Nel film che ha riportato Nanni Moretti in Concorso alla Mostra di Venezia, Succederà questa notte, Louis Garrel è un giovane uomo che, quando la compagna fa un passo indietro, accetta di crescere da solo un bambino piccolo e che anni dopo accompagna, con grazia e sollecitudine, il padre malato al suo ultimo concerto. Non è un eroe, abbraccia la sua scelta come un’opzione possibile, senza rivendicazioni né proclami. Un’istantanea veneziana che fa il paio con quella proposta da Stéphane Brizé in Un bon petit soldat – un padre separato si assume senza recriminare la cura del figlio per consentire all’ex moglie di dedicarsi alla propria carriera – o da Nicolas Pariser, che in Un peu avant minuit, sempre in Concorso al Lido, insegue un 50enne che misura a ritroso la sciatteria con cui ha trattato fidanzate e colleghe negli anni in cui si pensava al centro del mondo.

I protagonisti della serie Maschi veri: la seconda stagione è su Netflix dal 7 ottobre. Da sinistra: Matteo Martari, Francesco Montanari, Maurizio Lastrico, Pietro Sermonti.
I protagonisti della serie Maschi veri: la seconda stagione è su Netflix dal 7 ottobre. Da sinistra: Matteo Martari, Francesco Montanari, Maurizio Lastrico, Pietro Sermonti.

Se lo sguardo si sposta sulla serialità, dal 7 ottobre la seconda stagione di Maschi veri riporta su Netflix quattro amici convinti d’essersi ormai affrancati da ogni mascolinità tossica, salvo ritrovarsi comicamente smentiti alla prima prova dei fatti. Fermenti di cambiamento che riecheggiano in altrettante novità editoriali: Maschiacci e femminucce di Irene Biemmi (Rizzoli con Fondazione Giulia Cecchettin), indagine sulle radici infantili dei condizionamenti; Maschi, si salvi chi può! di Marco Bonini (Santelli), dedicato alla decostruzione dei miti virili; Ciao bello di Barbara Bachmann e Franziska Gilli (Raetia), reportage fotografico che spia il maschio nostrano nei suoi sacrari, dagli spogliatoi alle caserme.

libro Ciao bello. Mascolinità in cambiamento di Barbara Bachmann e Franziska Gilli.

I numeri che non cambiano

È un affresco vivido, che sembra accreditare l’idea di un’evoluzione, mentre i numeri oppongono una tenace resistenza: nel 2025 le donne uccise in Italia sono state 111, nel 65% dei casi per mano del partner o di un ex, mentre quasi il 32% delle italiane dichiara di aver subìto una forma di violenza fisica o sessuale. Quanto alla condivisione dei carichi familiari e di cura, il divario pare pietrificato: se le donne vi dedicano mediamente 4,44 ore al giorno, gli uomini si fermano a 2,06, con un incremento di appena 19 minuti in 20 anni di retorica sui “nuovi padri”.

Stereotipi di genere: tutto parte dall’infanzia

«Se si guarda all’infanzia, c’è ancora ben poco all’orizzonte che autorizzi a parlare di cambiamento» premette Irene Biemmi, pedagogista all’Università di Firenze. «A scuola ci si concentra molto sull’empowerment femminile, identificando – com’è giusto – nelle bambine il soggetto più penalizzato dagli stereotipi. Si trascura però spesso l’idea che gli stessi retaggi possano condizionare anche le inclinazioni dei maschi: spingiamo a diventare ingegnere o astrofisico anche chi magari aspirerebbe a insegnare in una scuola dell’infanzia. I maschi restano infatti ancora lontani dalle professioni educative e di accudimento e ciò priva i più piccoli di un immaginario in cui anche l’uomo sia figura d’affetto e di cura, spunto decisivo per scardinare la sovrapposizione tra virilità e aggressività».

Il peso di sentirsi il “genere oppressore”

Il prezzo di quest’associazione, sigillata da secoli di patriarcato, lo scontano ancora una volta i giovani uomini, osserva la pedagogista. «Mi è capitato di accogliere la testimonianza di uno dei rari studenti maschi in un’aula affollata di future maestre: 20 anni, biondino, pareva il Piccolo Principe. “Prof, consideri la mia posizione” m’ha detto. “Ho una compagna che gira con lo spray al peperoncino in tasca e un’altra iscritta a un corso d’autodifesa. Sa di chi hanno paura? Di uno come me”. Mi ha fatto riflettere su cosa voglia dire, per tanti ragazzi buoni e in gamba, sentirsi addosso l’etichetta del genere oppressore: è una forma di violenza pure quella».

