Il ritorno alla normalità inizia dalla testa

Il tempo che si dilata, l’incertezza che prevale, l’ansia che aumenta. Ci adeguiamo a divieti e restrizioni, ma sono sempre più evidenti gli effetti sul nostro equilibrio e sulle relazioni con chi ci è accanto. Abbiamo chiesto a uno psicologo in che modo gestirli: adesso e dopo, quando ritorneremo alla normalità dopo la fine dell'emergenza coronavirus

La consulente 35enne che scoppia a piangere ogni sera, non solo perché le manca la vita frenetica di prima ma soprattutto perché non sa quando potrà riprendere a lavorare e guadagnare. L’impiegato che per sfuggire alle urla dei figli esce a fare la spesa 2 volte al giorno, in barba ai divieti. Le coppie che hanno retto la convivenza 24 ore su 24 per qualche settimana ma ora scoppiano. Il tempo che si dilata, l’incertezza che dilania le menti.

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Uno studio pubblicato dall’università di Harvard il 25 marzo conferma: gli italiani hanno risposto bene all’autoisolamento ma, giorno dopo giorno, aumenta la loro preoccupazione per le scorie mentali e relazionali che la quarantena lascerà sul terreno. «Il Covid-19 e le misure draconiane necessarie a circoscriverlo hanno cambiato le nostre abitudini, scoperchiando paure, stigmi e contraddizioni che sarà difficile lasciarci alle spalle anche quando tutto sarà finito» osserva Armando Toscano, psicologo milanese che dall’inizio dell’emergenza coordina uno sportello di ascolto gratuito e 2 progetti dedicati all’inclusione di adolescenti difficili.

Qual è il quadro che abbiamo di fronte? «Negli ultimi 20 anni l’individualismo si è accentuato, soprattutto nelle grandi città: nuclei familiari più ristretti, socialità reale diminuita a scapito di quella virtuale, maggiore stress vissuto in solitaria. Ora l’emergenza ha dissolto anche gli spazi collettivi che resistevano, e che ci davano più sfogo di quanto non ammettessimo: l’ufficio, il negozio sotto casa, la scuola, il parco, la chiesa».

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Le mura domestiche non bastano a tranquillizzarci? «No, perché non ci stiamo per libera scelta. Anzi, ci sentiamo controllati a vista, dalle norme o dalle persone con cui dividiamo la quarantena. Ormai, siamo a quasi un mese di isolamento, con le disposizioni più stringenti e il bombardamento di notizie che enfatizzano il senso di accerchiamento».

Con quale risultato? «Nei soggetti più fragili, negli anziani e in chi ha problemi relazionali, la tendenza a lasciarsi sopraffare è più evidente. Ma le segnalazioni che riceviamo ogni giorno confermano che anche persone normalissime, sottoposte a uno stress del genere, stanno già modificando i loro comportamenti. Le difese psicologiche saltano facilmente, diventiamo più emotivi o più aggressivi. E dato che siamo limitati nei movimenti, finiamo per litigare spesso proprio con chi fa già parte della nostra “bolla”: parenti, vicini di casa, colleghi».

Soluzioni possibili? «I più reattivi si stanno dando una nuova routine per gestire il tempo in maniera costruttiva, tutti gli altri devono imparare a farlo in fretta. Se prima dormivo 8 ore per notte passare a 10 non è una buona cosa; se i miei ritmi di lavoro rallentano posso approfittarne per fare un corso online; se invece accelerano a causa della difficoltà di interagire a distanza, non devo tormentarmi a tutte le ore con riunioni via Skype, mail e messaggi. Sono regole che in tempi di domicilio forzato funzionano anche per la vita familiare».

Cioè? «Dobbiamo dialogare con chi ci sta vicino, avendo particolare cura per chi già prima accusava di più la pressione: genitori anziani, adolescenti difficili, caregiver. Ma anche ritagliarci qualche ora tutta nostra, dove dedicarci a cose che ci fanno stare bene».

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E fuori casa? «Dobbiamo sforzarci di non cedere alle contrapposizioni: quel che sta succedendo ha travolto tutti, e nessun divieto o posto di blocco punta a colpire noi in particolare. Accettiamoli senza lamentarci e senza dare la colpa di ciò che non va al nemico di turno».

Vede contraccolpi anche sul lungo periodo? «L’emergenza dura da così tanto che il fenomeno assumerà contorni collettivi. Come accade per le guerre o per i terremoti, anche per il coronavirus esisteranno un “prima” fatto di molte più certezze e un “dopo” tutto da comprendere, dove è possibile che aumentino gli choc post-traumatici, dai divorzi ai suicidi».

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Come ne usciremo? «Dovremo recuperare a poco a poco il senso di comunità, magari ripartendo proprio dalla compattezza un po’ inaspettata che stiamo mostrando in questo difficile presente e dalla grande prova della nostra sanità pubblica. Almeno una parte delle somme che servono a gestire l’emergenza Covid-19 andrebbero destinate al monitoraggio delle situazioni critiche: famiglie in povertà o con anziani a carico, madri single, adolescenti che abbandonano la scuola. Domani saranno ancora loro i soggetti bisognosi di supporto».

Quando tutto questo sarà finito cambierà anche il modo in cui viviamo le nostre città? «Probabilmente molti torneranno a giudicare lo spazio pubblico come un luogo necessario per migliorare la nostra qualità di vita. Mai come in queste settimane, infatti, ci siamo accorti che un’esistenza fatta solo di casa e piccoli tragitti destinati a lavoro e acquisti essenziali è un’esistenza monca».

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