Ce lo chiediamo ogni volta che un attentato di matrice islamica colpisce una città europea: come mai da noi non è ancora successo? Rispondere a questa domanda non è semplice e una cosa è certa: finora siamo stati molto fortunati. Perché anche da noi ci sono stati arresti e attentati sventati e perché anche da noi ci si radicalizza. Come spiega il giornalista del Foglio Daniele Raineri in un post su Facebook: «Questa generazione di terroristi funziona in modo diverso da quelle precedenti. Spesso non c’è un capo che impartisce ordini, ci sono individui sparsi che diventano fanatici e vanno a colpire. Se non c’è un centro di comando unico, come ci fa a essere una deliberazione di non colpire in Italia?».

D’altronde, continua Raineri, «A marzo quattro bosniaci sono stati arrestati perché preparavano un attentato a Venezia. A dicembre 2016 un italo marocchino è stato arrestato perché preparava un attentato a Sesto San Giovanni. Ad aprile 2016 quattro marocchini sono stati arrestati perché avevano ricevuto la richiesta di fare un attentato a Roma. Sono soltanto esempi recenti, già soltanto questi bastano a screditare la teoria dell’Italia come territorio da non toccare». Abbiamo chiesto a degli esperti di spiegarci quali sono i rischi nel nostro Paese.

Come ci si radicalizza in Italia

Lara Bombonati aveva deciso di lasciare la provincia di Alessandria per tornare in Siria. Lì le era stato promesso un estremista come nuovo marito, lì avrebbe combattuto per l’Isis. Voleva morire da martire, da guerriera del Califfato. L’ha arrestata la Digos il 24 giugno scorso. La storia di Lara mostra quanto facile sia cadere nella rete del jihad: siamo stati risparmiati dagli attentati terroristici, ma i reclutamenti di foreign fighters avvengono anche da noi. Anche oggi. 

Perché nel nostro Paese non ci sono stati attentati?

«Siamo la culla della cristianità e questo, paradossalmente, è anche un fattore di protezione» spiega Paola Guerra Anfossi, direttrice della Scuola internazionale di etica e sicurezza dell’Aquila. «Se ci attaccano, insomma, i jihadisti si devono aspettare una reazione mondiale. E questo all’Isis non conviene, dal punto di vista strategico. Inoltre, le nostre truppe non sono attive nelle aree dove è presente lo Stato islamico: Iraq, Siria e Libia. Ciò non significa che l’Italia possa dormire sonni tranquilli: siamo sempre un’area di passaggio, e purtroppo anche di reclutamento».

Il merito è anche del nostro apparato di sicurezza?

«Abbiamo un’intelligence efficiente, preparata, capace di identificare e tenere sotto controllo i soggetti a rischio, fino alla loro espulsione» aggiunge Guerra Anfossi. «E nella raccolta di informazioni, sia le forze dell’ordine sia i servizi segreti possiedono un metodo di lavoro figlio degli anni del terrorismo, fatto di migliaia di presidi territoriali, di conoscenza dell’ambiente, di osservazione, di pedinamenti».

4 libri per saperne di più sull’Islam


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Lawrence Wright, Gli anni del terrore (Adelphi)

Dopo Le altissime torri, in cui raccontava nascita e ascesa di Al Qaeda, Wright, giornalista 2 volte premio Pulitzer, torna a occuparsi di terrorismo. Lo fa con questa raccolta di 10 reportage realizzati dal 2001 in poi fra Stati Uniti, Egitto, Siria, Qatar e Pakistan.


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Anna Migotto e Stefania Miretti, Non aspettarmi vivo (Einaudi)

Gli sms che i giovani jihadisti scrivono a mamme e mogli. Gli appelli alla guerra santa sui social network. Le vite capovolte di chi è stato sedotto e abbandonato da Daesh. Tutto raccontato tramite il lavoro sul campo di due croniste italiane.


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Olivier Roy, Generazione Isis (Feltrinelli)

Chi sono i giovani che, partiti da tutto il mondo, hanno sposato la causa del Califfato? Cosa li spinge a combattere l’Occidente che ha accolto le loro famiglie? Secondo Roy, esperto di Medioriente, la risposta non è religiosa ma sociologica.


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Laura Silvia Battaglia e Paola Cannatella, La sposa yemenita (BeccoGiallo)

Lo Yemen, spesso descritto come una delle fucine del terrorismo, in questa graphic novel scritta in prima persona diventa luogo di integrazione. Dal quale osservare come quasi mai il male si annidi da una sola parte.

