Perché le donne non ottengono fondi per l’impresa

04 10 2019 di Eleonora Lorusso
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Uno studio conferma che le donne ottengono meno finanziamenti per i loro progetti perché non ci si fida di loro. Il pregiudizio è evidente in fase di selezione e di colloquio. Ecco come agisce 

«Per una donna avviare un’impresa è molto più difficile rispetto a un uomo, per motivi culturali. Si sentono meno sostenute e ottengono meno fondi, pur avendo sviluppato enormi capacità come imprenditrici». A dirlo è Roberta Paltrinieri, sociologa dell’Università di Bologna, commentando la notizia di un’iniziativa a supporto proprio delle donne che vogliano fare impresa promossa da Banca Etica.

Ma quali sono gli ostacoli che frenano le attività professionali femminili? Perché così poche donne riescono in un mondo a vocazione prettamente maschile?

Delle donne non ci si fida

A spiegare come le discriminazioni inizino proprio nella fase di selezione dei progetti di nuove imprese e startup è uno studio pubblicato sull'Harvard Business Review, che ha focalizzato l’attenzione sui criteri con i quali vengono scelte le imprese da finanziare. Nonostante poco meno di 4 progetti su 10 (38%) candidati a ottenere fondi siano presentati da donne, soltanto il 2% ricevere poi sostegno economico. Dana Kanze, co-curatrice della ricerca, ha analizzato il perché scoprendo un diverso approccio dei finanziatori di fronte ai progetti femminili e concludendo che con le donne scatta un atteggiamento di maggiore prudenza prima di concedere finanziamenti. È come se ci fosse una sorta di diffidenza nei loro confronti nella loro capacità di gestire un’impresa, mentre di fronte agli uomini i selezionatori sembrano più tranquilli di poter investire il proprio denaro senza correre rischi di perdite.

Domande diverse, risposte diverse

La studiosa ha preso in esame i colloqui condotti dal 2010 al 2016 durante il TechCrunch Disrupt di New York, che offre la possibilità di presentare progetti di startup a potenziali donatori e finanziatori. Su 189 imprenditori candidati, la maggior parte di coloro che hanno poi ottenuto fondi sono stati uomini. Analizzando le domande poste ai candidati, la ricercatrice ha scoperto che con le imprenditrici c’era un orientamento cosiddetto al prevention focus, cioè puntato a sondare i livelli di rischio e le strategie di contenimento nei confronti di eventuali fallimenti o perdite (nel 66% dei casi); i quesiti riservati ai candidati maschili, invece, erano puntati per il 67% al promotion focus, quindi alle strategie messe in campo per realizzare i progetti e promuoverli. Osservando poi la distribuzione dei fondi, si è visto che nel 2017, le startup orientate al promotion focus (per lo più maschili) hanno ottenuto complessivamente 16,8 milioni di dollari contro i 2,3 di quelle caratterizzate da prevention focus (per lo più femminili), ossia sette volte meno.

«Si tratta della conferma del fatto che ancora oggi rimane un pregiudizio di genere, persino in culture come quella americana, che siamo portati a ritenere più avanzata. Nonostante negli Usa ci sia un maggiore controllo sociale su possibili casi di mobbing e nonostante le donne abbiano avuto riconoscimenti importanti, resta un retaggio culturale che ha a che fare con l’essere donna in sé. Siamo ancora di fronte a un pregiudizio implicito: di fronte ad una donna, anche imprenditrice, ci si chiede ancora se sarà in grado di assumersi il rischio, se saprà sostenere il suo progetto o se avrà qualcuno che badi ai suoi figli quando sarà madre» spiega la sociologa Paltrinieri.

Imprenditrici e madri: troppo difficile

«Questo pregiudizio è ancora più forte in Italia, dove le donne sono considerate prima di tutto mamme, dunque non sono date loro le stesse possibilità lavorative degli uomini. Si pensa, si presume o si teme sempre che, se una donna diventerà madre, non avrà gli aiuti adeguati e desidererà stare a casa. Sono motivazioni legate a stereotipi di genere di origine culturale, che valgono per tutte le donne, anche quelle che lavorano in banca o in fabbrica» spiega la sociologa. «Lo dimostrano i numeri: nel mondo universitario dove lavoro, i ricercatori sono al 50% donne e al 50% uomini. Man mano che si sale di livello la percentuale maschile aumenta: tra gli associati è del 60%, tra i professori ordinari addirittura dell’80/85%» spiega Paltrinieri.

Le imprese femminili funzionano

«Eppure le donne sulla carta sono più brave: si laureano più in fretta e con voti più alti. Cosa succede, allora, tra i 35 anni, l’età dei ricercatori, e i 50 anni, cioè quella media di un professore ordinario? Accade che fanno figli, ma questo non dovrebbe essere un demerito» dice la sociologa. Anche in campo imprenditoriale, una ricerca del Boston Consulting Group dimostra come le imprese femminili ottengano ottimi risultati. Prendendo in esame un periodo di cinque anni, è emerso come le attività “rosa” generino in media il 10% in più di entrate e siano in grado di trasformare i guadagni in nuovi investimenti.

Le quote rosa servono

Ma allora come superare il gender gap, le differenze di genere? «Per un lungo periodo ho pensato che il ricorso alle quote rosa fosse deprimente per il ruolo femminile. Ma di fronte a un maschilismo imperante comincio a pensare che siano l’unico modo, oggi, per avvicinarci al gender balance, l’equilibrio di genere tra uomini e donne. Permettono un minimo di rappresentatività, anche se c’è molto da fare a livello culturale, in famiglia e a scuola. Occorrono più informazione e un’educazione quasi civica per promuovere percorsi universitari e accessi paritari al mondo professionale» conclude l’esperta.

Cosa sono i fondi rosa di Banca Etica

Se le quote rosa sono un modo per favorire il gender balance allora tutte le iniziative riservate alle donne sono interessanti. Come l'iniziativa di cui parlavamo all'inizio di Banca Etica che ha annunciato un bando di crowdfunding a sostegno di attività innovative, prodotti e servizi, promossi e sviluppati da donne. Lo scopo è “potenziare il loro ruolo nelle filiere produttive, nel mondo del lavoro e della ricerca”. Finora Banca Etica ha promosso 170 progetti per un valore di 2 milioni di euro, ora punta alle imprese “rosa”. I progetti dovranno essere coerenti con gli obiettivi di Banca Etica: tutela dell’ambiente, promozione della cultura, tutela dei diritti e inclusione. Priorità sarà data a quelle iniziative che punteranno all’educazione critica alla finanza, al contrasto alle discriminazioni di genere e alla riduzione del gender gap nei luoghi di lavoro.

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