Da Lucio Battisti, Marco Masini e Roberto Vecchioni a Patty Pravo, Jo Squillo, Marco Ferradini, I Giganti. Autori le cui canzoni abbiamo tutti nelle orecchie, ma con un indiscutibile sottofondo maschilista. Anche quelle che possono sembrare solo canzonette, infatti, rappresentano un canale privilegiato per accedere alla dimensione strutturale e allo stesso tempo invisibile del pensiero maschilista. È questa la teoria che Riccardo Burgazzi, filologo ed editore, illustra ne Il maschilismo orecchiabile (Prospero ed.) un saggio che analizza le varie sfumature di maschilismo citate in alcune tra le canzoni più conosciute (170 in tutto, composte tra gli anni Cinquanta e il Duemila), accomunate da una stessa caratteristica, l’orecchiabilità.

«Per maschilismo orecchiabile s’intende tutto quel bagaglio di versi imparati a memoria che, sebbene facciano stridere la nostra sensibilità, finiamo per condonare sempre. Perché alla fine è tradizione; perché dai, è solo una canzone e ciò che conta è l’emozione» spiega l’autore nell’introduzione.

Le canzoni riflettono un’epoca

Chi di noi, ad esempio, non ha mai canticchiato il refrain de “La canzone del sole “ di Lucio Battisti (Dove sei stata, cos’hai fatto mai? Una donna…donna! Dimmi: cosa vuol dir sono una donna ormai?) , lasciandosi trasportare dalla melodia ma senza soffermarsi più di tanto sul significato del testo? Anche quelle che potrebbero sembrare solo canzonette rappresentano un’occasione per interpretare il senso comune che pervade un’epoca e per riflettere sul ruolo delle donne all’interno di una relazione. Perché ascoltiamo brani maschilisti? Leggendo bene tra le righe, infatti, non è infrequente imbattersi in testi che decantano i rapporti di potere, finanche alle loro estreme conseguenze, vale a dire i femminicidi. Nonostante tutto queste canzoni continuano a piacerci:

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– Patty Pravo, sotto la lente di R, Burgazzi con La bambola
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– Jo Squillo – Violentami sul metrò
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– Marco Masini nel 2004

«Non sono le canzoni maschiliste a piacerci, è la loro musica per la sua componente ritmica che conquista l’ascoltatore e non fa badare al testo. Ma le parole che la compongono contano quanto le note, per la caratteristica di essere calzanti a un determinato stato d’animo» spiega Riccardo Burgazzi. «La prova, in questo senso, la abbiamo quando passa un pezzo che ci piace, ma che decidiamo quasi istintivamente di saltare perché non si sposa con l’umore o l’atmosfera dell’occasione».

Lella, la canzone che racconta un femminicidio

Che la violenza di genere e i femminicidi siano sempre esistiti è un dato di fatto e non poteva non rimanerne traccia nella musica italiana. Una canzone su tutte: Lella, scritta a quattro mani da Edoardo De Angelis e Stelio Gicca Palli. È la storia di un femminicidio mai confessato, forse il più famoso della canzone italiana, tragico epilogo di una storia d’amore tra un ragazzo di borgata e una ricca signora romana.

Figura angelica, ammaliatrice, traditrice, trofeo di cui vantarsi con gli amici, sono tanti gli stereotipi di genere presenti in questa canzone che ha festeggiato i suoi 50 anni lo scorso anno ed è stata riadattata, per l’occasione, dal rapper Tommaso Zanello, in arte Piotta. «È stato uno dei primi vinili che ho comprato e ancora conservo, e solo quando l’ho ascoltata bene ho capito che il ritmo non combaciava con il contenuto» commenta l’artista. «Quello della violenza contro le donne è un tema che mi sta molto a cuore e a cui ho dedicato un’altra canzone “Barbara” insieme ai Modena City Ramblers. Mi sono sentito onorato quando Edoardo e Stelio mi hanno proposto di rivisitare “Lella” in chiave rap e sono stati sempre loro a farmi notare che negli anni ’50, quando hanno composto il brano, la parola femminicidio ancora non esisteva. Oggi esiste un termine ma, purtroppo, anche il fenomeno esiste ancora e si ripete con una frequenza inquietante» conclude il cantante romano.