Conservo ancora da qualche parte nella libreria i libri comprati durante la prima gravidanza. Sono stati per 9 mesi la mia Bibbia, la lettura più avvincente dopo Crichton e Fred Vargas. Perché niente è più intrigante del mistero della vita. Soprattutto se le tue nozioni in materia di riproduzione si fermano alla storiella delle api e dei fiori, solo con i nomi giusti. Gameti, zigoti, tube di Falloppio e blastocisti sono diventati in quel periodo i protagonisti della mia storia preferita, cugini un po’ meno letterari della combriccola delle Cosmicomiche, ma altrettanto astrusi ed esilaranti in quella forma pseudo-umanizzata, finalmente comprensibili. Sempre di strani mondi si tratta.
La maternità settimana per settimana
Un volume in particolare avevo a cuore e leggevo come l’I Ching, il testo sapienziale della tradizione filosofica cinese che fornisce risposte a tutte le domande. Lo consultavo con solida fede e metodica regolarità ogni lunedì mattina per conoscere, settimana per settimana, lo sviluppo dell’esserino che mi cresceva in pancia. Ogni giorno una scoperta, ogni minuto un germogliare di dita, organi, neuroni, cartilagini e cellule, che avveniva a mia insaputa nelle viscere della mia carne regalandomi millimetri progressivi di meraviglie. A volte, come coi gialli, correvo con le pagine per capire cosa sarebbe accaduto dopo, quali altri stupori mi aspettavano. La fine la conoscevo, ma il mentre era tutto da decifrare.
Del feto sappiamo tutto
Intanto il mio ventre lievitava e quando, intorno al 5° mese, piedini e manine hanno iniziato a spingere da dentro, mi sono sentita un po’ l’eroina di Alien. Casa di una nuova storia pronta a esplodere che orbitava intorno al mio ombelico. Della crescita della mia bambina sapevo quasi tutto. Anche senza vederla. Ne tastavo con mano la lenta e inesorabile evoluzione, saggiandone in anteprima l’esuberanza, beandomi della sua compagnia mentre nuotavo in piscina o mi sedevo su una panchina del parco raccontandole il colore del cielo e il profumo dei fiori. È una bella sensazione vivere in due, incastrate come matrioske. Non ti senti mai sola. Insieme a lei anche il mio corpo mutava. E non solo per via della pancia, che iniziava a creare un muro tra me e i lacci delle scarpe. Era cambiato l’olfatto, il gusto, persino la mia percezione del mondo. Guardavo le donne incinte come me e mi sembravano regine mentre buttavano indietro la schiena, camminando per strada, tenendo le mani sui fianchi per sostenere il peso di quel mappamondo. Una galassia in attesa del Big Bang. Tutti gli occhi del mondo mi sembravano essere per loro, e quindi per me. Con allegato un pacchetto di benefits. Il posto sull’autobus, la fila da saltare al super o alla mostra, i sorrisi benevoli senza ragione.
Ma cosa succede alle neo-mamme?
Poi basta. Quando la bimba è arrivata, il miracolo è diventato abitudine. Il nido un guscio vuoto da ripulire in fretta e ricucire. La creatura, si sa, si prende tutto. Tempo, attenzione, nutrimento. Succhia tutto quel che può. La rivoluzione è compiuta. Il passaggio da donna a madre è concluso. Nuovo status, nuova identità, nuove aspettative. Una scatola da cui non si esce. C’è chi si mette comoda. Chi lentamente inizia a soffocare.
Imparare a chiedere aiuto
Perché, come spiega benissimo Nina Gigante nel suo nuovo libro Supernova, la maternità non è un evento, ma un processo. Una “metamorfosi identitaria”. A volte silenziosa, a volte violenta. «Una trasformazione che sconquassa tutto: corpo, emozioni, mente, relazioni, appartenenza sociale, immagine di sé». Rinchiuderla in un perimetro, tracciarne i contorni, definirla non solo è sbagliato, è pericoloso. Inchioda le donne in un ruolo e una funzione che talvolta non sentono. Almeno non come gli altri vogliono. Nega il diritto di costruire un proprio modo di essere madre, andando per tentativi, legittimando anche la fatica di esserlo, il fastidio di perdere ciò che si era, la paura di non trovarsi più. Non si nasce madri insieme ai figli, non sempre. Non è un automatismo di natura, come vogliono farci credere. A volte lo si diventa lentamente. E in quel cammino può capitare che la luce si spenga. Si cade, si sbatte, si può arrivare a compiere cose terribili, se nessuno ci prende per mano e ci accompagna. Allora, pretendiamo cura e pazienza in questo viaggio a percorrenza variabile, che si chiama matrescenza. Può essere una passeggiata o una discesa senza parapetto. Non vergogniamoci di chiedere aiuto. E buona Festa della Mamma.