Gli spot pubblicitari interrompono Tutto l’amore che resta e qualcuno davanti alla tv perde la pazienza. Ma dietro l’insofferenza manifestata da alcuni spettatori c’è qualcosa di più interessante della semplice conta degli spot. Netflix, Prime Video, Disney+ e le altre piattaforme hanno cambiato il nostro rapporto con le serie e, soprattutto, con il tempo.
Siamo diventati spettatori abituati a scegliere quando cominciare, quando fermarci e quando continuare. Così, tornando davanti alla tv tradizionale, scopriamo che alcune delle sue regole ci stanno più strette. E oggi, a differenza di ieri, basta un commento sui social per farlo sapere a tutti.
“Tutto l’amore che resta”e quella pubblicità che fa discutere
C’è stato un tempo in cui la pubblicità in tv era quasi parte della scenografia domestica. Arrivava, interrompeva il film o la fiction e noi, semplicemente, aspettavamo. Magari ne approfittavamo per andare in cucina, rispondere al telefono o commentare quello che avevamo appena visto.
Non significa che gli spot ci piacessero. Semplicemente, appartenevano alle regole del gioco. La televisione decideva il ritmo della serata e lo spettatore vi si adattava.
Le reazioni alle interruzioni durante Tutto l’amore che resta suggeriscono quanto quella consuetudine possa apparire oggi meno naturale. La questione non è soltanto stabilire se la pubblicità fosse tanta o poca. È capire perché la sua presenza venga percepita in modo diverso. Nel frattempo, infatti, siamo cambiati noi.
Quando aspettare faceva persino parte del rito della tv
Prima dello streaming, guardare una serie richiedeva una piccola disciplina. Bisognava esserci nel giorno stabilito, all’ora stabilita. Persa una puntata, recuperarla non era sempre facile. E per conoscere il seguito si aspettava la settimana successiva.
Anche le interruzioni facevano parte di quel ritmo. La televisione aveva i suoi tempi e noi organizzavamo i nostri intorno a quelli. Il palinsesto, del resto, significa proprio questo: qualcun altro stabilisce una successione di programmi e noi scegliamo se seguirla.
Era anche un rito più collettivo, quello di una tv capace di riunire tutti davanti allo stesso schermo. Basti pensare al quiz musicale Sarabanda. Era un pezzo della tv italiana di fine anni ’90, che riusciva ancora a mettere d’accordo famiglie intere su come trascorrere la serata in casa.
Oggi streaming e social hanno moltiplicato tempi e modalità di visione. Il pubblico è cambiato, così come il modo di guardare la tv. Non siamo più soltanto noi a entrare nei tempi della televisione. Pretendiamo sempre più spesso che siano i contenuti a entrare nei nostri.
È un cambiamento silenzioso, avvenuto un episodio dopo l’altro. E ce ne accorgiamo soprattutto quando torniamo alla vecchia esperienza televisiva. L’attesa che una volta consideravamo normale improvvisamente pesa.
Lo streaming ha cambiato il nostro modo di guardare la tv
Il cambiamento non riguarda soltanto Netflix e le altre piattaforme. Riguarda l’idea stessa di visione.
Una serie può nascere su una piattaforma e trovare poi un nuovo pubblico sulla tv generalista. E ormai i due mondi si incrociano continuamente. È successo, per esempio, con La legge di Lidia Poët, arrivata in chiaro su Rai 1 dopo Netflix.
Il Rapporto Censis-Auditel 2025 racconta un’Italia nella quale agli oltre 45 milioni di televisori presenti nelle abitazioni si affiancano circa 75 milioni di schermi connessi. Smartphone, tablet e computer hanno moltiplicato luoghi e momenti nei quali possiamo guardare un contenuto.
Il 43,2% degli italiani dichiara inoltre di consumare più prodotti mediatici da quando esistono i servizi streaming. È cambiata la quantità, ma soprattutto è cambiata la libertà di scelta.
Possiamo cominciare una serie sul divano e continuarla altrove. Possiamo fermarla perché squilla il telefono e riprenderla quando vogliamo. Possiamo vedere tre episodi consecutivi oppure lasciarne uno a metà. Abbiamo conquistato il “telecomando definitivo”: quello sul tempo.
È la normalità dello streaming: anche La valle dell’Eden, arrivata su Netflix il 1° ottobre, mette sette episodi a disposizione dello spettatore, che può costruirsi tempi e modalità di visione.

Anche il nostro rapporto con la pubblicità si inserisce in questa trasformazione. Sempre secondo il Rapporto Censis-Auditel, il 56,7% degli italiani dichiara di scegliere di seguire soltanto la pubblicità che interessa.
Non significa che la pubblicità sia destinata a scomparire. Significa però che lo spettatore si è abituato a esercitare una selezione molto maggiore. E quando quella possibilità viene meno, la differenza si sente.
Il pubblico adesso vuole scegliere. E vuole essere ascoltato
C’è poi un altro elemento che separa la televisione di ieri da quella di oggi. Una volta, se una trasmissione ci irritava, non potevamo protestare. Oggi possiamo dirlo immediatamente a centinaia o migliaia di persone attraverso i social.
La visione televisiva è diventata anche una conversazione. Mentre scorrono le immagini sullo schermo, sui social si commentano personaggi, storie, colpi di scena e perfino i tempi della programmazione.
Questo non rende automaticamente ogni commento una protesta collettiva. Ma rende visibile un malumore che un tempo sarebbe rimasto nel salotto di casa.
Ed è forse questa la parte più interessante della vicenda. Le piattaforme ci hanno abituato ad avere più controllo sulla visione, mentre i social ci hanno abituato a esprimere immediatamente quello che pensiamo.
La tv generalista si trova così davanti a uno spettatore diverso. Guarda ancora le cosiddette tv generaliste, si appassiona a una fiction e aspetta di sapere che cosa succederà ai protagonisti. Ma porta sul divano le abitudini costruite altrove.
Forse non abbiamo semplicemente perso la pazienza. Abbiamo scoperto che esiste un altro modo di guardare le storie. E, una volta sperimentata la possibilità di scegliere il ritmo, tornare indietro può sembrare più difficile.
Stasera torna “Tutto l’amore che resta”
Tutto l’amore che resta torna martedì 6 ottobre, alle 21.30 su Rai 1. La seconda puntata propone gli episodi 3 e 4 della fiction con Raoul Bova, che si sviluppa in sei serate fino al 3 novembre. Un nuovo appuntamento con la storia, dunque, ma anche con quel vecchio rito della prima serata che continua a resistere nell’epoca dello streaming.