Tra bondage e sesso estremo c’è ancora chi fa l’amore?

30 09 2011 di Antonella Boralevi
<p>La sfilata dello stilista brasiliano Samuel Cirnansck, a San Paolo lo scorso giugno: modelle legate e imbavagliate in stile bondage.</p> Credits: EPA / Sebastiao Moreira

La sfilata dello stilista brasiliano Samuel Cirnansck, a San Paolo lo scorso giugno: modelle legate e imbavagliate in stile bondage.

Il gioco erotico finito in dramma a Roma (una ragazza morta strozzata in un garage) ha portato allo scoperto un mondo sinora sommerso, quello della trasgressione senza limiti. In Italia si moltiplicano i corsi di bondage, i luoghi dove praticare il sadomaso, i siti online per chi ama il fetish. Una tendenza alimentata da cinema e moda, musica e pubblicità. Cresce la voglia di emozioni forti. Perché oggi il coinvolgimento emotivo fa paura. Tanto che  fare l’amore in modo normale è diventato quasi un atto di coraggio

Cominciamo dalle parole.
“Bdsm” sta per “bondage, disciplina, dominio, sottomissione, sadismo, masochismo”. “Shibari” è la parola giapponese che indicava la legatura dei prigionieri durante le guerre medievali. Adesso la insegnano ai corsi per sadici e sottomessi. “Breath play” è una tecnica che chiude il respiro per indurre uno stato di euforia che dovrebbe aumentare la sensazione dell’orgasmo. “Alcova” e “Veleno”  sono due negozi di oggettistica, corsi e incontri frequentati da praticanti e aspiranti  del sesso estremo  nel centro di  Roma. “Legami”, “Bacarosadico”, ”Sadomatti” sono i siti sadomasochisti più frequentati.
Non sapevo che esistessero “comunità sadomaso” (a Vicenza, a Verona, a Roma, Torino, Genova, Milano), né che si facessero party sadomaso convocati via sms con qualche ora di anticipo in capannoni persi nel nulla, o discoteche, o garage, né che si potessero affittare locali, detti “Dungeon”, con attrezzatura apposita per praticare sadomasochismo (costo dai 30 ai 300 euro).
Adesso scegliamo la parola “garage”.
Perché è in un garage sul Raccordo Anulare che è morta strozzata Paola Caputo, che aveva ventitré anni, veniva da un paesino vicino a Lecce, era brava, buona, impegnata in parrocchia e a Roma era arrivata per studiare filosofia. È nel medesimo garage che è finita in coma per diversi giorni Federica F., che di anni ne ha ventiquattro, studentessa, che frequentava un centro chiamato Cespp a Tor Bellamonaca, periferia dura di Roma, un posto dove si pratica, secondo chi lo gestisce, “la psicologia popolare”, che non si capisce in cosa consista.
Al Cespp Federica ha conosciuto Soter Mulè, ingegnere elettronico di giorno e appassionato di pratiche sadomaso di notte. Federica ha portato la sua nuova amica da Mulè. Pare che nel giro sadomaso il problema, forse l’unico, sia reclutare adepti. Paola purtroppo ha risposto di sì.
È finita appesa a un tubo del soffitto, con l’altra di contrappeso, legate entrambe come poveri salami vivi, a darsi spinte su e giù per trovare con l’ingegnere le sensazioni forti.
La sua morte ci ha costretto a vedere un modo di fare “sesso” che diventa sempre più diffuso.
Il Censis, tre mesi fa, ci ha detto che quasi 9 italiani su 10 si ritengono l’unico giudice dei propri istinti. Un giovane su due ritiene che il “trasgredire ludico” sia una buona cosa. E nel nostro Paese, cattolico per tradizione, sei italiani su dieci ritengono che si possa essere buoni cattolici senza rispettare la morale della Chiesa.
In Italia ci sono 700 pornoshop e guadagnano un miliardo di euro l’anno. Se fino a pochi anni fa bisognava andarli a cercare negli scantinati delle periferie, adesso sono in centro, con vetrine lussureggianti e persino marchi iperchic della moda hanno messo in produzione la loro linea di utensili erotici. Il vibratore non è più un tabù, le fruste, le catene, le manette si chiamano adesso “sex toys”. Si comprano senza arrossire, si regalano alle amiche.
La pubblicità usa foto sadomaso, le gallerie d’arte espongono le foto di Araki, la cui arte (purtroppo è bravissimo) si dedica a mostrare donne come pezzi di carne, oggetto di pratiche sadomasochiste. Lady Gaga si propone come una “dominatrice”.  La moda si ispira sempre più spesso al fetish. Uno stilista brasiliano è arrivato a fare sfilare le modelle legate e imbavagliate.
Il sesso è sempre più nero.
E sempre più non ha nulla a che fare con l’amore.
Invece, sta insieme a parole come “trasgressione” ,“estremo”, “gioco”. Fare sesso è diventata una attività come un’altra, solo più faticosa e impegnativa, bisognosa di attrezzature apposite, di situazioni limite.
Nel sesso, come lo si pratica sempre più spesso, il corpo è una macchina.
E la macchina deve essere spinta al massimo. Il limite si sposta continuamente in avanti. Prima era “estremo” il sesso con uno sconosciuto in un sottoscala sotto la pioggia (Nove settimane e mezzo), ora servono catene e corde e il rischio di morire.
