Inizia oggi, 13 ottobre, l’edizione 2026 del Festival del Cinema di Roma. Più di una settimana di film, restauri, documentari e serie tv, che rendono la Capitale il luogo perfetto per gli amanti della Settima Arte. Quest’anno, nel mare di film provenienti da ogni parte del mondo, sembra esserci un filo conduttore speciale: il racconto e l’analisi della figura paterna, e di cosa significhi essere padre. Un argomento che ci affascina (hai già ascoltato il nostro nuovo podcast? Lo trovi qui), e che ci conferma che non parliamo ancora abbastanza di padri, non li conosciamo ancora quanto vorremmo.
Dai racconti di padri illustri con lo sguardo dei figli – in titoli come Fatherland, Fuksas – Da tutta la vita e Mustang – a racconti di padri “nuovi”, che mostrano fragilità, paura, dubbi. Passando per i padri autoritari, duri, corazzati, come il protagonista di L’essere amato, e quelli assenti, come il papà “sognato” di Caro mondo crudele. I padri dei film del Festival di Roma sono figure su cui interrogarsi, a cui affezionarsi, a cui volere male o a volte bene.
Ti racconto mio padre
In Fuksas – Da tutta la vita, Elisa Fuksas dietro la cinepresa offre un ritratto inedito del padre, l’architetto Massimiliano Fuksas, fatto di architettura, pittura, incontri straordinari, passione, ma anche perdite e ricordi incongruenti. Tra padre e figlia si svolge un gioco di specchi, simile a quello che si evince da Il ghiaccio in tasca, mio padre Giuseppe Sinopoli (di Giovanni Sinopoli). A 25 anni dalla morte improvvisa del padre, il direttore d’orchestra Giuseppe Sinopoli, Giovanni ha cercato di ricostruire la sua vita a partire dalla propria voce, i filmati di famiglia, materiali d’archivio e interviste a familiari, musicisti e artisti che lo hanno conosciuto.
Viaggi e ricordi per cercare di raccontare il padre sono anche al centro di Mustang, il film in gara di Kasia Smutniak, che vede la figlia Sophie Taricone raccontare una storia iniziata prima della sua nascita. Attraverso filmati d’archivio girati dai suoi genitori, Smutniak e Pietro Taricone, ripercorre il loro viaggio del 2003 nel Mustang, un luogo himalayano detto “l’ultimo Tibet”, e segue il ritorno di Kasia dopo la morte di Pietro.
Immaginare i padri, cercarli nell’assenza
Non sempre, però, la scomparsa di un padre porta i figli a voler ripercorrere i suoi passi. Nel caso de L’incontro, il documentario di Fabrizio Galatea, al centro della storia c’è Giorgio Bazzega, rimasto orfano a due anni quando, il 15 dicembre 1976, il padre viene ucciso da Walter Alasia, giovane esponente delle Brigate Rosse. Il dolore per la perdita lo getta in una voragine di dolore e in una vita passata a lottare contro le dipendenze, che il film intreccia con la narrazione degli anni di piombo e degli strascichi ancora presenti.
La reazione di Giovanna, giovane protagonista di Caro mondo crudele, è invece opposta. Dopo la perdita del padre, sfrutta la sua immaginazione per appellarsi a lui in ogni momento e lo disegna come se fosse un cartone giapponese. Ma forse la narrazione più originale del peso dell’assenza è quella di Alea Jacarandas, dove le protagoniste sono le strade di Algeri, costellate da alberi di jacaranda. Seguendo le orme del padre Ameziane – uno scrittore ossessionato da questi alberi viola – Hassen Ferhani esplora così la città, l’eredità e l’amore.
I padri-patriarchi
Nell’assenza si svolge anche Un tranquillo funerale in famiglia, anche se la figura del padre appena deceduto è praticamente protagonista. A differenza dei padri sopracitati, il patriarca della famiglia Mancuso è un personaggio scomodo che ha lasciato traumi e ferite nei figli, e fare i conti con la sua figura non è facile. Un personaggio simile, sempre narrato dalla prospettiva dei famigliari, è Puig di Mariage au Goût d’Orange, il film diretto da Christophe Honoré, bandito dalla famiglia e assente al matrimonio del figlio, eppure presente nel dolore di ognuno.
Il ritratto più doloroso di un padre-padrone al Festival del Cinema, però, arriva da Javier Bardem: in gara nei panni di Esteban Martinez in L’essere amato, l’attore francese mostra il dolore dei non detti e dei traumi che allontanano un padre e una figlia. L’essere amato è un film doloroso e a tratti violento, che alterna melodramma e drammaticità, ma che – come ha raccontato Bardem – deve insegnare che il modello patriarcale va superato, per il bene di tutti.
Paternità e fragilità, i “nuovi” padri
Ma al Festival del Cinema arrivano anche nuovi modelli, nuove prospettive, che sembrano raccontare meglio i padri moderni e le loro fragilità. Non più nascoste ma mostrate, affrontate. E il loro desiderio di rinunciare alle obbligazioni della figura patriarcale, mostrandosi affettuosi e desiderosi di amore.
Ben lontano dal rispettato e austero Thomas Mann che la Storia ci riporta, il personaggio di Fatherland è un uomo che torna in patria dopo esservisi allontanato e dopo la guerra, accusato di essere un codardo ed osteggiato dai concittadini. A fargli forza è la figlia e assistente, che lo accompagna nel suo viaggio di ritorno. In Fjord, Mihai Gheroghiou si trova addirittura a rischiare di perdere la propria patria potestà per la sua religione e nazionalità, considerate scomode nella Norvegia chiusa dei Fiordi. Mentre il protagonista di Closure di Michał Marczak, Daniel Dymiński, è un padre disperato che non accetta la scomparsa misteriosa del figlio.
Ma il ritratto più originale è quello di Club Kid, esordio alla regia di Jordan Firstman, che racconta la storia di un pr newyorkese che scopre di avere un figlio piccolo quando questo gli si presenta alla porta. Per conoscerlo gli mostra il suo mondo, fatto di club e musica a tutte le ore, ma anche di famiglie per scelta, che lo faranno sentire parte del gruppo e lo proteggeranno sempre.