Perché i giovani sono esposti al rischio radicalizzazione?

«Coloro che abbracciano il jihad sono passati dal sogno di sentirsi cittadini del mondo a un radicalismo identitario: si sentono cioè parte di una comunità locale, chiusa e aggressiva. Come tutti i 20enni, cercano il loro posto nel mondo, ma vengono rifiutati. Studiano ma non trovano lavoro. Vogliono la propria indipendenza economica ma sono costretti dalla crisi a restare a vivere con i genitori. La “risposta” la trovano così nella religione. L’Islam radicale fa leva su questo disagio e diventa attraente» chiarisce Stefania Miretti, autrice con Anna Migotto di Non aspettarmi vivo. Aggiunge il sociologo Marco Orioles: «L’Isis offre loro il mito della società perfetta: un regno fastoso dove a governare c’è Allah. E tu puoi combattere per ottenerlo, come insegna il mito di Rambo. Quale giovane non rischia di esserne affascinato?».

Gli stranieri nati in Italia rischiano di diventare jihadisti?

«Se osserviamo le statistiche di coloro che si sono radicalizzati in Europa, a ingrossare le file dell’Isis sono soprattutto i figli di stranieri che abbiamo accolto. Il 65% è composto da europei di seconda o anche terza generazione. Un 20-25% è formato invece da autoctoni convertiti» ricorda Olivier Roy, politologo e autore di Generazione Isis. «In Italia restiamo un’isola felice, rispetto al preoccupante quadro europeo. Le nostre seconde generazioni sono ancora troppo giovani per essere in età di reclutamento. Da noi, inoltre, mancano i quartieri-ghetto diffusi per esempio in Francia: sono il presupposto in cui covano l’odio e il risentimento che spingono più facilmente alla radicalizzazione» aggiunge Orioles.

Perché anche le ragazze come Lara sposano la causa dell’Isis?

«I fondamentalisti propongono un’idea della morte affascinante, perché arriva in funzione di una nuova vita, visto che secondo loro quella terrena non è “vita vera”. Un autentico paradiso attende chi perirà in combattimento. La prospettiva eccita le giovani, che sono in maggioranza occidentali convertite: sono pronte a seguire il marito che viene loro assegnato e che sanno morirà» precisa Olivier Roy. «Le ragazze sono affascinate da un ideale di maschio perfetto, che qui non trovano. Alcune combattono in prima linea, imbevute di ideologia jihadista e attratte dall’idea di lottare per una giusta causa».

I numeri del fenomeno

51 sono gli attentati in Europa e Stati Uniti rivendicati dall’Isis dalla nascita del Califfato nel giugno 2014 a oggi. La più colpita è la Francia (17 attacchi), seguita dagli Usa (16). 395 sono le vittime degli attentati. I feriti sono stati invece 1.594. Nel 50% degli attacchi non si sono registrate persone uccise. Il 73% degli attentatori sono cittadini del Paese colpito. Il 17% è convertito all’Islam. Il 5% è composto da rifugiati o richiedenti asilo. 27,3 anni è l’età media degli attentatori. Quasi 2 su 3 sono morti nel corso dell’azione. Nel 98,2% dei casi si trattava di uomini. La donne salgono al 25% se si considerano gli arresti di presunti jihadisti dopo gli attentati (fonte: George Washington University).

Gli sbarchi dei migranti non c’entrano

Nei primi 6 mesi del 2017 sono arrivati via mare nel nostro Paese oltre 92.000 migranti (contro i 64.000 dello stesso periodo del 2016). Il loro aumento non ha nulla a che fare con l’allarme terrorismo (legato invece alla radicalizzazione di chi vive già in Europa). Ma gli sbarchi restano al centro delle polemiche politiche. L’ultima riguarda la richiesta dell’Italia di un maggiore aiuto da parte degli Stati Ue per gestire l’emergenza. Il 2 luglio Roma ha ottenuto da Germania e Francia più risorse per pattugliare il Mediterraneo e potenziare il coordinamento fra le marine e le navi delle Ong, che potrebbero subire alcune limitazioni. L’accordo è arrivato dopo la minaccia di chiudere i porti italiani ai soccorritori (ipotesi difficile da attuare perché in contrasto con il diritto marittimo) e precede una possibile intesa per estendere i controlli alle coste di partenza, in Libia e Tunisia.