Abbiamo imparato, negli ultimi anni, a riconoscere e decostruire gli stereotipi che schiacciano le donne. Abbiamo parlato di carichi mentali, divari salariali, molestie sul lavoro, relazioni tossiche. Ma se è vero che la strada verso l’uguaglianza passa anche attraverso il linguaggio, la cultura, l’immaginario, allora c’è una metà della storia che manca all’appello: è la metà maschile.

La parità raccontata a metà

La verità è che, almeno all’inizio, quel racconto nuovo siamo state noi per prime a non volerlo applicare agli uomini. Lo ammette la scrittrice Francesca Cavallo: «Nel 2026 Storie della buonanotte per bambine ribelli compie 10 anni. Se all’epoca qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei scritto un libro per i bambini (Storie spaziali per maschi del futuro, una raccolta di fiabe che si concentrano su 12 aspetti chiave nella formazione dell’identità maschile, ndr), gli avrei risposto: “Ma tu sei matto!”. Quando alle presentazioni mi chiedevano: “E per i maschi cosa possiamo fare?”, io mi innervosivo. L’unica cosa che mi sembrava giusta era metterli da parte». Era una forma di protezione, per noi, il nostro spazio, la narrazione che cominciava a cambiare. Eppure oggi ce ne accorgiamo: lasciare gli uomini fuori dalla conversazione sulla parità non li ha resi meno privilegiati in quanto “sesso forte”, ma neppure più liberi.

Perché all’inizio abbiamo escluso gli uomini

Proprio da lì, da quella distanza, è iniziato un percorso di ripensamento. «Anche io avevo introiettato degli stereotipi» ammette Francesca Cavallo. «Dividere le persone in categorie è violento. I bambini non possono essere tirati su con l’idea di avere un peccato originale da scontare in quanto maschi». Ovviamente, non è stato un cambiamento semplice né immediato. «Grazie al libro sui maschi, ho ribaltato tante mie convinzioni. Che gli uomini siano per natura prepotenti, per esempio. Qualsiasi atteggiamento io l’ho sempre visto attraverso la lente della malafede. Tanto più che, come molte, ho avuto diverse conferme a quei pregiudizi: la narrazione sembrava funzionare».

Un cambio di prospettiva necessario

Oggi, invece, quella narrazione comincia a mostrare le sue crepe. Lo conferma una nuova ricerca di Fondazione Libellula. Si intitola L.U.I. Lavoro, Uomini, Inclusione, è stata realizzata ad aprile e sarà presentata il 2 ottobre all’Università Cattolica di Milano. Tra poco analizzeremo alcuni dati che abbiamo avuto in anteprima. Intanto va detto che si tratta della seconda indagine della Fondazione dedicata all’identità maschile, con una portata più ampia: 101 domande rivolte non solo agli uomini (2.137) ma anche alle donne (3.947), per esplorare un territorio ancora poco indagato. Stereotipi, discriminazioni, ruoli di cura, lavoro, violenza…

Di solito, quando si parla di parità di genere, il maschile viene silenziato, come se non fosse nemmeno un genere

Un libro per i maschi del futuro

Parlare di stereotipi maschili non significa togliere spazio alle nostre conquiste. Significa piuttosto riconoscere che certe aspettative pesano su tutti. E che se vogliamo davvero cambiare le dinamiche tra uomini e donne, dobbiamo cominciare a guardarci l’un l’altra senza considerarci nemici. «Serve compassione. Che è come dinamite nel cuore del patriarcato» dice Francesca Cavallo. È da lì che nasce il suo nuovo lavoro: non da una resa, ma da una possibilità. «Il viaggio verso la parità è un viaggio di liberazione reciproca» sottolinea. Per questo, nel costruire Storie spaziali per maschi del futuro è partita dalle fiabe.

Gli stereotipi nei personaggi maschili

Dai ruoli, dagli archetipi, dai copioni che affidiamo ai bambini fin da piccoli e che spesso ci sembrano neutri ma non lo sono affatto. «Ho passato ai raggi X i personaggi maschili e mi sono accorta che non sono liberi. Il principe azzurro, per esempio, è sempre uguale a se stesso. Non è un personaggio, è una funzione narrativa. O c’è la principessa da salvare o lui non ha senso» continua la scrittrice. Non è solo una questione di trama, ma anche di profondità emotiva. «Prendiamo Biancaneve. Perché del padre che resta vedovo e si risposa con una stronza che vuole uccidergli la figlia non sappiamo niente? Perché uno degli stereotipi più duri da scalfire è che gli uomini non abbiano una vita interiore. Ma ai bambini bisogna offrire un’emotività più ricca, più complessa. Più umana».

Costruire una nuova narrazione maschile non significa giustificare, ma comprendere. Significa smettere di raccontare agli uomini che possono essere solo forti e permettere loro di essere anche qualcos’altro

La vita emotiva negata agli uomini

La mascolinità, ancora oggi, si misura spesso su parametri rigidi: forza, ambizione, controllo, competitività. Ma cosa succede quando un uomo non si riconosce in questo modello? Quando è padre e chiede tempo per stare con i figli? Quando è stanco e ha vergogna di dirlo? Quando è fragile e non gli viene dato spazio per esserlo? La nuova ricerca di Fondazione Libellula prova a rispondere proprio a questo. Non con ipotesi, ma con dati che raccontano un disagio diffuso e spesso taciuto. Quelli che analizziamo qui in anteprima tracciano il profilo di una maschilità in trasformazione che chiede nuovi strumenti, nuove parole, nuovi spazi. E che, forse, ha solo bisogno di essere legittimata a cambiare.

