Il boom del wellness in pandemia

Mentre l’incertezza sulla Fase 2 regna sovrana, soprattutto in Italia, molti fra noi hanno superato i due mesi di reclusione forzata a causa dell’emergenza coronavirus. In questo periodo le abbiamo provate un po’ tutte, compatibilmente con gli impegni famigliari e lavorativi, nel tentativo di ritagliarci un piccolo momento di calma e provare a staccare dall’amara situazione che stiamo vivendo: dalla meditazione al tagliarci i capelli da sole fino alla scuola di cucito online. D’altra parte, tutti gli psicologi lo consigliano: è importante prendersi del tempo per se stessi, ritagliarsi un angolo di solitudine vera, cercata, anche all’interno dell’isolamento, perché la quarantena è un’esperienza che può mettere a dura prova l’equilibrio psicofisico di tutti.

Il boom del “wellness” sui social

Se un po’ frequenti i social ti sarai accorta che, ultimamente, i consigli sul cosiddetto “wellness” – ovvero il benessere, la cura di sé intesa in senso molto ampio – sono aumentati a dismisura. Non c’è influencer o celebrity che in questi giorni non ci abbia propinato qualche prodotto speciale (che fosse un beverone, un set di vitamine, una ricetta rigorosamente organica o qualche olio da spalmare) o qualche bizzarro rituale (il bagno con i sali, il bicarbonato e una quantità spropositata di prodotti dell’attrice January Jones, ad esempio, o i tanti corsi in diretta Instagram di guru del lifestyle dai loro studi deserti e super attrezzati) per aiutarci a ritrovare la parte più intima di noi stesse, ma anche – perché no, di questi tempi – per rafforzare il sistema immunitario, la resistenza psicologica, l’ascendente astrale. Non è certo un fenomeno nuovo, è in voga ormai da un po’ di anni e ha alcune motivazioni di fondo che sono molto condivisibili.

Come accaduto per la mindfulness, però, molte di queste pratiche, spesso innocue ed effettivamente utili, hanno perso lo spirito originario e si sono trasformate in un modo come un altro per riempirsi di prodotti o, peggio ancora, nell’ennesimo “status” creato ad hoc dai social media. Insomma, un’altra fonte di ansia – sarò così stressata perché non ho abbastanza candele profumate? – fabbricata dall’esterno, in un momento in cui ci ritroviamo, volenti o nolenti, a “consumare” ancora di più il nostro tempo su internet. Mangiare in maniera corretta, prendersi cura del proprio corpo e utilizzare prodotti di qualità, nel cibo come nell’igiene della persona, sono sempre di grande aiuto, e lo sembrano ancora di più in un momento in cui la nostra salute è minacciata anche dallo svolgere attività quotidiane, come uscire per fare la spesa. Ma no, le vitamine sponsorizzate dall’influencer di turno non vi proteggeranno dal coronavirus, sebbene le vitamine, lo sappiamo tutti, facciano bene.

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Ma chi può permettersi di seguire questi consigli?

Ehi, anche noi di Donna Moderna ti abbiamo consigliato un bel po’ di attività da provare in quarantena, mentre la community di Corri con noi si è riorganizzata su Instagram per offrirti una serie di lezioni gratuite con le nostre ambasciatrici, perché crediamo che sia davvero utile, durante una giornata, ritagliarsi uno spazio, fisico e mentale, che sia solo per te. Tuttavia, c’è una parte di questo fenomeno che non convince fino in fondo: come ha scritto su The Cut Amy Larocca, che sul fenomeno del wellness social sta scrivendo un libro: «Una delle lezioni del “wellness” è che la buona salute è diventata un prodotto di lusso. L’obesità, il diabete, le malattie polmonari e le malattie cardiache sono tutti considerati fattori determinanti nella probabilità di contrarre il virus». Se puoi permetterti di fare tutte quelle cose à la Gwyneth Paltrow, è molto probabile che tu abbia delle risorse economiche che, è legittimo prevederlo, ti mettono al riparo dalla parte peggiore della pandemia.

Eppure, termini come “selfcare” hanno un’origine molto diversa, spiega sempre Larocca, e hanno a che fare con le femministe che «alla fine degli anni ’60, rubarono degli specoli di plastica da alcune cliniche private in California e si misero su uno scuolabus a educare le donne circa la loro anatomia, distribuendo anche dei piccoli specchi, e a insegnare loro com praticare esami pelvici l’un l’altra, in un momento in cui la professione ginecologica era quasi interamente dominata dagli uomini. Il termine veniva usato nei centri sanitari fondati dal Black Panther Party a Oakland, in California, luoghi istituiti per aiutare quella parte di popolazione [in questo caso gli afroamericani, ndr] ignorata dagli ospedali. Non aveva niente a che fare con i massaggi o la manicure». Sia chiaro, non c’è niente di male in una manicure o in un bel messaggio, ma la pandemia ha portato alla luce tutte le contraddizioni di un “movimento” che vorrebbe essere alla portata di tutti, ma alla fine non lo è per nulla.

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