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Come funziona la memoria: i ricordi si nutrono di emozioni

A sostenerlo non è una poetessa ma Lisa Genova, neuroscienziata di fama mondiale. È lei che ha fatto vincere l’Oscar a Julianne Moore con Still Alice. Ed è lei che, in un saggio e in questa intervista, spiega come funziona il cervello. Ma anche perché dobbiamo innamorarci delle cose che non vogliamo dimenticare

Il pin della carta di credito, i libri da restituire in biblioteca, l’appuntamento da fissare con l’osteopata. Ecco il vergognoso bollettino delle mie dimenticanze degli ultimi 5 giorni. A cui vanno aggiunti i nomi invertiti (tipo, chiamo mio figlio con il nome di mio fratello), che sono ormai una costante. Insomma, un po’ preoccupata lo sono. Certo, so di non essere un caso unico visto che i problemi di memoria sembrano assillare tanti in questi mesi di pandemia, ma non mi basta per sentirmi tranquilla. Così quando mi propongono di intervistare un’autentica guru della memoria, Lisa Genova, neuroscienziata americana, prendo l’occasione al volo. Dalla penna di questa geniale ricercatrice è uscito il libro che ha ispirato il commuovente film Still Alice, con Julianne Moore che interpreta una malata di Alzheimer.

E adesso la doc è tornata in libreria con Di cosa sono fatti i ricordi (Piemme), un saggio che fa luce sul funzionamento del nostro cervello. La inseguo tra un impegno e l’altro e ci conosciamo via zoom mentre lei è in California per una conferenza. Il suo sorriso radioso va di pari passo con un’autorevolezza da studiosa che ama raccontare e divulgare le sue conoscenze.

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Dato che nel suo ultimo saggio ci svela tutto sulla memoria, inizio a chiederle come è la sua.
«Direi ottima: riesco a ricordarmi gli attori dei film, a interrogare mio figlio sulla lezione di storia, a fissare appuntamenti e scadenze senza sbagliare troppo. E questo contando che, come tutte noi, faccio dieci cose alla volta e che, come spiego nel libro, il nostro cervello non è fatto per immagazzinare qualsiasi cosa».

Se dovesse descrivere la memoria con un’immagine a che cosa la paragonerebbe?
«A una costellazione con migliaia di stelle o, ancora, a una ragnatela perché in queste cose ci sono collegamenti e tantissimi dettagli. Di certo, non è computer che archivia in eterno, anzi assomiglia a una signora parsimoniosa e fallibile».

Che cosa sono i ricordi e come vengono creati?
«Li descriverei come l’ossatura della memoria. Sono esperienze, immagini, rumori, emozioni, date, parole, cose che abbiamo visto, vissuto e imparato. Il cervello li coglie e li trasforma in informazioni che viaggiano lungo la rete dei neuroni, si consolidano e creano un ricordo. Facciamo l’esempio del primo bacio con nostro marito. Ci ricordiamo tanti dettagli: dove eravamo, la canzone in sottofondo, come eravamo vestiti e ogni singola sensazione provata. Il cervello ha immagazzinato questa ragnatela di informazioni nell’ippocampo e poi la memoria la riattiva, la riporta in superficie anche decine di anni dopo».

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Sembra una magia. Come ci riesce?
«È questo il bello. Immaginiamo di fare una risonanza magnetica al nostro cervello mentre cerchiamo di ricordarci, per esempio, dove abbiamo messo i documenti di acquisto della casa nuova: vedremmo illuminarsi parecchie aree di questo organo, come tanti piccoli pallini dislocati qui e là ma tutti collegati come una costellazione. In pratica, è la memoria a connetterli e lo fa grazie agli stimoli visivi, sonori. Vedere un cassetto qualunque, per esempio, mi ricorderà che avevo messo proprio lì i documenti, nel cassetto della scrivania. Quindi per ricordare qualcosa devo prima creare e poi riattivare gli stimoli, ovvero i dettagli giusti».

Essere attenti è fondamentale per ricordare?
«Esatto: per fissare e creare un ricordo devo essere molto concentrata, osservare con precisione e visualizzare. Per ricordarmi dove ho messo l’auto nel parcheggio dell’aeroporto e ritrovarla dopo una settimana di vacanza, devo fermarmi un minuto dopo essere sceso dal veicolo, guardarmi bene intorno e notare il numero e il colore del piano, il cartello vicino al mio posto. Non è facile durante una giornata tipo, in cui facciamo almeno tre cose in contemporanea. Infatti, non ci viene in mente cosa abbiamo mangiato settimana scorsa, ma sappiamo il menu del nostro primo anniversario perché in quel momento eravamo coinvolti e ben presenti. E non solo. Se qualcosa ci coinvolge emotivamente, si attiva l’amigdala, una parte del cervello che a sua volta lancia un messaggio all’ippocampo e lo avvisa che sta accadendo qualcosa da consolidare».

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Leggendo il suo saggio ho scoperto che esistono molti tipi di memoria: quanti sono e come lavorano?
«Sono sei. C’è quella operativa, un piccolo deposito provvisorio che si concentra sul presente; poi la muscolare, ovvero la capacità di mettere in atto una competenza imparata tempo fa, come suonare una canzone al pianoforte o sciare; la terza è la semantica, quella a lungo termine che salva nozioni, date e conoscenze, come una Wikipedia del cervello».

