I miei giorni passati in casa a curare il contagio

26 03 2020 di Myriam De Filippi
Credits: Ivan Genasi

Ci sono zone d'Italia particolarmente colpite dal coronavirus: Bresso, a 10 km da Milano, è una di queste. Lì vive Silvia Dell'Orto, make up artist, che ha vissuto un'esperienza terribile insieme alla sua mamma, entrambe colpite dal contagio. Si ritiene fortunata, perché alla fine tutto è andato bene. E qui racconta la sua esperienza, i giorni trascorsi in casa a partire dalla telefonata alla guardia medica, poi al medico di base, la misurazione dell'ossigeno con lo spirometro. La febbre non c'è, ma la polmonite è in corso.


Quando la respirazione ha cominciato a farsi molto affannosa, ho chiamato la guardia medica. Mi sono sentita dire: «Se è riuscita a telefonare, vuol dire che ce la fa ancora». Quello è stato uno dei momenti più pesanti di questo marzo terribile.

Prima mi sono occupata di mia mamma, una roccia di 79 anni che neppure un tumore alla gola l’anno scorso ha scalfito. Era tornata a essere la donna attiva di sempre e frequentava gli spazi culturali e ricreativi con tanti suoi coetanei a Bresso. Forse proprio quei momenti di svago, insieme a un sistema immunitario che non aveva ancora assorbito tute le botte inferte dal cancro, le sono stati fatali. Mentre racconto, 17 conoscenti della mamma ci hanno lasciato, 47 sono in terapia intensiva e almeno 200 persone si trovano in isolamento domiciliare. Lei a inizio marzo ha cominciato a sentirsi inspiegabilmente stanca, ad avere la febbre. Ai miei fratelli non era permesso raggiungerci così io le sono stata accanto. Commettendo anche una sciocchezza: ho comprato mascherine per tutta la famiglia ma nei primi giorni, per paura di inquietare la mamma, non l’ho indossata. Lei continuava a stare male e il suo medico, il dottor Giovanni D’Angelo, per l’ennesima volta si è rivelato davvero straordinario: non si è limitato a parlarle al telefono, ma con le dovute precauzioni l’ha visitata. Ci ha detto che aveva i “polmoni scricchiolanti” e ci ha spedite al pronto soccorso. Lei è stata ricoverata in terapia subintensiva al Niguarda e io, dopo aver trascorso una notte in hotel per permettere ai miei di fare le valigie senza incrociarmi, sono tornata a casa e mi sono messa in autoisolamento.

Siamo stati fortunati perché mio marito ha potuto andare con nostra figlia nell’alloggio di suo fratello, che era libero. Mi chiedo come facciano le tante famiglie che non hanno questi spazi e, soprattutto, non hanno altrettanta armonia nei rapporti. Siamo stati fortunati anche perché al Niguarda abbiamo trovato gentilezza e tenerezza, espresse da tutti: dagli addetti allo sportello ai medici agli infermieri. Se fino a poco tempo fa nelle strutture sanitarie ci si sentiva spesso trattati come numeri, ora siamo numericamente tanti ma trattati come persone. Dopo una decina di giorni la mamma è stata dimessa: ha la polmonite ma può guarire a casa, se evita gli sforzi e si cura. Il Comune di Bresso le fa recapitare a casa i pasti.

Mentre comincia a smorzarsi l’ansia per la mamma sale quella per me. Sono una persona forte, di solito capace di mantenere il controllo in situazioni difficili, ma fatico a reggere ancora questi dolori in tutto il corpo, la nausea, la dissenteria, la sensazione di avere un ferro da stiro piazzato tra le scapole e il fiato che va in riserva. Non ho febbre, non mi fanno il tampone, non viene certo un’ambulanza a prendermi. Del mio medico di base non ho notizie. La dottoressa Carmela Apicella che l’ha sostituito mi chiama due volte al giorno per valutare le mie condizioni. All’inizio mi viene fatta scaricare una app sul telefonino con cui misurare il modo in cui lavorano i miei polmoni. Dopo qualche giorno ho uno spirometro: migliore lo strumento ma peggiori i risultati. I valori scendono, inesorabilmente... Una condizione difficile da sostenere. Mentre mi domando come farò penso anche alle tante persone molto più anziane di me che in queste notti sono sole nel loro letto con il fiato sempre più corto. È orribile la consapevolezza che molte muoiano così...

Poi, dopo giorni che mi sembrano infiniti, mi fanno andare al centro Multimedica dove c’è una linea speciale per situazioni come la mia. Lì mi fanno la tac: sono in risoluzione di polmonite. Sto già guarendo. P.S. All’inizio dell’isolamento mi vedevo con mia figlia tramite Facetime. Ma poi ho smesso: proprio io che valorizzo la bellezza dei volti, non riuscivo a scacciare dal mio la devastazione della malattia. Pochi giorni ancora, però, e dopo un mese di distacco tornerò a riabbracciare la mia bambina. Anche la mamma sta meglio, passa il tempo al telefono con le amiche del burraco. Non vede l’ora di poterle rivedere, di rivedere le sue amiche sopravvissute come lei.

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