Il terzo giorno ti dimettono. Si chiude la cartella clinica, si aggancia il seggiolino, si apre la porta di casa: da lì in poi, per tutti, il tempo della nascita è finito e comincia quello del ritorno. Alla vita di prima, al lavoro, alla te di sempre. Io, a 6 settimane da un parto difficile, ero già seduta alla scrivania, con 40 punti tra le cosce, un articolo da consegnare e un neonato tra le braccia. Non avevo scelta, o così mi dicevo. Ma il corpo non conosce scadenze o bollette: per lui era appena cominciata una metamorfosi, la matrescenza, che riscrive ormoni, cervello e identità con la stessa lentezza e la stessa violenza che si sperimenta durante l’adolescenza.
Reclamare il tempo della maternità
E la prima tappa di questa trasformazione inizia proprio quando tutti smettono di guardarti: nei manuali di gravidanza più venduti al mondo, alla madre dopo il parto è dedicato lo 0,08% del testo. Nove mesi di istruzioni, prelievi, ecografie, poi più niente: passi dall’essere “in stato interessante” a non interessare più a nessuno. È il paradosso in cui diventiamo madri oggi: la matrescenza ci cambia per sempre, eppure noi trattiamo il post partum come una parentesi da chiudere più in fretta possibile. Ma questo tempo ce l’hanno rubato o ce lo siamo sottratte da sole, convinte che tornare subito operative fosse la via femminista alla maternità? E se la libertà fosse invece tornare a reclamarlo, non come privilegio né come nostalgia, ma come diritto del corpo?
Prenderti cura di te per prenderti cura del bambino
Vivian Sciacca, la più giovane doula d’Italia, formata in medicina cinese, è stata da poco a Shanghai, in una villa dove le donne dopo il parto vanno a “sedersi il mese”. Qui vengono ospitate 5 coppie alla volta: pediluvi alle erbe, uno chef che cucina quello che il nutrizionista ha prescritto. «Non è una Spa, è un presidio di salute. I professionisti si prendono cura di te, non solo del bambino, perché tu, recuperando le forze, possa nutrirlo. Non semplicemente con l’allattamento, ma anche con l’avvio della relazione» dice. Quando ha raccontato alle ostetriche cinesi com’è da noi, tre giorni e poi a casa, «hanno sgranato gli occhi. È impensabile che una donna affronti tutto da sola, o con un partner spesso più spaventato di lei. Una ricetta per il disastro».
Shanghai non è un’eccezione. Quasi tutte le culture contemplano una “corda d’oro della cura” lunga circa 40 giorni: la cuarentena latinoamericana, lo zuo yuezi cinese, i 42 giorni “per 42 anni” (cioè per investire sulla vita successiva della donna) dell’ayurveda. In Marocco,si dice che la tomba di una puerpera resta aperta per 40 giorni: è un tempo vulnerabile della salute, da proteggere. E da noi non era diverso. Fino a due generazioni fa la puerpera restava in casa per una quarantina di giorni, la levatrice passava a controllarla e le vicine, le nonne, le zie cucinavano per lei: si chiamava, letteralmente, quarantena.
La solitudine delle neo mamme
Poi abbiamo dimenticato questo tempo fisiologico e alla dimenticanza abbiamo dato un nome rassicurante: ritorno alla normalità. Ma di normale non c’è niente. Perché non è la normalità che ti accoglie al rientro dall’ospedale, ma un’inquietante solitudine. Lo confermano i risultati di FORTIES, il progetto che Alessandra Minello, demografa all’università di Padova e autrice di Senza figli (Laterza), dedica alle donne che diventano madri dopo i 35 anni, ormai una su 3: chi ricorda il post partum come un tempo di sofferenza, anche a distanza di anni, ha meno voglia di un secondo figlio. «Le famiglie sono più piccole, isolate, manca la ripetizione dell’esperienza: diventi madre ed è la prima volta che hai a che fare con un neonato in tutta la tua vita. Siamo anche meno abituate a prenderci tempi di pausa, necessari a integrare una trasformazione così grande».
