Sugli smartphone e i loro effetti sulla salute dell’uomo è ancora polemica. A scatenarla questa volta è stato il pronunciamento della Corte d’Appello di Torino che ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Ivrea sul caso di un uomo di 57 anni, colpito da neurinoma del nervo acustico, una forma di tumore legata all’uso prolungato del cellulare. Secondo i giudici del capoluogo piemontese, dunque, esiste un nesso tra telefonini e danni alla salute, in particolare nell’insorgenza di tumori.

Il caso e la “sentenza storica”

Il caso riguarda un dipendente 57enne di Telecom Italia, Roberto Romeo, che si era ammalato dopo aver usato il cellulare per motivi di lavoro per 15 anni in modo intenso (più di tre ore al giorno). In primo grado il Tribunale di Ivrea aveva disposto un vitalizio, erogato dall’Inail, riconoscendo come malattia professionale il tumore benigno (ma invalidante) di Romeo, costretto a sottoporsi a intervento chirurgico e conseguente sordità da un orecchio. Ora i giudici d’Appello hanno confermato la sentenza. I legali dell’uomo parlano di «sentenza storica, la prima al mondo a confermare il nesso causa-effetto tra i tumore e l’uso del cellulare” come spiegato dagli avvocati Stefano Bertone e Renato Ambrosio, che ora intendono portare avanti la “battaglia di sensibilizzazione. Manca informazione, eppure è una questione che interessa la salute dei cittadini. Basta usare il cellulare 30 minuti al giorno per 8 anni per essere a rischio».

La posizione dell’Istituto Superiore di Sanità

Frena, invece, l’Istituto Superiore di Sanità, affidando un commento ad Alessandro Vittorio Polichetti, primo ricercatore dello stesso ISS: «Finora, nessuna correlazione è stata provata tra i campi elettromagnetici dei cellulari e l’insorgenza di tumori. Ci sono solo dei sospetti di cancerogenicità, ma non confermati». Eppure un anno fa era stato un altro organo della giustizia a dare un ultimatum affinché fossero realizzate campagne di informazione sui potenziali danni causati da smartphone (e cordless). Il Tar, infatti, aveva accolto il ricorso presentato dall’Associazione Per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog (A.P.P.L.E.), dando sei mesi di tempo ai ministeri di Salute, Ambiente e Istruzione per adeguarsi e fornire indicazioni più chiare. Un’esigenza accolta anche da molti esperti impegnati soprattutto nella ricerca sul cancro, che da anni denunciano la mancanza di informazioni corrette su un tema tanto delicato: «Il problema è che oggi esistono vere campagne di disinformazione anche sulla tv pubblica: si dice che non ci siano sufficienti dati sugli effetti delle esposizioni, o che siano pochi o contraddittori, quando non è affatto così. Al contrario, esistono grandi conflitti d’interesse da parte dei membri di organi che dovrebbero occuparsi di vigilare su questo settore e invece hanno legami con le compagnie di telefonia mobile, che ovviamente hanno tutto l’interesse a rassicurare la popolazione e a diffondere nuove tecnologie come la rete 5G» denuncia a Donna Moderna Angelo Levis, già ordinario di Mutagenesi ambientale all’Università di Padova, ex membro della Commissione tossicologica nazionale, della Commissione oncologica nazionale, del Comitato scientifico dell’International Society of doctors for the Environment e dei gruppi di lavoro Iarc/Oms sulla cancerogenicità dei metalli.

I primi studi scientifici

«Gli studi esistono dalla fine del secolo scorso. Nel giugno 2001, un gruppo di lavoro della IARC (International Agency for Reasearch on Cancer, l’agenzia dell’OMS che si occupa di stilare e aggiornare la lista dei possibili agenti cancerogeni, NdR) ha esaminato gli studi relativi alla cancerogenicità dei campi elettro-magnetici di “frequenza estremamente bassa” (ELF), quelli associati agli elettrodotti, e li ha classificati come possibili cancerogeni, in particolare per la leucemia infantile. Altre ricerche hanno poi dimostrato la possibile cancerogenicità delle radiazioni di cellulari e cordless» aggiunge Levis, che è anche tra i fondatori di A.P.P.L.E., che in passato ha vinto battaglie legali per il riconoscimento dei danni da radiofrequenze in persone esposte per lavoro in modo massiccio. Tra i casi più recenti quello di Roberto Romeo, dipendente Telecom, a cui nell’aprile del 2017 i giudici di Ivrea hanno riconosciuto una malattia professionale, dopo essersi ammalato di neurinoma per aver utilizzato il cellulare più di tre ore al giorno per lavoro.