E le altre tre?
«Esistono anche la memoria episodica, che riguarda episodi personali del passato, e quella autobiografica, che raccoglie come se fossero in un film i momenti salienti della nostra vita. L’ultima è la memoria prospettica, che ci ricorda le cose da non dimenticare come un appuntamento o l’orario delle medicine. Lavorano tutte e sei insieme, come una grande orchestra che suona il concerto di Capodanno. Ma vuole sapere qual è la mia preferita? È un mix tra l’episodica e l’autobiografica perché sono ricordi solo miei, personali e unici».

Eppure, lo dicono le neuroscienze, solo una decina di episodi all’anno vengono davvero memorizzati. Come miglioriamo la nostra capacità di trattenere ricordi?
«Prima di tutto uscendo dalla routine, anche solo cenando in un ristorante diverso dal solito, perché il cervello cancella le giornate tutte uguali. Poi guardandoci intorno: spegniamo gli schermi e accendiamo occhi, orecchie e attenzione. Vuole un’altra dritta molto utile? Prenda l’abitudine di parlare di quello che le accade con le amiche, ripensarci e rifletterci, o addirittura, scriverlo su un diario, così da ripassarlo e renderlo più memorizzabile. Ho un ultimo consiglio: trasformarci in registi di noi stessi. Scattiamo foto, video, usiamo app che tengono traccia della quotidianità, insomma giriamo un documentario della nostra vita, così avremo benzina per la memoria. E poi ascoltiamo tanta musica perché associare un fatto a una canzone permette di registrare meglio gli eventi».

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Veniamo a un argomento scomodo, le micro amnesie. Siamo tutti spaventati quando ci capita di non ricordarci il nome di una persona o una data. O se sentiamo di avere un’informazione “sulla punta della lingua”. Perché succede?
«Sono episodi normalissimi perché anche la mente più geniale non è fatta per ricordare tutto. E infatti, nella maggior parte di queste amnesie, non si tratta di cose che non ricordiamo più ma che in realtà non abbiamo mai imparato bene in quanto poco importanti. Allora, meglio dimenticarle visto che potrebbero appesantirci, sabotarci, distrarci o intristirci. La differenza con chi soffre di demenza senile è che questi pazienti non trattengono più nozioni vitali, non riconoscono il figlio, non ricordano come azionare la cucina a induzione. Tra l’altro, accettare questi intoppi caccia via l’ansia, ci rilassa e permette al cervello di lavorare meglio. Non solo: cerchiamo anche di aiutarla la memoria. Se non vediamo bene, portiamo gli occhiali giusto? Ecco, anche una memoria non perfetta va supportata, senza vergogna: via libera a post it, calendari, app con timer e scadenze. E santo Google che ci permette di cercare il titolo del libro che ci siamo scordati».

Come ci difendiamo dal tempo, il grande nemico della memoria? «Dormendo! Non scherzo, il sonno è un magico alleato, un superpotere: mantiene alte attenzione e concentrazione e di notte il cervello cementa informazioni e ricordi. Anche dei brevi sonnellini diurni, di massimo 20 minuti, ci aiutano perché incamerano le informazioni nei ricordi a lungo termine, in pratica si assimilano le nozioni apprese e si fa spazio a quelle nuove. Occhio anche alla tavola: diversi studi dimostrano che l’alimentazione sbagliata aiuta il declino cognitivo. Io, per esempio, punto sulla vostra magnifica dieta mediterranea, uso pochissimi sale e formaggi, preferisco i cereali integrali e bevo del buon caffè, che abbassa del 65% il rischio di Alzheimer. Ma c’è un ultimo strumento: imparate sempre cose nuove, una lingua, uno sport, qualsiasi sollecitazione che faccia lavorare la nostra ragnatela è preziosa».

LA STUDIOSA CHE SCALA LE CLASSIFICHE

Classe 1970, americana con nonni italiani (umbri e liguri), Lisa Genova si specializza in Neuroscien
Classe 1970, americana con nonni italiani (umbri e liguri), Lisa Genova si specializza in Neuroscienze ad Harvard. La passione per il cervello e i suoi meccanismi di invecchiamento nascono osservando la nonna che si ammala di Alzheimer. Proprio al morbo sono dedicati il suo primo Ted Talk, che ha superato i cinque milioni di visualizzazioni, e il romanzo best seller Still Alice, che diventa un film da Oscar con Julianne Moore. I suoi libri scalano le classifiche. Oggi vive tra Boston e Cape Cod con il compagno, i 3 figli e un cane. Nel tempo libero ama fare yoga.

Leggere per ricordare

Se dovessi scegliere una definizione per Di cosa sono fatti i ricordi (Piemme), il nuovo libro della
Se dovessi scegliere una definizione per Di cosa sono fatti i ricordi (Piemme), il nuovo libro della neuroscienziata Lisa Genova, punterei senza dubbio su comfort book, perché quando arrivi all’ultima pagina tiri un sospiro di sollievo. L’autrice, infatti, ti porta nei meandri della mente e, con un linguaggio semplice e tanti esempi, ti spiega come si formano i ricordi, come si attivano le parti del cervello e perché dimenticare è umano. Anzi, è quasi positivo. Non mancano test da fare in famiglia, consigli e aneddoti divertenti.
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