La nuova Europa è davvero donna?

28 11 2019 di Eleonora Lorusso
<p>Margrethe Vestager e Ursula Von Der Leyen</p> Credits: Ansa

Margrethe Vestager e Ursula Von Der Leyen

Il via libera alla Commissione Ue guidata dalla prima presidente donna, Ursula Von Der Leyen, in realtà non ha cambiato nulla, parola di esperti. E l’Italia ha appena perso una buona occasione

«Non vedo l’ora di iniziare a lavorare». Così Ursula Von Der Leyen, primo presidente donna della Commissione europea, si è presentata al Parlamento Ue dove ha ottenuto il via libera con la sua squadra “rosa”. Rosa come il colore – non a caso – della giacca che ha indossato davanti all’Assemblea plenaria. Sorridente, sicura di sé, ha parlato di ambiente e di «una trasformazione di società ed economia, è la cosa giusta da fare e non sarà semplice». Di sicuro non è semplice portare quel cambiamento culturale che permetta di aumentare la presenza femminile in Europa (e in Italia) nei posti che contano davvero. «In realtà io non sono così ottimista: dopo un inizio che faceva ben sperare, con la designazione della Von Der Leyen, c’è stata una battuta d’arresto. La scelta della prima donna alla guida dell’UE sembrava potesse fare da volano anche negli altri Stati membri, ma proprio ieri in Italia abbiamo perso una grande occasione: ai vertici delle aziende partecipate statali sono stati scelti tutti uomini» commenta la presidente di Valore D, Sandra Mori.

Squadra “rosa”, ma è davvero innovativa?

Quella guidata dalla presidente Von Der Leyen, al lavoro dal 1° dicembre, è la Commissione d'Europa più “rosa” di sempre. Ben 12 componenti sono donne, 15 gli uomini. Tra le commissarie ci sono Margrethe Vestager (51 anni) già commissario alla Concorrenza a cui è stata affidata anche la delega del Digitale. Vera Jourova (55) si occupa invece di Valori e Trasparenza, dopo essere stata commissaria per la Giustizia. La 62enne Dubravka Suica è responsabile Democrazia e Demografia, Mariya Gabriel (40 anni) va il settore Innovazione, Gioventù e Cultura. È invece Elisa Ferreira (64 anni) la neo commissaria alla Coesione e riforme, mentre la 63enne Stella Kyriakides gestirà la commissione Salute. A Helena Dalli (57 anni) la guida della Commissione Uguaglianza, mentre Ylva Johansson si occuperà di Affari Interni. Ai Trasporti è stata designata Adina-Ioana Valean (51), al Partenariato internazionale Jutta Urpilainem (44enne). Insomma, a parte due quarantenni, si tratta di donne non giovanissime e già presenti, a vario titolo nelle istituzioni europee, proprio come Christine Lagarde, che ha preso il posto di Mario Draghi alla Banca Centrale europea: «Non è affatto una novità, era previsto che ricoprisse quella carica, veniva già da istituzioni europee e non è una faccia nuova» spiega Mori.

Il caso Italia

Se in Europa aumenta comunque la presenza femminile nelle istituzioni, «l’Italia non ha saputo cogliere questa opportunità: le nomine per la guida delle aziende partecipate statali sono andate tutte a uomini, 20 su 20. Il segnale che arrivava da Bruxelles non solo non è stato recepito, ma sembrerebbe andare in direzione opposta. Si può obiettare che lo Stato aveva bisogno di scegliere professionisti competenti, ma allora dobbiamo dedurre che non ce ne siano tra le donne?» si chiede la presidente di Valore D.

Donne nei posti chiave: è ancora presto?

Nel mondo sono meno di 20 le donne leader, esattamente 19. La più famosa è la cancelliera tedesca Angela Merkel. A Theresa May era stata affidata l’impresa impossibile di traghettare il regno Unito verso la Brexit, ma è stata costretta a dimettersi. Erna Solberg è la premier norvegese, Katrìn Jakobsdòttir è invece il primo ministro in Islanda, primo paese al mondo a emanare una legge per la parità salariale tra uomini e donne, ma si tratta ancora di rarità. Estonia e Lituania hanno capi di governo donne, così come la Romania e la Croazia, ma i big del mondo non hanno ancora aperto realmente le stanze dei bottoni al mondo femminile, come dimostra la corsa (persa) alla Casa Bianca di Hillary Clinton. Ci riuscirà Michelle Obama?

Italia fanalino di coda?

La presenza di donne nel Parlamento italiano è sicuramente aumentata passando dal 5 al 35% circa in 70 anni. Ma le donne restano poche, soprattutto se si considerano i ruoli chiave. Il dossier Parità vo cercando. 1948-2018. Le donne italiane in settanta anni di elezioni, a cura del Senato, mostra come in 18 legislature (ma la situazione non è cambiata nell’ultimo anno) soltanto 5 hanno avuto un presidente della Camera donna e nessuna è riuscita ancora a diventare Premier o Capo dello Stato. A preoccupare, però, è soprattutto il fatto che la politica sembra non ritenere la questione di genere una priorità, come dimostra l’imminente scadenza della legge sulle quote rosa.

Che fine farà la legge sulle quote rosa?

Al momento è ancora in vigore, ma prossimamente scadrà perché imponeva il 30% di presenza femminile nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in Borsa, per almeno tre mandati, dunque 9 anni. Risale, però, al 2011. «C’è una proposta di proroga in Senato, ma è ferma, dopo essere giunta in aula già due o tre volte inutilmente, a dimostrazione che in realtà non interessa a nessuno» commenta Sandra Mori. «Anche le aziende che si adeguate lo hanno fatto per evitare le sanzioni previste. Si tratta comunque solo di circa 300 società, mentre quelle non quotate non hanno l’obbligo di inserire le quote di genere ed evidentemente non considerano le donne una risorsa conveniente. Ma è ancora più grave che le stesse donne nei Cda non abbiano fatto nulla per avere più presenze femminili in azienda o per incentivarne il numero nei consigli di amministrazione» dice Mori, che aggiunge: «È vero che si tratta di mettere attuare un cambiamento culturale e che occorre tempo, ma ormai ce lo diciamo da 10 anni».

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