Uomini e parità: cosa dice la nuova ricerca

L’idea che gli uomini reggano meglio la pressione continua ad alimentare il silenzio attorno al loro malessere, fisico e psichico. Eppure, oltre il 4% ha dichiarato di subire mobbing. Un numero piccolo, ma molto eloquente. «Questo dato decostruisce un tabù» spiega Mara Ghidorzi, gender expert di Fondazione Libellula. «Non è vero che sono più freddi o più forti. Anche per loro crollare è un’esperienza reale, solo che non se ne parla». Lo stesso vale per il lavoro, da sempre considerato il loro ambiente “naturale”. Invece il 25% degli uomini ha lasciato un impiego a causa di un contesto tossico. «Per molti ammettere un disagio resta impossibile. Gli uomini non sono abituati a chiedere aiuto, a nominare le fragilità, a condividere quello che li mette in crisi» continua Ghidorzi.

E lo stigma è più forte: mostrarsi vulnerabili, per loro, è quasi imperdonabile

La fragilità maschile esiste, ma non si dice

Poi c’è la paternità, forse la ferita più silenziosa, che unisce tre dati e tante considerazioni. Il 18% degli uomini sente di dover sacrificare la propria carriera per occuparsi della famiglia. Ma chiedere spazio per la genitorialità ha un costo: il 5,4% ha ricevuto commenti negativi sul fatto che possa compromettere il rendimento sul lavoro. E sebbene il congedo parentale sia un diritto, gli uomini che ne usufruiscono sono ancora pochi: tra quelli che hanno figli, il 65,4% dichiara di non averlo utilizzato interamente. Alla base, spesso, uno stigma culturale che porta alcuni a temere di essere etichettati come “mammo”.

Paternità e carriera: lo stigma resta forte

«I cambiamenti ci sono, ma non bastano» spiega Ghidorzi. «Le pressioni arrivano spesso dagli altri uomini, dai colleghi. È come se esistesse un solo modo legittimo di essere padre: quello che non disturba, non chiede tempo, non rallenta nulla». Infine, un’altra gabbia ancora più invisibile. Il 4,9% degli uomini ha subito discriminazioni per il proprio orientamento affettivo-sessuale.

Nel mondo del lavoro l’uomo deve essere maschio. E per chi non rientra in quel modello non c’è spazio per raccontarsi

Quando il maschile non rientra nei canoni

Perché «la nostra idea del maschile è confinata dentro un perimetro molto stretto: fuori c’è un sacco di vergogna» aggiunge Francesca Cavallo. E finché restiamo dentro quel perimetro parlare di parità sarà impossibile. Lo dimostra un dato che fa rumore: rispetto alla precedente indagine, la consapevolezza maschile sulla parità di genere è diminuita di ben 8 punti. Un segnale preoccupante, che racconta anche la fatica del cambiamento: quando si mettono in discussione privilegi radicati, la prima reazione può essere la chiusura. Ogni resistenza, però, è un segnale che qualcosa si è messo in moto. E infatti non tutto è fermo. In controluce qualcosa si muove, soprattutto tra i più giovani. «I maschi delle nuove generazioni» conclude Cavallo «sono più disponibili alla tenerezza». Che sia da lì che si debba cominciare?

HEY MAN! Il festival per ripensare l’identità maschile

Dal 19 al 21 settembre, alla Fabbrica del Vapore di Milano, debutta HEY MAN! Un imprevisto festival maschile. Un evento culturale unico, dedicato al ripensare l’identità maschile e ad aprire un confronto nuovo, lontano da stereotipi e cliché. Un progetto di Mica Macho e Osservatorio Maschile con il Comune di Milano e in collaborazione con Fondazione Libellula, di cui Donna Moderna è media partner. Un festival che coinvolgerà aziende, scuole e cittadini in talk, workshop, spettacoli e gruppi di discussione. Un invito rivolto agli uomini per renderli protagonisti di un cambiamento culturale di cui tutti abbiamo bisogno. Per partecipare, vai su heymanfestival.it e prenota il tuo posto. È gratuito!

Identità maschile e disagio: gli uomini dentro gabbie invisibili

«Ci siamo accorti che, come uomini, stavamo scomodi in qualcosa. Che c’era un nodo da sciogliere» racconta Claudio Nader, referente di Osservatorio Maschile. Da lì è nata l’idea di HEY MAN! Un imprevisto festival maschile. «Un evento per far dialogare mondi diversi e ripensare l’identità maschile fuori dagli stereotipi». Cinque i temi attorno a cui ruotano gli incontri: relazioni e sessualità; famiglia e lavoro; corpo e salute; educazione e identità; modelli e rappresentazioni. Tutti attraversati da una domanda cruciale: cosa significa essere uomini, oggi? «La maschilità è ancora legata all’efficacia. E devi sempre dimostrarla: al lavoro, in coppia, tra amici.

Fuori dal recinto: cosa succede quando un uomo cambia

È come una levetta che si alza e si abbassa in continuazione» spiega Nader. «Basta poco per uscire dal perimetro, far abbassare la levetta, perdere quello che i “men’s studies” chiamano “capitale maschile”. È un recinto piccolo e stare fuori fa paura». Vale per la paternità, per le emozioni, persino per il corpo. «Io sono andato dall’andrologo solo quando non riuscivo ad avere figli. Il corpo, per noi, deve solo funzionare. Non è qualcosa da ascoltare, è uno strumento per fare qualcosa, non per essere qualcosa. Nessuno mi aveva mai detto che dovevo prendermene cura». Cambiare non è scontato, neanche nelle cose più semplici. «Quando ho cominciato a mettermi la crema per il viso, la mia compagna non l’ha presa bene. Perché trasformare il maschile vuol dire rimettere in discussione tutto. Anche quello che sembra normale».