Una bambola per Alberto e i papà degli albi illustrati

D’altra parte, fin dall’infanzia, assicura Biemmi, la censura verso chi, tra i piccoli maschi, mostri una più spiccata attitudine all’accudimento si conferma caparbia. Lo rivelano le vicissitudini di Una bambola per Alberto, storia illustrata di Charlotte Zolotow e Clothilde Delacroix su un bambino che ottiene di portare in giro la propria bambola su un passeggino. «Un testo che ha fatto saltare sulla sedia ideologi gender e anche qualche maestra» dice Biemmi. «Quando poi un uomo adulto che scarrozza il proprio bebè viene spesso additato come padre modello».

È una rappresentazione aspirazionale della paternità che apre una piccola falla nell’impianto della maschilità. «Analizzando per una ricerca una cinquantina di albi illustrati recenti, mi sono imbattuta in papà coccoloni, presenti, forse un po’ impacciati, ma disposti a provarci. Sono la proiezione di ciò che vorremmo trasmettere ai bambini, anche se poi, entrando nelle case, la quotidianità si dimostra diversa. C’è una quota significativa di uomini che a parole sostengono di non volere per le figlie lo stesso assetto in cui sono cresciuti: molte studentesse riferiscono di padri che le esortano a studiare e a cercarsi un lavoro, in nome dell’autonomia. Talvolta sono però gli stessi che alla sera si siedono a tavola aspettando che le mogli servano loro la cena».

Riscrivere i miti maschili, da Adamo a Geppetto

Questa transizione viene analizzata da una traiettoria complementare da Marco Bonini. Attore e autore, conduce per la Fondazione Una Nessuna Centomila laboratori d’autocoscienza maschile mutuati sulle pratiche femministe degli anni ’70. Da lì scaturisce Maschi, si salvi chi può!, «saggio fondato sull’idea che l’identità, più che un destino immutabile, sia una narrazione tramandata di padre in figlio» dice. «Se si tratta di un racconto, lo si può decostruire, riscrivere». Da qui la scelta di rileggere cinque miti fondativi maschili – da Adamo a Zeus, da Ulisse a Geppetto, fino al Cavaliere inesistente di Calvino – per stanarne le contraddizioni e indicare una via d’uscita.

Persino certi segnali di reazione identitaria, dalle derive della manosfera alla virulenza delle comunità incel, secondo Bonini vanno letti in chiave reattiva: «Come il contraccolpo tipico delle fasi di rottura: è così aggressivo perché avverte la concretezza della minaccia. L’altra faccia di questo guado la misuro durante le presentazioni dei miei libri, dove un numero inedito di uomini mi si avvicina chiedendomi una dedica personale, senza più ricorrere alla solita scusa “È per mia moglie”».

Mascolinità tossica: una sovrastruttura, non un fattore biologico

Anche sul tema della cura Bonini giunge, per altre vie, a conclusioni analoghe a quelle di Biemmi: «La ripartizione delle competenze è stata sancita a tavolino nel primo capitolo della Genesi, allorché al maschile è stata scippata quella facoltà cruciale». La conferma, per lui, è una questione di famiglia: «A 14 anni mio figlio, per guadagnare qualcosa, si è messo a fare il babysitter. Ha seguito un bambino dai 5 ai 12 mesi svezzandolo, letteralmente: un gesto naturale, in assenza di condizionamenti». La stessa libertà lo ha sorpreso nel padre, «un maschio d’impronta tradizionale a cui un infarto ha compromesso la memoria. Con i ricordi se n’è andato pure il codice patriarcale: s’è risvegliato ed era “soltanto” un essere umano. Lì ho compreso come la virilità tossica non sia un fattore biologico o genetico, ma una sovrastruttura».

Una battaglia che si combatte in famiglia

Questa storia intima e potente ha dato vita al romanzo Se ami qualcuno dillo, che ora è diventato il film omonimo con Edoardo Leo e Claudia Gerini, in sala dal 16 ottobre, e segna il suo debutto alla regia. «È una battaglia che non si combatte soltanto nelle piazze, ma nel privato delle camere da letto e nelle relazioni familiari» conclude Bonini. «Dobbiamo smettere di guardare questa delicata metamorfosi come un atto di penitenza o una concessione filantropica verso le donne: è un passaggio che ci riguarda direttamente, perché liberarci da quel modello migliora innanzitutto la nostra vita e la qualità dei nostri affetti».

Il cast di di Se ami qualcuno dillo
Il cast di “Se ami qualcuno dillo”. ©fabiolovino