Partiamo da qui, dalle basi. Le due parole “maschi” e “uomini ” sono sinonimi? È la domanda che ci è stata posta all’inizio di una tavola rotonda sul tema dell’identità maschile a cui ho partecipato di recente. Guardando il dizionario, la risposta è facile. Con la parola maschio si indica il sesso biologico, contraddistinto dal cromosoma XY. Per uomo si intende, invece, il maschio adulto. Tutti gli uomini sono maschi, specifica il vocabolario, ma non tutti i maschi sono uomini. Cioè, possono essere anche ragazzi o bambini.

Gli stereotipi di genere limitano anche l’identità maschile

Fin qui, tutto chiaro. È quando usciamo dalle pagine dei libri che la faccenda si complica. Perché non è sufficiente la genetica per spiegare le cose, entra in gioco la cultura. E lì sono guai. “Sii uomo”, “Comportati da ometto”, “Gli uomini non piangono”, “Non sei un vero uomo se…” sono tutte espressioni che fanno parte della nostra educazione, che ci comunicano fin dall’infanzia qualcosa di più rispetto al semplice dato anagrafico e di genere. Ci spiegano che, se nasci con quel cromosoma, devi rispondere a una serie di aspettative. La narrazione è già scritta. Si tratta di adeguarsi.

Il prototipo è così collaudato e socialmente riconosciuto che persino le donne lo hanno preso alla lettera, approvando i privilegi che quel modello comportava, tollerandone talvolta le derive, accettando di fare un passo indietro. Ho capito quanto scava dentro di noi un pre-concetto sempre nel corso di quella tavola rotonda, quando ci è stato chiesto di associare una parola a “uomo”, così, di getto, senza pensarci troppo. Ho scritto “forza”. E me ne sono vergognata quasi subito. Perché, con tutto il lavoro che sto, che stiamo facendo in questo momento storico per smantellare gli stereotipi sui generi, mi aspettavo mi uscisse qualcosa di meglio. Eppure nella griglia finale che ha raccolto le parole più citate da chi ha partecipato al questionario, forza era quella principale. Insieme a potere, virilità, protezione…

Stereotipi maschili: serve un ripensamento collettivo

Sia chiaro, non c’è niente di male in queste associazioni. Non sono brutte parole, se non si trasformano in dominio, aggressività, pericolo, per menzionare alcuni degli altri sostantivi in primo piano nella griglia. Non abbiamo nulla contro gli uomini forti e protettivi. Il problema si pone se i mille altri modi di essere maschio finiscono piccolissimi sullo sfondo, proprio come in quella slide. Ho dovuto mettere gli occhiali per leggere fragilità, padre, relazione, complicità…

Mentre le donne hanno fatto un lungo e complesso lavoro negli ultimi decenni per smarcarsi dalle formine in cui una cultura millenaria le ha incasellate – madri, mogli, donne di casa – gli uomini sono rimasti fermi lì, a quell’archetipo primordiale. Sforzandosi di adeguarsi all’evoluzione del modello femminile in modo un po’ scomposto e solitario, senza un lavoro di ripensamento collettivo, sentendosi spesso confusi e inadeguati, covando frustrazioni, a volte rabbia.

E molto probabilmente senza capire fino in fondo – essendo la parte privilegiata della storia – che quella riscrittura dei ruoli e delle parti andasse fatta non per far piacere a noi, ma per loro, per liberarli dalle caselle in cui erano incastrati. Gli stereotipi fanno male sia a chi li indossa sia a chi li subisce.

Girl power vs boy power: l’educazione che manca ai bambini

Oggi che due nuovi concetti sono entrati nel linguaggio comune, empowerment e girl power, le ragazze hanno capito che possono fare tutto. Possono diventare scienziate, calciatrici, chirurghe, cape d’azienda, premier… Certo, in alcuni ambiti sono ancora mosche bianche, ma la strada, benché tortuosa e in salita, è aperta. L’equità è un processo in corso e il traguardo lontano (si parla di 134 anni!), ma molto è stato fatto. Le bambine hanno imparato che possono allargare i confini dei loro sogni, vestire ruoli diversi, volare alto.

E i bambini? I bambini sono ancora con il mantello da principe e le macchinine. Ecco perché, una volta grandi, si sentono in difetto se non sono ambiziosi o competitivi, se hanno momenti di fragilità, se amano il lavoro di cura. Una ricerca condotta da Fondazione Libellula, di cui diamo un’anticipazione nel numero in edicola, rivela che molti uomini si vergognano di prendere il congedo di paternità perché temono di essere etichettati come “mammi”. Il giudizio li castra e li frena. Non essendo abituati all’ascolto delle proprie emozioni e al confronto, diventa difficilissimo ribellarsi allo stigma. Ma se nella “evoluzione della specie” andiamo avanti solo noi, non si arriva da nessuna parte. Questo è un cammino che dobbiamo fare insieme. Tenendoci per mano, non tagliandoci la strada. Con questo spirito nasce Hey Man!, l’evento che si terrà dal 19 al 21 settembre a Milano, per far dialogare mondi diversi e ripensare l’identità maschile. Noi ci saremo. Vi aspettiamo!