Elisabetta e il principe Filippo

La regina Elisabetta e il principe Filippo: 73 anni di matrimonio reale

Lei lo sposò nonostante le perplessità dei genitori. Lui rinunciò ai titoli, alla carriera militare, perfino al cognome. Il matrimonio tra la sovrana inglese e il marito appena scomparso è stato un riuscito (anche se non facile) compromesso tra famiglia e Corona. E la dimostrazione che il grande amore è una gara di lungimiranza

Il «profondo dolore» con cui Elisabetta II ha annunciato al Regno Unito e al mondo, il 9 aprile, la morte del marito Filippo, duca di Edimburgo, non rende certo l’idea di cosa significhi questo momento per lei. Dopo 73 anni di matrimonio, e alla vigilia del suo 95esimo compleanno (il 21 aprile), la scomparsa del marito - pur se in qualche modo anticipata dal ritiro nel 2017 e dal lungo ricovero dello scorso febbraio - non può che risuonare come la fine di un’era. E di un amore che è di per sé un romanzo storico.

Il colpo di fulmine adolescenziale

Nel 1934 la piccola Elisabetta, 8 anni e ancora soltanto principessa di York, a un matrimonio conosce Philippos, un lontano cugino – entrambi discendono dalla regina Vittoria – e principe 13enne in esilio di Grecia e Danimarca: c’è addirittura chi sostiene che tutto sia cominciato qui.

Quando si incontrano di nuovo, 5 anni dopo al Dartmouth Royal Naval College, già molte cose sono cambiate: in seguito alla rinuncia al trono di Edoardo VIII per amore di Wallis Simpson, Elisabetta è diventata l’erede al trono d’Inghilterra, e lui si è trasformato in un cadetto alto, biondo e occhiazzurrato la cui «vichinga prestanza» – come racconterà in seguito la governante Marion Crawford nel libro The Little Princesses – non lascia indifferenti. Durante la Seconda guerra mondiale si scrivono lunghe lettere, e quello che sembrava un colpo di fulmine adolescenziale si trasforma in un sentimento autentico.

Re Giorgio VI si oppone al matrimonio

Ma Filippo non piace alla famiglia reale: re Giorgio VI e soprattutto la consorte Elisabetta Bowes-Lyon (quella che per le generazioni successive diventerà l’arzilla Regina Madre, in realtà una sublime aristocratica dal carattere d’acciaio) lo chiamano «l’Unno» in virtù delle sue origini germaniche, certo, e della disgraziata pochezza patrimoniale, ma pure per via di una maniera distintamente brusca di stare al mondo.

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1 di 7 - La regina Elisabetta e il principe Filippo nel 1997 durante le celebrazioni delle nozze d’oro.
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2 di 7 - La Famiglia Reale nel 1965.
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3 di 7 - La Famiglia Reale nel 1993.
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4 di 7 - La regina Elisabetta e il principe Filippo il giorno delle nozze, il 20 novembre del 1947.
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7 di 7 - La regina Elisabetta e il principe Filippo ad Ascot.

Le nozze nel 1947

Elisabetta però insiste, con la quieta tenacia di chi sa scegliersi le battaglie, e re Giorgio infine acconsente alle nozze: il 20 novembre del 1947 a Westminster Abbey, in una cerimonia che per il Paese è anche la celebrazione della rinascita dopo la guerra.

A pensarci oggi sembra incredibile, ma in quel momento Filippo è un completo outsider. Non solo è straniero, e per sposarsi deve abdicare ai suoi titoli, alla sua nazionalità e a ogni pretesa dinastica, ma deve pure cambiare nome: il cognome materno Battenberg diventa Mountbatten, all’inglese.

Filippo è stato il consorte reale più longevo nella storia britannica

Quando Elisabetta sale al trono, nel 1952, Filippo rinuncia inoltre alla carriera militare. Rifiuta di farsi chiamare “principe consorte”, ma è a tutti gli effetti un suddito di sua moglie: negli anni ’50, converrete, una posizione culturalmente e socialmente piuttosto scomoda. Eppure è stato il consorte reale più longevo nella storia britannica, un energico capofamiglia e una figura pubblica rispettata dal popolo e amata anche per le sue intemperanze. (Digressione pettegola: se seguite le cronache reali, non vi sarà sfuggito il parallelo con la situazione di Meghan Markle all’inizio della sua esperienza a corte. Confidiamo in un libro di rivelazioni, tra qualche anno, che ci racconti cosa davvero pensasse Filippo della nuora ribelle e del nipote in fuga).