Il tempo della relazione con il neonato
Davanti a quel terremoto ti lascia sola anche chi per 9 mesi ti ha scrutata di continuo. «La nostra medicina cura le malattie, non si prende cura della persona» afferma Chiara Gregori, ginecologa a Milano, in libreria con Aspettando te (BeccoGiallo). «E se togli le poche cose che possono andare davvero male, il post partum diventa uno stato non più “interessante”. Ciò che è fisiologico è affare della donna: per anni anch’io ho avuto questo sguardo. Per formazione, non per disinteresse». Così tra le dimissioni e la visita di controllo le donne precipitano nel vuoto: in Italia solo il 18,3% di loro riceve almeno una visita a domicilio dopo il parto, mentre il Centro per la salute del bambino ne raccomanda 7 nei primi 1.000 giorni. Qualcosa si muove (lo raccontiamo nel box sopra), ma c’è ancora tanta strada da fare. Continua la dottoressa Gregori: «Abbiamo dato per scontato che il legame con il bambino fosse istintivo. E invece oggi sappiamo che nasce dal contatto: quando il neonato piange, il corpo manda fuori il latte. Non è istinto, è relazione: e la relazione chiede tempo e una madre che possa esserci».

Esserci per se stessa
Esserci anche per se stessa. Perché la matrescenza si fa anche lì, in quei giorni che nessuno guarda. Noi donne, invece, per prime abbiamo finto che non fosse così: che quel tempo fosse semplicemente sottratto al lavoro, alla carriera, alle persone libere che volevamo essere. L’abbiamo archiviato da sole e l’abbiamo chiamata emancipazione. Lo pensava anche Giada Zhang: questa manager alla guida di Mulan Group, azienda che ha portato la cucina asiatica made in Italy nei supermercati europei, è tra le 100 donne di successo nella classifica 2026 di Forbes Italia e, mentre parliamo, è nel suo terzo post partum. «Nella cultura cinese è la famiglia che si organizza intorno alla madre, non la madre che deve riorganizzarsi intorno a tutto il resto. Un principio antichissimo e modernissimo insieme: dopo un parto il corpo di una donna non deve dimostrare niente a nessuno. Ha bisogno di tempo.
Con il mio terzo figlio ho dato spazio a questa cura, depurandola dalle vecchie superstizioni che possono accompagnarla». Con i primi due figli non l’aveva fatto. «Mi ero fermata pochissimo. Avevo interiorizzato l’idea che l’azienda e la persona fossero la stessa cosa. E c’era anche l’orgoglio: “Ho partorito, ma sono già tornata”. Dovremmo chiederci perché consideriamo questa frase quasi un complimento». Al terzo figlio si è preparata prima, ha delegato e ha scoperto «una cosa controintuitiva: fermarmi non mi ha fatta sentire meno ambiziosa. Mi ha fatta sentire più padrona del mio tempo». Con una consapevolezza: «Il post partum non dovrebbe essere un lusso riservato a chi può permettersi aiuto. Il vero insegnamento dello zuo yuezi cinese non sono le regole: è che anche la madre ha bisogno di essere accudita».
Il valore della maternità
Per la maggior parte delle donne italiane, invece, il lavoro ha una parola sola: “rientro”. La stessa che si usa dopo le ferie o la pausa caffè. «Quella prova di emancipazione, dimostrare che la maternità non ci ha cambiate, è figlia di un lavoro costruito su percorsi continui e impermeabili alla vita, che ha favorito gli uomini perché la cura è ricaduta sulle donne» interviene Chiara Bacilieri, esperta di lavoro e parità di genere. «E attenzione: dopo aver chiesto alle madri di tornare identiche, non possiamo pretendere che tornino persino migliori. La maternità non deve dimostrare di essere utile al lavoro per avere valore».
