Smartphone e sicurezza: le polemiche non finiscono mai. I riflettori si accendono ciclicamente su questo accessorio ormai indispensabile per la sicurezza in certi casi (vedi l’episodio di San Donato Milanese), evitabile in altri (vedi l’ultimo fatto di cronaca in cui un docente di una scolaresca francese in gita ha “sequestrato” i celllari ai ragazzi e una di loro si è gettata dalla finestra). E mentre la scienza ne dimostra gli effetti nocivi sulla salute, Papa Francesco, con tempismo involontario, esorta proprio i giovani a usare questi strumenti con cautela. 

Insomma, portare gli smartphone in gita o no? Sono utili? In alcune scuole si è pensato di vietarli, anche se molti docenti e la maggioranza dei genitori è contraria. Di certo i cellulari sono compresi nelle lezioni scolastiche. Quindi è giusto portali nelle aule? Possono essere d’aiuto nella didattica o contribuiscono solo a distrarre (o peggio ancora, a diventare strumenti di bullismo)?

Ecco cosa prevede la legge e cosa ne pensano gli esperti.

Divieto in classe: la proposta

La Francia di recente li ha vietati per legge, l’Italia potrebbe seguirne l’esempio perché una proposta di legge in discussione alla commissione Cultura della Camera prevede di vietare “l’utilizzazione dei telefoni mobili e degli altri dispositivi di comunicazione elettronica da parte degli alunni all’interno delle scuole”. Un divieto che si estenderebbe a ogni ordine e grado, dalle elementari alle superiori “e negli altri luoghi in cui si svolge l’attività didattica”. Così vorrebbero le due firmatarie, Gelmini (Forza Italia) e Latini (Lega).

Ma mentre il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti si dice d’accordo, le norme attuali nei fatti impedirebbero già l’uso in aula dei device elettronici di ogni tipo. Contro queste disposizioni, invece, era arrivata un’apertura lo scorso anno da parte dell’ex titolare del MIUR, Fedeli, che aveva creato un gruppo di studio per mettere a punto un decalogo sull’uso di smartphone e tablet a scuola.

L’ipotesi a cui si sta lavorando in commissione Cultura, nell’ambito di una proposta di legge che ripristini l’Educazione civica, è quella di far sì che i cellulari rimangano fuori dalle aule scolastiche, depositati in presidenza o in appositi armadietti, e che per le chiamate di emergenza si faccia riferimento alla segreteria dell’istituto. I promotori della norma sostengono che sia necessario promuovere anche “attività di sensibilizzazione degli alunni su diritti e doveri connessi all’uso di Internet e degli altri strumenti digitali, nonché progetti per prevenire e contrastare il bullismo informatico”.

Ma come funziona oggi nelle aule scolastiche? Chi decide se il cellulare è ammesso in classe? Un’integrazione Testo Unico sull’Istruzione (D.Lgs. 1994/297) prevede già adesso che tutti i telefonini e altri device personali, compresi quelli dei docenti, non possano essere usati durante l’attività didattica.

Il decalogo sull’uso in classe

Come ricorda Skuola.net, sito frequentatissimo dagli studenti, che ha condotto un sondaggio in materia, solo un anno fa l’ex ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, aveva realizzato un decalogo per chiarire le modalità d’uso degli smartphone a scuola, dopo un lungo lavoro da parte di un gruppo di studio composto da docenti ed esperti in materia. “Da un punto di vista normativo e giuridico il decalogo è solo una comunicazione, pubblicata tuttora sul sito del MIUR, ma non è un documento ufficiale perché non è né un decreto né una nota. Doveva essere seguito da un documento più corposo, messo a punto ma mai pubblicato. Vale, quindi, come riferimento culturale. Va tenuto presente che dal 2000 c’è l’autonomia scolastica, che va salvaguardata.” spiega a Donna Moderna Antonio Fini, dirigente scolastico e membro della Commissione che ha redatto il decalogo stesso.
“Vanno poi tenuti presenti due aspetti: il primo è che con gli adolescenti e i preadolescenti, vietare porta raramente a risultati in termini educativi; il secondo è che secondo i dati Eurostat l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi nei quali le competenze digitali si apprendono a scuola. Significa che non è in classe che si apprendono le conoscenze di questi strumenti” aggiunge Fini.

Ora il nuovo titolare del MIUR, Marco Bussetti, sembra essere possibilista: “L’utilizzo dei device per quanto riguarda la didattica è fondamentale e quindi sono a favore al loro uso ma soprattutto ho fiducia nei nostri studenti. Credo molto nel loro senso di responsabilità sull’uso consapevole di questi strumenti ai fini di un migliore apprendimento. Condanno invece in maniera decisa l’uso per altri fini”.

