«Ci teniamo a sottolineare che per noi essere utili significa essere utili per davvero: con tanto di nomi e cognomi, indirizzi, verifiche e, udite udite, i prezzi». Così Edvige Bernasconi, fondatrice e prima direttrice di Donna Moderna, riassume nel suo editoriale l’anima del nuovo giornale, che debutta in tutte le edicole italiane il 22 marzo 1988 e quest’anno compie i suoi primi trent’anni. È una rivista per donne che vuole lasciarsi alle spalle una certa visione patinata delle tematiche considerate “femminili” – come la cura della famiglia e del proprio corpo, o la moda – e offrire invece alle lettrici consigli pratici, utili appunto, che si sforzano di pensare alle donne senza ingrupparle a forza in categorie stereotipate.

Il giornalismo di servizio, al femminile

Lo fa puntando a un giornalismo onesto e senza fronzoli – di servizio – che sfrutta al meglio l’ottimismo economico della fine degli anni Ottanta per rilanciare l’idea di una nuova donna italiana, che non per forza è giovane, non per forza è magra, non per forza vuole trovare un uomo ma che, se vuole, può essere tutte queste cose. Una donna che vuole essere indipendente economicamente (Speciale “Vita Pratica” del primo numero, da pagina 50 a 55, sui lavori del futuro nei quali bisogna investire: la programmatrice, la consulente finanziaria, ma anche la segretaria “anni ‘90” e i molti modi di sfruttare il part time, arrivato in Italia nel 1984).

Donna Moderna parla a una lettrice interessata ai grandi temi dell’attualità (sul numero 2 del 1993 c’è un approfondimento sui movimenti neonazisti mentre sul 26 del 1995 si legge un profilo di Umberto Bossi che si affacciava allora sulla scena politica nazionale), raccontati senza sofisticazioni, una donna che si fa delle domande tanto sul proprio desiderio sessuale (pagina 70 del primo numero, a proposito di sessuologia: “Quali sono i punti più sensibili del nostro corpo”) quanto sull’educazione dei figli in caso di “affido alternato” (sempre a pagina 70).

Nel secondo numero c’è uno speciale sulla chirurgia estetica che è poi un esercizio di debunking, come lo chiameremmo oggi, con tanto di listino prezzi (dai cinque agli otto milioni in quegli anni per un lifting, non proprio alla portata di tutte, ma almeno sai quanto costa e cosa comporta) e l’intermediazione di molti esperti, da quel momento in poi interpellati (e tradotti in un linguaggio accessibile) a spiegare senza spocchia riforme economiche, cambiamenti di costume, beghe quotidiane.


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Una formula ancora attuale

Sul numero tre, lo spazio del “Se ne parla” è invece dedicato all’aborto: nel boxino verde di pagina 63 ci sono i numeri da chiamare, un paragrafo è dedicato al ruolo dei consultori familiari. Oggi sembra ordinaria amministrazione, tanto più in un momento in cui, per far fronte alla crisi dell’editoria, siti, piattaforme sociale e magazine patinati hanno abbracciato l’approccio “dalla parte del lettore”, di fatto rinunciando all’imposizione dall’alto tipica di molti giornali. Sfogliando gli archivi di Donna Moderna salta all’occhio quanto poco, in fondo, sia cambiata negli anni.

Leggeremmo anche adesso gli articoli sul perché non si parla abbastanza di sesso ai giovani e nella coppia, o del cumolo di ore lavorate – in casa e fuori – da moltissime donne senza ricevere equa retribuzione, sui modelli (sbagliati) imposti al corpo femminile (interessante la scelta di dedicare due pagine sul numero 9 alle body builder) e sul problema dell’orario “spezzato” degli uffici pubblici. La sua formula era moderna trent’anni fa e lo è ancora oggi, nell’epoca dei progetti editoriali dedicati all’empowerment delle donne (un’espressione inglese che sta per “sentirsi legittimati”, “sentirsi il potere di fare qualcosa”), in sintonia con lo spirito delle donne Millennial, che vogliono partecipare attivamente alla discussione pubblica sul loro ruolo nella società e, non da ultimo, il loro futuro.

