Se non ci fosse stato mio marito, probabilmente oggi non sarei qui. A scrivere questo editoriale. A dirigere un giornale. Abbiamo avuto la nostre figlie poco dopo i 30 anni e non mi sono mai sentita sola. Sola a gestire le coliche notturne, le ansie per la montata lattea, i pianti per la scuola, le convulsioni e le infinite emergenze che porta con sé l’infanzia: febbri, varicelle, mal di pancia, fatalmente ricorrenti ogni volta che c’era una riunione importante o una scadenza improrogabile e la babysitter, puntualmente, dava forfait. Lui c’era sempre a fronteggiare la catastrofe, tamponare l’irreparabile. Lui c’era anche più di me. Nei video che raccontano la nostra storia, è quello che sveglia col solletico la più pigra delle due per portarla all’asilo, quello che suona la chitarra mentre saltano sul letto, quello che cucina i loro piatti preferiti e resta sveglio fino a tardi per recuperarle dopo una festa.
Genitori alla pari
Non avrei scelto un uomo diverso. Questo è l’unico merito che ho. Essermi presa qualcuno che condividesse il progetto della genitorialità fifty fifty, assumendosene la responsabilità. Senza accontentarsi del ruolo di “riserva”, sobbarcandosi le gioie e le fatiche che comporta il “fare famiglia” con la stessa intensità. Com’è giusto che sia. E come ancora, purtroppo, non è nel nostro Paese. Basta guardare i numeri.
Due forme di child penality
Il 20% delle donne lascia l’impiego all’arrivo del primo figlio, cioè una su 5. Chi resta spesso prende un part time o ridimensiona le sue ambizioni, perché è difficile conciliare famiglia e carriera se nessuno ti aiuta. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il lavoro di cura grava sulle spalle delle italiane per 2 ore e 48 minuti in più al giorno rispetto ai partner, ma sale a 4 ore e 12 minuti quando ci sono dei bambini. Facile che a un certo punto gettino la spugna. Mentre i compagni raddoppiano gli sforzi sul lavoro e vedono aumentare gli stipendi. Questa ingiustizia ha un nome: child penalty. Ma, a guardar bene, non penalizza solo le donne.
La paura dei congedi
Anche gli uomini hanno qualcosa da perdere in questa disparità di trattamento, frutto di una cultura che ancora non riesce a mettere i due generi sullo stesso piano. Rinunciano a stare con i figli. Se non per quei 10 giorni risicati di congedo di paternità che prevede la legge. Pochissimi usufruiscono dei congedi parentali da spartirsi con mogli o compagne, perché hanno paura di essere giudicati male e perdere terreno in ufficio. Ancora nella nostra società non è compito loro occuparsi della prole. Se non per svago, emergenza, arbitraria e occasionale volontà.
Né mammi né babysitter
Eppure qualcosa timidamente sta cambiando, soprattutto (ma non solo) tra le nuove generazioni di maschi, che rivendicano il diritto di fare i padri. Non i babysitter, non i mammi, come ancora vengono chiamati quanti si mostrano consapevoli e orgogliosi del proprio ruolo. Quasi che la parola “papà” fosse inadatta a raccontare il loro desiderio (e dovere!) di accudimento e protezione e occorra prendere in prestito termini femminili associati tradizionalmente a queste funzioni per descriverli, anche a costo di declinarli al maschile.
I pregiudizi e la solitudine dei padri
Ma la strada è ancora lunga. E si scontra con pregiudizi talmente radicati e interiorizzati che persino noi donne facciamo muro. Arrogandoci l’esclusiva del compito di cura, marcando il territorio, guardando i pionieri del dad pride un po’ come marziani o come intrusi. Scoraggiandoli, facendoli sentire soli. Dei Don chisciotte che non trovano sponda né tra i compagni di sventura, incapaci di dirsi le cose e parlarsi apertamente di dubbi, paure e altre cose “da femmine”, né tra le madri con la M maiscola, quelle che pensano «Ma che ne sai tu?».
I Gassmann testimoni dei modelli che cambiano
Così ci hanno spiegato gli eroici padri che abbiamo intervistato in questo numero e in un videopodcast di prossima uscita. A loro e ai nuovi maschi che stanno riscrivendo ruoli e funzioni abbiamo dedicato questo numero. Che, non a caso, vede in copertina un padre e un figlio. Alessandro e Leo Gassmann, due artisti con un cognome importante che per la prima volta posano insieme e si raccontano in esclusiva. Testimoni dei tempi che cambiano, dei modelli che evolvono, di un passaggio di testimone che parte da nonno Vittorio e arriva fino a noi. Tre generazioni a confronto, con un tratto comune, l’amore e il rispetto per le donne.