Il tempo della maternità è un diritto
Nel 2025 quasi 60.000 genitori di bambini piccoli hanno lasciato il lavoro, 7 su 10 sono madri, nel 79% dei casi perché non riuscivano a conciliare. «Sono dimissioni “volontarie” solo sulla carta, perché nei fatti il diritto al lavoro e alla maternità costa in termini di reddito, carriera, credibilità». Ed è qui che il ripensamento del post partum diventa una questione politica: oggi diamo 5 mesi di congedo a lei e 10 giorni a lui, «un dato che indica senza mezzi termini su chi ricadrà la cura dopo 10 giorni». Per questo Bacilieri è nel comitato promotore di Pari alla Pari, la proposta di legge di iniziativa popolare che chiede 5 mesi obbligatori, non trasferibili e pagati al 100% per entrambi i genitori. Come dire: la solitudine e il sovraccarico delle donne italiane nel post partum non sono un destino, ma una scelta. Resta da capire in nome di che cosa farla, quella scelta. Del tempo “sacro” del post partum? La parola è scivolosa: basta poco perché diventi l’argomento di chi vuole rinchiuderci di nuovo dentro casa. «Sacralizzare il post partum risponde a due bisogni molto diversi. Uno è identitario e culturale: fare della maternità il momento massimo della vita di una donna. L’altro è concreto: difendere un tempo di accudimento di noi stesse che ancora ci viene negato» riflette Alessandra Minello. «Finché quel tempo è un’eccezione, ognuna deve giustificarlo o rinnegarlo. Se diventa la norma, non serve più chiamarlo sacro: basta chiamarlo diritto». E i diritti, a differenza delle cose sacre, si possono pretendere.
Il postpartum nel mondo
Seul paga il mese. In Corea del Sud, che sconta la fecondità più bassa del Pianeta, circa l’85% delle neomamme passa due settimane in un sanhujoriwon, un centro post partum: delle 472 strutture, 25 sono pubbliche, nelle altre si paga dai 2.500 euro in su. Così Seul ha inserito sussidi per 120.000 madri e nel primo semestre 2026 le nascite sono cresciute del 18,7%. Obiettivo raggiunto? «I bonus economici da soli non bastano. Le spinte forti, come quella che ha tentato la Corea del Sud, danno un effetto iniziale, poi però il trend torna a calare» commenta la demografa Alessandra Minello.
l’Italia punta sulle visite. Solo il 18,3% delle madri a oggi riceve una visita a domicilio dopo il parto. Il Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 le finanzia e l’obiettivo è farne un LEPS, un livello essenziale che si può pretendere. La Lombardia, intanto, ha già stanziato 700.000 euro per estendere a tutta la Regione il servizio delle ostetriche a domicilio dopo la dimissione dall’ospedale.
E c’è chi si batte per il congedo. A febbraio la Camera ha bocciato il congedo paritario: restano 10 giorni ai padri e 5 mesi alle madri. La penalizzazione dopo un figlio spiega il 60% del divario occupazionale tra donne e uomini (Child Penalty Atlas). La proposta di 5 mesi di congedo per entrambi, del comitato Pari alla Pari, ha superato le 56.000 firme e arriverà presto in Parlamento (pariallapari.it).
Ci vediamo ad I feel good
Un periodo per sé e per il proprio bambino dopo il parto, una quarantena virtuosa e figlia di culture antiche, tra Oriente e Occidente, è il tema del talk Matrescenza. Il tempo “sacro” della maternità e i diritti del corpo. Ci vediamo sul palco di I feel good, l’evento di Donna Moderna e Starbene, sabato 10 ottobre, dalle 16 alle 17, con la giornalista Nina Gigante, autrice di Supernova (Aboca edizioni, 2026), la ginecologa e sessuologa Chiara Gregori e la doula e terapista MTC Vivian Sciacca.©riproduzione riservatadonna modernacreditodonna moderna