«Sarò meno “pop”, d’ora in poi». Se maturare significa anche sentirsi più liberi, seguire i desideri più profondi e impegnarsi perché si avverino, Alessandro Gassmann si sta avvicinando alla meta. Ora protagonista della serie I Bastardi di Pizzofalcone su Rai1, nel ruolo del duro e puro ispettore Lojacono, il 56enne attore romano ci racconta la sua svolta interiore. Lui che ci ha fatto ridere in tante commedie (Basilicata coast to coast, Non ci resta che il crimine), lui che ha presentato Le iene nel 2012 e posato per un calendario sexy vent’anni fa, adesso lavora come regista di soggetti impegnati e si spende sui social per un tema che gli sta molto a cuore, l’ambiente. E più passano gli anni, più si avvicina alla figura del grande Vittorio che, genitore ingombrante durante la sua adolescenza, è stato un punto di fuga prima e una fonte di ispirazione poi.

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Alessandro Gassmann nella terza stagione della serie I Bastardi di Pizzofalcone, il lunedì su Rai1. L’attore romano interpreta l’ispettore Giuseppe Lojacono.

Proprio di padri e figli parla il suo terzo film da regista, presentato a Venezia: Il silenzio grande, già uscito nei cinema, sarà diretto da Gassmann anche a teatro (dall’8 dicembre al Diana di Napoli) e arriverà a Natale su Amazon Prime. Racconta di un famoso scrittore (Massimiliano Gallo) che, sempre immerso nel suo lavoro, finisce per allontanarsi dai suoi grandi affetti: la moglie (Margherita Buy) e i figli, che sentono fra l’altro il peso della sua celebrità. «Volevo raccontare una famiglia anomala segnata dalle cose non dette, da quei silenzi che si accumulano creando muri insormontabili».

Alessandro Gassmann ha vissuto a Napoli per girare 3 stagioni de I Bastardi di Pizzofalcone e ha scritto il suo ultimo film da regista, Il silenzio grande, proprio con il creatore del popolare ispettore Lojacono, lo scrittore Maurizio De Giovanni. L’esperienza napoletana ha portato dei cambiamenti nella sua vita? «All’inizio soffrivo per la totale mancanza di privacy ma ora, quando sono altrove, mi mancano l’energia e l’umanità di Napoli: se ti succede qualcosa, la gente si ferma ad aiutarti, chiunque tu sia. Sono cittadino onorario, ho una bella collaborazione con De Giovanni e, tra i miei progetti, c’è anche una serie tv, innovativa e visionaria, che riguarda la tradizione dei morti nella città partenopea».

Il silenzio grande riflette, in qualche modo, anche i suoi ricordi familiari?
«In realtà, no. Sono stato molto più fortunato dei due ragazzi che, nella storia, soffrono di incomunicabilità con il padre. Io e papà parlavamo poco perché in realtà ci eravamo già detti tutto, in compenso ridevamo molto insieme: lui amava chi lo prendeva in giro, come me, che ero il suo buffone».

Oggi come, e con chi, coltiva quel tipo di risata?
«Con mia moglie Sabrina e mio figlio Leo. A casa nostra vige un umorismo all’inglese e le occasioni per ridere non mancano: loro mi punzecchiano sui miei ruoli drammatici, io ironizzo sulla musica pop di mio figlio, l’unico cantante che seguo, ammetto. Facendo un gran tifo per lui. Quando ha debuttato a Sanremo nel 2020, io e mia Sabrina eravamo molto emozionati».

Tra le canzoni di Leo ce n’è una che ama più delle altre?
«Mr. Fonda, perché è dedicata al mio grande amico Peter Fonda, attore e regista americano, che per Leo è stato come uno zio. Passavamo le vacanze insieme in un’isola del Pacifico. Mi somigliava: alto, silenzioso, capace di guardare le stelle per ore. Il giorno dopo la sua morte, 3 anni fa, nuotavo nella baia dove facevamo il bagno e mi sono passate intorno decine di delfini. Non si erano mai visti lì. E Peter aveva un delfino tatuato sul braccio».

Lei e suo figlio siete entrambi “pop” in ambiti diversi, ma lei dice di non volerlo più essere. Perché?
«Perché con la pandemia e il lockdown ho avuto tempo di fermarmi e ho capito che vorrei avvicinarmi di più ai miei gusti personali, fare quello che amerei vedere da spettatore. Ho girato 80 film tra comici e drammatici ma so che, a sorpresa, potrei fare bene anche altro. Per esempio dirigere storie che mi somiglino come Il silenzio grande. Ma sono felice dei Bastardi e della serie che andrà in onda a partire dall’11 novembre su Rai1: Un professore di Alessandro D’Alatri, dove interpreto un insegnante che usa la filosofia per aiutare i ragazzi. Il maestro che avrei voluto avere anch’io, che a scuola ero una capra».

Addirittura…
«Eccome, studiavo poco e marinavo la scuola. A 14 anni sembravo una specie di Frankenstein alto 1 metro e 93, ero un gigante di fianco ai coetanei. E il cognome mi faceva sentire “diverso”, sempre sotto osservazione. Ero un ragazzo timido, terrorizzato dal giudizio e dai voti. A volte ero aggressivo anche se non ho mai picchiato nessuno… (esita, ndr). In qualche maniera ero un bullo, stupido e scemo, una di quelle persone che oggi mi danno fastidio e non vorrei proprio incontrare. Mio padre si arrabbiava molto con me e, con il fisico e la voce che aveva, sapeva essere spaventoso».


«A 14 anni ero alto già 1 metro e 93, un gigante di fianco ai coetanei. E il cognome mi faceva sentire sempre sotto osservazione. Ero terrorizzato dal giudizio degli altri, e reagivo facendo il bullo»


Cosa l’ha portata a cambiare?
«Mi ha fatto bene il servizio militare, pur essendo stato l’anno più brutto della mia vita, perché in divisa, uguale a tutti gli altri, non ero più il “figlio di Gassmann”. Finito l’obbligo della scuola, ho scoperto che studiare mi piaceva e ho cercato di recuperare con quella forza di volontà che mio padre chiamava la “pigna”».

Pensa che esista un Dna artistico in famiglie come la sua?
«Non direi, ma è vero che dai genitori si impara ad amare l’arte. In questo senso, io sono stato facilitato perché nato in una famiglia di intellettuali, ho assorbito il piacere della lettura, da ragazzino ascoltavo gli amici di papà, registi come Federico Fellini ed Ettore Scola, attori come Ugo Tognazzi e Nino Manfredi, e capivo che in quel mondo c’era qualcosa di speciale».

Sui social si spende molto sui temi ecologici: ha sempre avuto passione per la natura?
«Sì, tanto che dopo il liceo mi ero iscritto ad Agraria. Se non avessi recitato, chissà, forse sarei stato un ottimo guardaparchi».

Oltretutto dice spesso di essere un tipo silenzioso.
«Come sa bene mia moglie, non parlo quasi mai (ride, ndr). E in un mondo in cui tutti urlano per far prevalere la loro opinione, trovo che il silenzio possa essere sacro e appagante».