Nel 2011 un gruppo di 31 scienziati provenienti da 14 Paesi si è riunito nuovamente a Lione presso la sede della IARC e ha classificato anche i campi elettromagnetici a radiofrequenza prodotti dai cellulari tra i “cancerogeni potenziali” per l’uomo, ossia appartenenti alla categoria 2B. Lo stesso Levis, co-autore tra l’altro di Effetti sulla salute dell’uso della telefonia mobile, ricorda uno studio pionieristico in materia del 2002, firmato da Lennart Hardell del Dipartimento di Oncologia dell’ospedale universitario di Onebro (Svezia) e pubblicato su Pathophysiology, che ancora oggi è tra i punti di riferimento in materia. La ricerca, che ha dimostrato un aumento del rischio di glioma (un tumore maligno del cervello) per gli utilizzatori di telefoni cellulari e cordless, è poi stata ampliata negli anni fino ad arrivare al 2018 quando, a distanza di pochi mesi, due studi condotti in modo indipendente sono giunti alle stesse conclusioni.

Gli studi recenti: la ricerca italiana dell’Istituto Ramazzini

Le ultime ricerche di riferimento internazionale sono del National Toxicology Program (NTP) americano e dell’Istituto Ramazzini di Bologna, che da anni collabora anche con l’ente statunitense. «Dopo un lavoro sperimentale di oltre tre anni su ratti e topi, il risultato non lascia dubbi sulla capacità cancerogena delle radiofrequenze» spiega a Donna Moderna la dottoressa Fiorella Belpoggi, direttrice del Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini. Lo studio italiano, che ha visto la collaborazione anche del Children With Cancer (UK) e dell’EnvironmentalHealth Trust (USA), è il più grande mai realizzato su radiazioni a radiofrequenza. Ha studiato esposizioni mille volte inferiori a quelle dello studio del NTP, riscontrando gli stessi tipi di tumore. «L’intensità delle emissioni utilizzate per la nostra ricerca è dell’ordine di grandezza di quella delle esposizioni ambientali più comuni in Italia»  spiega Belpoggi, con riferimento al DPCM 8/07/03. «Abbiamo usato 50/25 e 5 volt per metro, ossia l’intensità che si può trovare negli appartamenti e nelle fabbriche dove si lavora con radiofrequenze. In questa situazione e nonostante dosi così basse, che si potrebbero considerare inesistenti, abbiamo riscontrato aumenti statistici significativi nello sviluppo dello stesso tipo di tumori maligni molto rari del cuore nei ratti maschi e del cervello nelle femmine, come accaduto nello studio americano» spiega Belpoggi. 
«L’incremento era dell’1,4 per cento che, rapportato ai quasi 7 miliardi di popolazione mondiale, rappresenta un enorme problema di salute pubblica» conclude l’esperta biologa e patologa. Che aggiunge: «La IARC dovrebbe rivedere la classificazione delle radiofrequenze, finora ritenute possibili cancerogene, per definirle probabili cancerogene».

Effetti già dopo meno di 10 minuti

«Purtroppo esistono diversi ordini di problemi. Prima di tutto per quanto concerne la valutazione dei rischi e dei danni legati all’esposizione a campi elettromagnetici di diversa frequenza. Normalmente a questo scopo si utilizzano studi sia epidemiologici, sia tossicologici. Ma per una tecnologia che si è imposta in pochi anni in tutto il pianeta, e alla quale sono esposti ormai miliardi di esseri umani, il discorso è diverso. Per le ricerche epidemiologiche generalmente si confrontano i soggetti esposti e quelli che non lo sono. Ma oggi non c’è più nessuno che non sia esposto, neppure embrioni e feti. D’altronde anche le valutazioni tossicologiche tradizionali sono insufficienti: ad esempio, perché si sviluppi un tumore cerebrale (almeno in un adulto) occorrono circa 20 anni. E i tossicologi espongono in genere animali o colture cellulari per tempi molto più brevi. Non ha quindi senso affermare che le evidenze sono insufficienti: bisogna invece dire con chiarezza che le evidenze ci sono nonostante questi limiti metodologici. E questo è estremamente preoccupante» spiega il dottor Ernesto Burgio, esperto di epigenetica, membro del Consiglio Scientifico di ECERI, European Cancer and Environment Research Institute.