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Un matrimonio riuscito, anche se non facile

Quello tra Elisabetta e Filippo è un matrimonio riuscito, ma certo non facile. Il duca di Edimburgo ha troppo carattere per rimanere qualche passo indietro di buon grado come si conviene – né Elisabetta si sarebbe mai potuta innamorare di un tipo troppo mansueto – e l’incoronazione pone immediatamente un problema di forma che coinvolge malumori sostanziali: quale cognome dare agli eredi? «Sono l’unico uomo di questo Paese che non può dare il proprio nome ai figli» si lamenta lui.


Filippo Rifiuta di farsi chiamare “principe consorte”, eppure è a tutti gli effetti un suddito di sua moglie


 

La questione è complicata: quando Giorgio V nel 1917 aveva cambiato il nome della stirpe reale britannica in Windsor, non aveva previsto l’eventualità di una sovrana (femmina), alla quale si sarebbero quindi potute applicare le normali regole d’anagrafe, ma per il governo guidato da Churchill è inaccettabile che un futuro re d’Inghilterra si chiami come «l’Unno» Mountbatten.

Elisabetta, tra due fuochi, si dibatte: gli eredi saranno Windsor, conferma nel 1952, e anche Mountbatten, aggiunge nel 1960 (la prima a usare ufficialmente il cognome Mountbatten-Windsor sarà Lady Louise, la figlia di Edoardo e Sophie, nata nel 2003, ma quello che conta è il pensiero). L’obiettivo di conciliare famiglia e Corona, autorevolezza regale e pace domestica, è stato – per entrambi – il lavoro di una vita.

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Le voci sulle relazioni clandestine

La paura di Filippo è evidentemente quella di trasformarsi in una «maledetta ameba», come dice lui, poco più di un fuco alla corte dell’ape regina, e certo anche per questo negli anni si susseguono voci (naturalmente mai confermate) di relazioni clandestine con ballerine, attrici, cantanti e altre vistose conferme di mascolinità. Ma per Elisabetta il divorzio è «responsabile di alcuni tra i mali più oscuri della nostra società»: un’opzione moralmente e istituzionalmente impraticabile. E poi il grande amore è un traguardo da maratoneti: non conta lo scatto, è una gara di lungimiranza.

Senza considerare che l’apporto di Filippo alla monarchia diventa, di anno in anno, più prezioso. Non solo per le iniziative come il Duke of Edinburgh’s Award – fondato nel 1956 per incoraggiare i ragazzi a prestare volontariato civile nelle proprie comunità, oggi attivo in 144 Paesi, e che verrà ereditato da Edoardo insieme al titolo – ma anche per l’approccio più rilassato e ironico, ancorché talvolta decisamente inappropriato, che Filippo introduce nel protocollo reale. Un uomo di grande cultura e gusti raffinati, lettore avido e collezionista d’arte, che verrà ricordato per l’impassibilità con cui diceva cose come «È un piacere per una volta arrivare in un Paese non governato dal popolo», visitando il Paraguay sotto dittatura.

«Filippo è stato la mia roccia»

«Filippo è stato, molto semplicemente, la mia roccia» riconosceva Elisabetta festeggiando le nozze d’oro nel 1997. Un punto di riferimento costante, a cui appoggiarsi per affrontare gli scandali che si sono succeduti nei decenni, e la cui perdita arriva dopo il più orribile tra gli anni orribili, cominciato con il trasloco Oltreoceano di Harry e Meghan e proseguito con una pandemia nel momento cruciale della Brexit. Ma è anche il segno che la Storia va avanti, implacabile. Pure la Corona è una gara di lungimiranza: il suo lutto privato durerà 8 giorni, poi su quella roccia bisognerà imparare a costruire. Una nuova stagione sta per cominciare.

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