Se separiamo l’orgasmo dall’amore, il godimento diventa una faccenda di meccanica e di plagio e di induzione mentale. Arriva di rado, con fatica, questa sì, “estrema”. E ha bisogno di essere confezionato con un corredo di scenografie, di situazioni copiate dai film, dalle fotografie. Non è un caso che le pratiche sadomaso vengano tutte nominate con parole giapponesi. La cultura giapponese persegue e realizza una idea di sesso mortuario, feroce, dove il sangue è un colore e i corpi si torturano con perizia estetica, ma penso, magari sbaglio, che i frequentatori dei corsi di “shibari” ignorino chi sia Oshima ma siano molto più intrigati da un termine esotico che dall’equivalente “legatura a salame”.
Né, io credo, è un caso se le fiere del sesso si moltiplicano, e se ci vanno coppie  di impiegati di Cantù e di Canicattì armate di telefonino per poi mettere in rete le proprie performances. Perfino i marchi di lingerie popolare copiano le guêpière con catena e manette che hanno fatto la fortuna del celebre marchio di superlusso da boudoir Agent Provocateur.
Per non dire dei club di scambisti, che periodicamente conquistano le copertine dei media ma che i ricercatori di statistica ci dicono che crescono di numero e di frequentatori. Certi propongono crociere erotiche sul fiume locale, in battello, con candele nere e drappeggi vermigli, tra cui si agitano il macellaio, la postina, il medico e il vicesindaco.
Il titolare del negozio romano Alcova, Stefano La Forgia, assurto a improvvisa celebrità, ha raccontato a parecchi giornali che i suoi clienti sono studenti e casalinghe, ma anche professori universitari, giornalisti, imprenditori. Trascrivo dal Corriere della Sera: «Da piccolo magari giocavi all’indiano e ti piaceva sentirti legato, adesso che sei grande ti piace farti mummificare. Oppure la ragazzina che giocava alla principessa e teneva in mano la bacchetta, a 20 anni si sente dominatrice e vuole uno schiavetto tutto per sé».
Viene persino da ridere, ma non c’è nulla da ridere.
C’è invece, io penso, da prendere atto che per un numero crescente di persone, appartenenti ai più differenti contesti sociali, gente del Sud,  del Nord, di Roma come di Cagliari o di Bolzano, il sesso è ormai separato nettamente dall’amore.
È piuttosto una procedura, una attività, un palcoscenico dove finalmente diventi protagonista, anche se sei la vittima. Servono spettatori e attrezzature, e poi bisogna raccontare e documentare fin dove si è riusciti a spingersi. Invece che al corso di teatro, o al coro, in tanti vanno al corso di tortura.
Di amore, non se ne parla.
Invece, per dire, nei romanzi di De Sade l’amore è sempre la ragione: le fanciulle si prestano alla tortura perché la ritengono, e viene loro proposta, come una prova d’amore. Anche nel vecchio film Emmanuelle, dove la trasgressione erano frustate e sesso nella toilette di un aereo, la povera Emmanuelle a tutto si prestava perché innamoratissima.
Adesso non più.
Adesso il sesso è diventato nero davvero e viene praticato con gente che si incontra ai corsi appositi, probabilmente, azzardo, per smettere di pensare alla vita che si fa alla luce del giorno.
Non deve essere così facile, tuttavia, separare la pratica sessuale dal coinvolgimento interpersonale. Mi colpisce che chi pratica il sadomasochismo cerchi comunque di far parte di una “comunità”, che ci siano ritrovi, pub, bevute e droghe condivise prima di passare in garage. Che si cerchi un rapporto di “fiducia” reciproca. Il solito La Forgia spiega con il solito garbo: «Non ci si fa frustare da chiunque».
Ma è evidente che il piacere arriva con naturalezza se nasce da e per un rapporto d’amore, mentre diventa una meta difficilissima se lo si cerca come prodotto a sé stante.
Il coinvolgimento emotivo ci spaventa così tanto, che preferiamo cercare le “emozioni forti” appesi a una corda dentro un garage?
È l’amore, che ci spaventa così tanto?
Forse pratichiamo il sesso nero perché ci sembra molto meno pericoloso?
Sono domande per le quali non ho alcuna risposta. Provo solo una grande desolazione.
A Venezia, alla Mostra del Cinema, ho visto una opera prima, Giochi d’estate, di Rolando Colla. Racconta le brevi vacanze, in uno squallido camping toscano, di un gruppo di bambini dai 5 ai 10 anni, figli di famiglie disadattate, con padri in fuga, madri picchiate. I bambini giocano nel campo di granturco. Non a “guardie e ladri”, o a “nascondino”, ma a “killer e sevizie”. Chi perde e viene catturato dal killer, è sottoposto a pratiche terribili: colate di cera calda sul petto nudo, trafitture con aghi, tagli, torture con insetti e anche masturbazione coatta.
Il sesso nero appartiene ormai anche al vissuto dei nostri bambini?
Mi domando quanto coraggio ci serva per tornare a fare l’amore.

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