I rischi per i bambini

Tra gli effetti che si possono notare nel brevissimo periodo ci sono quelli termici (ci si sente “scaldare” l’orecchio quando si parla al cellulare) e quelli “invisibili”: «Per quanto concerne i primi basterebbe sottolineare che il calore rende più permeabile la barriera emato-cerebrale, favorendo l’ingresso delle sostanze tossiche nel cervello» ricorda Burgio. «Uno studio del 2009, pubblicato su Pathophysiology, mostrava come già dopo pochi minuti di esposizione il DNA inizi a produrre proteine dello stress (segnali molecolari ancestrali di pericolo/danno) e si attivino geni implicati nei processi tumorali. La situazione è ancora più grave per i bambini, il cui cervello inizia a essere interessato dagli effetti dell’esposizione ai campi elettromagnetici ancora prima e per il 70 per cento del suo volume. Se pensiamo che oggi i bambini entrano in contatto con gli smartphone già a 6/7 anni e lo saranno per 70, possiamo immaginare l’aumento delle probabilità di andare incontro a eventi neoplastici, anche e soprattutto cerebrali».

Perché si negano gli effetti negativi?

«Il principale riguarda il metodo con cui vengono condotti alcuni studi, soprattutto quelli finanziati – guarda caso – dalle compagnie telefoniche o dai produttori di smartphone. Hardell, a partire dal 2002, ha sempre distinto il gruppo degli esposti (coloro che usano lo smartphone almeno da 10 anni e per almeno un’ora al giorno), dai meno esposti, ossia coloro che lo utilizzano pochi minuti al giorno; al contrario lo studio di Interphone, in larga parte finanziato dalle compagnie telefoniche, distingueva solo tra coloro che hanno un cellulare e coloro che non lo hanno, senza considerarne il tipo e la quantità di uso. Purtroppo l’ICNIRP (International Commission on Non-IonizingRadiationProtect) che dovrebbe condurre studi mirati, è composto da membri che hanno denunciato conflitti d’interesse nel settore» denuncia Burgio.

I rischi del 5G

Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2017 si è superato il miliardo e mezzo di smartphone venduti nel mondo. Solo in Italia We Are Social/Hootsuite stima che l’83 per cento della popolazione abbia un cellulare: un dato che colloca il nostro Paese al terzo posto della classifica mondiale, alle spalle solo di Corea del Sud e Hong Kong. In questa situazione l’imminente arrivo del 5G desta non poca preoccupazione, nonostante l’Italia per ora abbia rifiutato di adottare gli standard dell’ICNIRP o dell’IEEE (Institute of Electrical and ElectronicsEngineers), già recepiti da altri Paesi. Al momento, infatti, i limiti sono rimasti di 6 volt al metro nelle 24 ore, contro i 60 già autorizzati in buon parte d’Europa, ossia da 10 fino a 100 inferiori rispetto alle linee guida dei due enti internazionali.

«Purtroppo non esiste letteratura scientifica sufficiente sul 5G. Del resto sarebbe stato impossibile valutare gli effetti dei ripetitori su una popolazione in vivo, prima che questi fossero istallati. Si sarebbe dovuto almeno programmare studi epidemiologici sugli animali, per vedere, ad esempio, se ci fossero evidenze di stress cellulare significativo già nel breve/medio termine. Ma non si è fatto nulla, sicché il 5G rappresenta un’incognita assoluta» spiega Burgio.

L’allarme sui feti e sui giovani

A questi aspetti si aggiunge l’allarme che riguarda i feti nelle donne in gravidanza. «Uno studio sui topi, presumibilmente valido anche per l’uomo, pubblicato nel 2014 su Science Report, ha mostrato come l’esposizione a campi elettromagnetici di frequenza 850 – 1900 MHz (tipica dei cellulari) durante la vita fetale disturbi i processi di sinaptogenesi e quindi la costruzione delle reti neuronali, determinando alterazioni comportamentali e neurofisiologiche persistenti in età adulta» spiega ancora Burgio. «È per questo che chiediamo ai governi di adottare i Principi di Precauzione, anche alla luce di alcuni fenomeni, come l’aumento di casi di autismo e disturbi dell’attenzione: l’esposizioni a campi elettromagnetici, così come a pesticidi, potrebbe rappresentare un grave fattore di rischio» aggiunge Burgio, che conclude: «A tutto ciò andrebbero aggiunti i disturbi di tipo neuropsicologico, legati all’uso massiccio di smartphone da parte dei ragazzi, che secondo uno studio USA toccano i cellulari fino a 1.000/2.000 volte al giorno, notte compresa. Questo significa che il circuito della ricompensa (cioè della dopamina) è costantemente attivato, come avviene con qualsiasi tipo di sostanza dopante, come le droghe. Gli effetti vanno dall’ansia al cattivo umore, dalla depressione giovanile alla dipendenza, senza dimenticare i disturbi del sonno. La soluzione non è vietare lo smartphone né tantomeno il digitale, quanto insegnare a usarli in modo corretto, razionale, responsabile e positivo».