Pronte, mamme, a ricevere dolci poesie, temi osannanti e lavoretti (quadretti, sottopentola e affini) per la nostra festa?  Prepariamoci: puntuale a inizio maggio, l’immarcescibile ricorrenza è in arrivo. Perché con spagnole, greche e polacche saremo pure tra le meno prolifiche d’Europa (1,37 figli per donna), ma questo è un appuntamento irrinunciabile: rende zuccherosi i pubblicitari e sbarluccicanti le vetrine, mette in moto insegnanti e alunni.

Così ci si ritrova rappresentate in versi e dissertazioni che prima ci commuovono, poi spesso sollevano imbarazzanti domande. In molti casi siamo ancora dipinte come angeli tra fornelli e con il ferro da stiro in mano quando – vedi il mio caso – inceneriamo tutto, torte e camicie… E rosichiamo pure nel confronto con il partner-papà al quale un mese e mezzo prima, per san Giuseppe, omologhe poesie o pagelline hanno attribuito doti mirabolanti nella guida e nella professione e magari pure nello sport, quasi che quelle attività fossero appannaggio suo.

Chiariamo: nulla di male a spadellare e spolverare. Non esistono solo mamme-con-le-colf (le quali a loro volta sono spesso madri), mentre esistono fin troppe mamme costrette a starsene in casa perché le porte del lavoro sono chiuse. Ma forse un disallineamento c’è, come conferma Ivana Pais, docente di Sociologia dell’economia alla Cattolica di Milano nonché mamma di due figli.

«La festa della mamma ha un forte significato simbolico: le parole con cui i figli ci descrivono dovrebbero rispecchiarci. Tradizioni di questo tipo hanno però una lentezza fisiologica nel recepire tanti cambiamenti sociali, dal ruolo della donna alla stessa famiglia che ora è anche allargata, monoparentale, omo… Il rischio è che qualche volta i ragazzini si trovino spiazzati. Una mia amica mi ha raccontato che la figlia le ha consegnato la “pagella della mamma” dove alla materia “cucina” le aveva attribuito un ottimo. La bimba le ha precisato: “La maestra mi ha detto di metterti un bel voto ma tu non cucini mai”. A quel punto, insieme, hanno reinventato una pagella inserendo materie in cui davvero la mamma si cimentava con successo. Io credo che questa festa possa essere motivo di riflessione per chiederci quale immagine trasmettiamo, e quale vogliamo trasmettere, alla generazione che viene dopo di noi».

Ma in classe, fucina di tanto materiale materglorificante, cosa succede? Giro la domanda a un maestro speciale, speciale perché lui la mamma (e pure il papà) a scuola non l’ha mai fatta festeggiare. È Alex Corlazzoli, insegna in una elementare del Cremonese e scrivi libri come #lacattivascuola (Jaca Book).

«Secondo me realizzare i famigerati lavoretti e recitare le vecchie poesie è qualcosa che si usava negli anni ’70 e ’80. Il compito della scuola è un altro: insegnare, cioè lasciare un segno, magari emozionando con la storia di Fulmine, il cane-eroe della Resistenza, o mostrando il Cenacolo di Leonardo. Non solo. Molti testi scolastici sono datati, anche se alcune case editrici stanno facendo un buon lavoro di ammodernamento. Per smontare pregiudizi e aprire opportunità è importante, per esempio, che i bambini incontrino sindaci donna e si rendano conto che insegnare è un lavoro anche per maschi, mentre  noi maestri siamo solo il 4%. Poi c’è un’altra questione: come l’Italia a Milano è diversa dall’Italia dei paesi di campagna così, più che la festa della mamma, dovrebbero esserci le feste delle mamme».

 

E voi cosa pensate delle poesie, dei temi e delle pagelle dedicati a voi dai vostri figli? Li volete condividere con noi?