solo l’isolamento dei luoghi, esiste anche quello delle persone.» Per una di quelle strane ironie della vita, nonostante vent’an- ni di professione, una trentina di concorsi e un centinaio di premi internazionali vinti, non è l’architettura a renderla famosa, ma il cinema. A Guendalina si ispira infatti Serena Bruno, la protagoni- sta del film del 2014 Scusate se esisto!, architetta come lei e come lei impegnata sul Corviale. «Quando l’ho visto, mi sono talmente emozionata che sono dovuta uscire dalla sala: è la mia storia professionale, mi sono riconosciuta. Anche se mio marito non è bel- lo come Raoul Bova. E, a differenza del personaggio interpretato da Paola Cortellesi, non ho mai lasciato l’Italia. E non sono mai stata costretta a fingermi un uomo per farmi approvare un progetto», dice lei, che dal 2006 è anche ricercatrice alla facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma. Quello che non dice è che, sempre nel 2014, una commissione composta da cinque uomini le negò la qualifica di professore asso- ciato… «A parte Gae Aulenti, a chi viene in mente un altro architetto donna in Italia? E all’estero, fatta eccezione per Zaha Hadid, come siamo messe?» si limita a osservare. «Questo è un mestiere che si fa in cantiere. In un clima maschio, con gli operai che non vanno tanto per il sottile. È comprensibile, non giustificabile, che non ci sia grande considerazione per le donne.» Ma da luoghi comuni e pregiudizi non si è mai lasciata intimidire. E di ciò ringrazia sua madre: «Considerava me e mio fratello uguali e ha sempre fatto in modo che lo fossimo. Così sono cresciuta forte».