Dietro il fenomeno fast fashion si nasconde un mondo. Spesso fatto di cattive notizie. Come quelle rivelate l’anno scorso dal documentario The true cost sullo sfruttamento di lavoratori e ambiente. O dalla campagna Detox di Greenpeace che, dal 2011, testa l’esistenza di sostanze chimiche nei tessuti.

«Il grande volume di produzione e la necessità di mantenere bassi i prezzi producono una conseguenza sul piano ambientale e sociale» spiega Stefano Sacchi, autore di Fashion Puzzle (Franco Angeli). «Adesso i marchi low cost se ne rendono conto e tentano di correre ai ripari lavorando molto sulla compensazione. H&M, per esempio, da qualche anno ha una Conscious Collection, Zara e Nike riducono progressivamente l’impatto ambientale dei processi industriali e migliorano i contratti con i dipendenti, Primark devolve l’invenduto alla ricerca medica». Ma, nella pratica, ecco come puoi sapere se il capo che hai tra le mani rispetta davvero i requisiti etici, ambientali e di qualità.

Come capisco se il cotone è buono?
Guarda l’etichetta: molte aziende di moda low cost oggi usano il cotone organico e lo segnalano. Puoi trovare la scritta Organic cotton (per esempio nei capi per bambini di Zara e H&M). Oppure, come nel caso di  C&A, il marchio Gots, acronimo di Global Organic Textile Standard. È la certificazione internazionale più conosciuta per i tessuti biologici: controlla l’intera filiera, dalla semina della materia prima fino al confezionamento e ogni passaggio deve garantire anche la buona qualità delle condizioni di lavoro degli operai.

E negli altri tessuti trovo sostanze chimiche?
Clicca su www.greenpeace.org e cerca la campagna Detox Catwalk: c’è l’elenco delle aziende che hanno già eliminato sostanze e procedimenti chimici dal ciclo industriale (come Primark) e quelle che si sono impegnate a farlo entro il 2020 (come Mango). Un altro elenco lo trovi su roadmaptozero.com, il portale del percorso seguito dalle aziende intenzionate ad abbandonare le sostanze chimiche ritenute pericolose per la salute, come ftalati e perfluorurati. Qui trovi Zara, Esprit, Puma, Benetton e altri.

Se gli abiti costano poco durano poco?
In genere sì, ma non sempre. «Un prezzo può essere basso per tanti motivi. Per esempio per le economie di scala o per il fatto che la produzione e la distribuzione sono vicine, come nel caso del pronto moda italiano del Macrolotto di Prato» spiega Francesca Romana Rinaldi, direttore del Master in Brand & Retail Management del Milano Fashion Institute.

«Ma se il prezzo è davvero troppo basso, e non si tratta di una giacenza di magazzino, potrebbe indicare una falla nel sistema: forse la sicurezza dei lavoratori non è garantita a sufficienza e il loro lavoro viene sfruttato. Oppure, appunto, la materia prima è di bassa qualità».

Cosa mi garantisce che l’azienda non sfrutti i lavoratori?
Guarda la sezione Politiche, Codice etico o Responsabilità aziendale sul sito web del tuo marchio preferito. Trovi i programmi intrapresi dall’azienda per tutelare i diritti di tutti i soggetti coinvolti nel ciclo produttivo. Alcune, come Primark, collaborano con Business for Social Responsibility, un ente che aiuta le aziende a ridurre il loro impatto sociale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dove la manodopera è spesso sfruttata.