Il rischio “dipendenza” è reale

Gli studi mettono in guardia dal rischio “dipendenza”, accennato anche anche da Papa Francesco: “L’uso di smartphone ha effetti neuropsicologici dimostrati. Le ricerche ci dicono che viene toccato almeno 1.200 volte al giorno dagli adolescenti, che giorno e notte mandano sms, filmati e chiattano” spiega Ernesto Burgio, esperto di epigenetica, membro del Consiglio scientifico ECERI, European Cancer and Environment Research institute. “Questo significa che viene continuamente attivato il circuito della dopamina, lo stesso delle droghe, e che viene stimolato il sistema della ricompensa esattamente come accade con qualsiasi sostanza dopante. Il risultato è una dipendenza dopaminergica negli adolescenti che si prolunga per tutto il tutto il giorno: è come se permettessimo ai ragazzi di essere “drogati” sotto i nostri occhi. Questo preoccupa soprattutto per i rischi di aumento dei disturbi di ansia, umore, depressione e dipendenza per quanto riguarda il giorno. Mentre di notte, i disturbi del sonno sono sempre più frequenti a causa della luce blu degli smartphone che tiene attivo il circuito della dopamina anche 4, 6 o 10 volte più del normale”.

Il cellulare è quindi da demonizzare?

Gli aspetti positivi e l’uso consapevole

“Il digitale ha due aspetti, uno positivo e negativo: dipende da come lo si usa. Ci sono alcuni progetti in corso per valutare il modo in cui rendere consapevoli i ragazzi, motivarli per imparare a usare bene questa tecnologia e questi strumenti, renderli una fonte di informazione importantissima quali sono, per aiutarli nello studio, nelle ricerche, per riconoscere le fake news, per difendere e difendersi dal dilagare dalla dipendenza dai social. Insomma, per trarne gli aspetti positivi” spiega Burgio.

Come gli smartphone aiutano lo studio

In cosa possono aiutare gli smartphone in classe? Non sono sufficienti i computer e le Lim (dove ci sono)? “Va sgombrato il campo da un equivoco: i cellulari possono distrarre tanto quanto carta e penna: se prima si giocava a battaglia navale, oggi si chatta. Piuttosto ci si deve chiedere come migliorare l’insegnamento, rendendolo più coinvolgente. La Lim non è altro che l’evoluzione di una lavagna, dunque uno strumento di comunicazione collettiva e frontale: ci sono un insegnante che mostra e gli studenti che ascoltano. Certo è importante, così come le smart tv che oggi ci sono in alcuni istituti, ma i device personali, come notebook, smartphone e tablet, assolvono un’altra funzione: rendono il singolo studente più attivo. All’interno possiamo trovare di tutto: ad esempio, App per le materie scientifiche che possono permettere varie esperienze grazie ai sensori; oppure possono rappresentare strumenti per scrivere in modo collettivo un testo, o per accedere a libri o materiali multimediali. Al posto del vecchio laboratorio linguistico, per esempio, si può usare lo smartphone per ascoltare brani in lingua originale o per registrare i propri testi” spiega Fini: “Gli usi sono tanto vasti quanto quelli della carta e della penna, si devono affiancare e non sostituire, unendo più tecnologie”.

Chi e come usa lo smartphone a scuola

Secondo il sondaggio di Skuola.net, nel 56% dei casi l’utilizzo dei device è permesso a fini didattici e controllato dai docenti, anche se non manca chi confessa di usarlo anche a scopi personali, per chattare o messaggiare, senza farsi vedere: il 16% chatta con gli amici, il 13% controlla i social network, il 12% naviga su Internet, il 4% cerca le soluzioni ai compiti in classe e un altro 4% semplicemente gioca. In un caso su dieci sono comunque gli insegnanti a cercare di impiegare gli smartphone, di cui già dispongono tutti gli studenti, per lezioni più “interattive” e meno frontali, ossia alla vecchia maniera, con il professore che spiega e i ragazzi che ascoltano e prendono appunti passivamente. Il 47% degli studenti, però, riferisce che solo alcuni docenti sono favorevoli all’uso del cellulare per rendere più coinvolgenti le lezioni: in particolare, al 36% viene chiesto di accenderlo per approfondire le spiegazioni, mentre nel 13% dei casi i prof permettono l’uso di App durante lezioni e compiti in classe. Un altro 13% degli studenti dice di usare la tecnologia per prendere appunti e organizzare lo studio.
“I dati dell’osservatorio sulle competenze digitali in Europa mostrano che l’Italia è al quart’ultimo posto: dietro di noi ci sono solo Grecia, Bulgaria e Romania. Siamo lontani dai livelli da altri partner europei come la Germania o la Francia, per non parlare dei paesi del Nord Europa, che rappresentano un altro mondo” spiega Antonio Fini.