Un giornale da un milione di copie

Sul numero del 12 febbraio 1993, a cinque anni dal suo debutto, Donna Moderna festeggia il record del milione di copie, roba da fantascienza se si guardano ai numeri dell’editoria contemporanea. Nel numero speciale si parla già di dare una svolta all’educazione dei più piccoli – «La pedagogia svolta pagina. Basta con i bambini serviti e iperprotetti» – mentre poco più avanti si raccontano i nuovi comici italiani, da Giobbe Covatta a Corrado Guzzanti.

A pagina 105, invece, è la volta della legge sulla cittadinanza, che risponde alla domanda “Come si diventa italiani”, il dossier speciale è dedicato invece alla creatività, intesa anche come il darsi la possibilità di sperimentare nelle relazioni e al superamento dei condizionamenti sociali legati all’età e al genere. Qualche numero prima (DM 3 dello stesso anno) l’inserto da staccare “Mamma oggi” è dedicato alle madri lavoratrici, a quelle che hanno deciso di avere un figlio da single e a quelle che si sono affidate alla fecondazione assistita, «Per ciascuna problemi diversi. Per tutte una soluzione ragionevole», dice il sottotitolo. Attuale, dicevamo.

Nel 1995, intanto, alla direzione è la volta di Patrizia Avoledo, già vice di Bernasconi dal 1991, che con Cipriana Dall’Orto guiderà Donna Moderna fino al 2013, traghettando il giornale fino alla sua maggiore età. Sotto la loro direzione, Donna Moderna cresce e si sviluppa riconfermandosi il femminile più letto d’Italia, titolo che detiene ancora oggi, anche sul web. Tutti i “restyling” che seguiranno, alcuni più fortunati di altri, sono sempre pensati nell’ottica di quel giornalismo di servizio che ne ha decretato la fortuna. Nel 2013 a dirigere Donna Moderna arriva quindi Annalisa Monfreda, 34enne con esperienze da direttore già da Top Girl e Cosmopolitan, che ha ripreso e ampliato i temi cari a Donna Moderna e ha voluto investire nell’attualità al femminile anche sul sito, con un canale News gestito dalla redazione e una newsletter quotidiana che affiancano e integrano il poderoso patrimionio Seo di Donnamoderna.com.

Storie (e volti) di donne vere

Nel 2011, Avoledo e Dall’Orto decidono di non utilizzare più modelle professioniste per i servizi fotografici di moda e bellezza e di lanciare un casting nazionale alla ricerca delle “Donne Vere” da copertina. È a suo modo una rivoluzione culturale, che ancora una volta anticipa nella pratica l’odierna discussione sulla rappresentazione femminile in corso sui media, per cui oggi tante star rifiutano di farsi ritoccare con il Photoshop e le stesse agenzie di casting si sono aperte a ragazze con fisicità ed etnie molto più variegate rispetto alla modella bianca magra, dominante sulle passarelle.

Nel caso di Donna Moderna, non è una rivoluzione che guarda al glamour o all’estetica, quanto piuttosto – ancora una volta – alla missione “storica” del giornale, che è pur sempre «il settimanale che ti facilita la vita, che sta dalla vostra parte, che trova per voi soluzioni utili e intelligenti per farvi risparmiare tempo e denaro», come scrive Avoledo nel suo editoriale sul numero di lancio del progetto, quello del 29 giugno 2011.

Le donne sono sempre state, d’altronde, il vero perno del giornale: le loro storie, le loro opinioni, le loro esigenze, i loro volti e le loro lettere-mail che si possono leggere nelle tante rubriche con cui interagiscono. E lo sono innanzitutto perché libere di autodeterminarsi, ognuna a suo modo, senza una ricetta miracolosa che vada bene per tutte. Come ha scritto Annalisa Monfreda nel suo primo editoriale da direttore sul numero del 20 febbraio 2013, Donna Moderna è più di tutto «una straordinaria opera dell’ingegno collettivo» e per questo motivo non è difficile immaginare che saprà affrontare (e raccontare) le sfide del futuro.