Chissà se i leoni li ha già visti… Quando ci siamo parlate, Chiara Gamberale stava preparando le valigie per il Sudafrica mentre, in sottofondo, sua figlia di 4 anni Vita continuava a chiederle emozionata: «Mamma, incontreremo i leoni? E i pinguini? E le balene?». Una magnifica avventura di fine estate «per ricominciare, lei e io, dopo 2 anni chiuse in casa» racconta la scrittrice romana, 45 anni, autrice di romanzi amatissimi, da La zona cieca (Bompiani), finalista al premio Campiello nel 2008, a Il grembo paterno (Feltrinelli), uscito l’anno scorso.

CreaVità, una accademia di creatività

Ma questo viaggio non è l’unico “punto di ripartenza” per Chiara Gamberale. Al rientro l’attende un nuovo progetto, anch’esso nato nella sua mente e nel suo cuore negli ultimi due anni: CreaVità, una accademia di creatività al via a fine settembre a Roma. Anzi, «un percorso di orientamento creativo» mi corregge. «Un luogo non per diventare artisti, bensì per tornare in contatto con noi stessi».

CreaVità: come funziona l’accademia

I laboratori di CreaVità, il percorso di orientamento creativo ideato da Chiara Gamberale, partono a fine settembre a Roma: 32 incontri settimanali di 3 ore l’uno, divisi per età, su scrittura creativa, musica, danza, arti visive. Per saperne di più e iscriverti, vai su www.creavita.org o manda una mail a [email protected].

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Chiara Gamberale, la scrittura e la creatività: intervista

Perché il nome CreaVità? «Per assonanza con creatività e perché dentro c’è vita, che è anche il nome di mia figlia. In questo gioco di parole la creatività si rivela uno strumento per forgiare non solo qualcosa che prima non c’era, che sia un libro o una canzone, ma soprattutto la nostra esistenza. Per poterla chiamare davvero nostra, invece di limitarci a subirla».

Stiamo subendo la nostra esistenza? «Negli ultimi tempi, sì. A causa della pandemia, della guerra, dell’incertezza politica, del clima generale di sfiducia. Per non dire dei social, che ci danno la sensazione di vivere sempre in contatto con qualcuno o qualcosa ma intanto ci allontanano da quella straordinaria occasione che è il rischio di conoscere noi stessi».

Nasce dunque da questo l’idea di un orientamento creativo? «Nasce soprattutto dal desiderio e dall’esigenza di regalare agli adolescenti uno spazio e un tempo dove, appunto, ri-crearsi dopo questi anni tremendi. Sono loro i più feriti dalla pandemia: nel momento in cui per crescere si devono incontrare gli altri, a loro l’altro è stato negato».

Nemmeno noi adulti stiamo bene… «E infatti ci saranno classi dedicate anche a quelli che io chiamo gli “adolescenti di tutte le età”: persone dai 20 ai 100 anni che hanno ancora la voglia e il bisogno di sintonizzarsi con il proprio io».

Il progetto mi ricorda la «scuolina a casa» che aveva organizzato per sua figlia e altri bambini del vostro quartiere durante i lockdown: un antidoto all’isolamento. «CreaVità ha sede proprio dove c’era la scuolina! È un asilo per grandi, diciamo così. Dove però il presupposto è lo stesso: un luogo in cui, mentre esprimiamo chi siamo, entriamo in relazione con gli altri».

Cosa si studia in questa “non accademia”? «Ci saranno laboratori per stimolare gli aspetti creativi ed emotivi della personalità dei partecipanti, che saranno divisi in 2 gruppi: ragazzi e adulti. Io, con Mattia Zecca e Michela Monferrini, mi occuperò di scrittura creativa ed educazione sentimentale. Pier Cortese, Sabina D’Angelosante, Viviana Colais ed Elettra Mallaby – grandi professionisti che sono anche fra le mie persone preferite – proporranno percorsi all’insegna della musica, dell’arte visiva e dell’espressione corporea. E, una volta al mese, ci sarà un incontro con un grande personaggio che testimonierà il suo cammino creativo. Si inizia con Michele Bravi, poi arriveranno Massimo Gramellini, Niccolò Fabi, Emanuele Trevi…».

In che modo le arti possono aiutarci a ritrovare il nostro centro? «Scrivere, guardare un quadro, ascoltare musica sono possibilità per accedere alla parte più “scoperta” e autentica di noi. Che magari non è il nostro centro, ma per arrivarci è da lì che dobbiamo passare».

Si può essere creativi nella vita quotidiana? «Sì, sforzandoci sempre di pensare con la nostra testa e sentire con il nostro cuore. È difficile in quest’epoca in cui siamo bombardati da opinioni già pronte per l’uso che, senza che ce ne accorgiamo, uccidono la possibilità di avere idee nostre».

Da anni lei cura la Posta del cuore su Donna Moderna e io non posso non chiederglielo: che rapporto c’è tra creatività e sentimenti? «Un approccio creativo è fondamentale nelle relazioni. Per dare loro la possibilità di essere nutrienti, anziché paralizzate dal terrore di mettersi in gioco».

Come concilierà il nuovo impegno con la scrittura? «Confido che le due esperienze si nutrano a vicenda. Io mi isolo nel momento della scrittura, ma lo scambio tra quello che mi si muove dentro e attorno è fondamentale. Ho appena terminato il mio primo romanzo che ha l’apparenza di un libro per ragazzi, una specie di Alice nel Paese delle Meraviglie. Un’avventura in due mondi, uno dove non esistono le emozioni e un altro dove sono allo stato brado. La missione dei protagonisti, una coppia di gemelli, è quella di metterli in comunicazione perché uno non ha senso senza l’altro».

Che cos’è per lei, come persona e come scrittrice, la creatività? «La sola possibilità che abbiamo per combattere un istinto distruttivo e autodistruttivo che più che mai sento farsi forte e pericoloso attorno a me. Io ho avuto un’adolescenza complessa, l’ho raccontata attraverso i miei personaggi, ma sa cosa mi ha salvato? Le mie passioni. I libri, i viaggi, le persone. Vorrei che ognuno riuscisse a contattare le sue, di passioni, perché non è solo il dolore che forgia e insegna a campare. È anche la gioia. Forse, anzi, è soprattutto la gioia. Detesto quando vado nelle scuole e i professori mi incitano a dire ai ragazzi che è giusto leggere: leggere è bello, prima di essere giusto! Vorrei quindi che, per chi intraprenderà il suo percorso con noi, le esperienze artistiche possano diventare esperienze psicologiche: stimoli per gestire non tanto una tela o un foglio bianchi, quanto la vita di ogni giorno, i problemi che ci pone. Affrontarli in maniera creativa significa, come dicevo prima, non soccombere alla vita. Ma avere l’occasione di viverla, anziché farci vivere».

La creatività, per come l’ha raccontata finora, si può insegnare? «Non credo si possa insegnare a diventare artisti: invece credo si possa stimolare il nostro potenziale creativo perché ognuno possa poi metterlo al servizio di ciò in cui crede. Sono d’accordo con Pier Paolo Pasolini quando sosteneva che solo se una storia è stata necessaria a chi l’ha scritta potrà risultare necessaria a chi la legge».

Lo sta insegnando a sua figlia? «Il problema di Vita semmai sarà il senso della realtà. Noi viviamo in una perenne interpretazione magica di quello che ci succede. Ma che cos’è poi la realtà, mi dico? La capacità di immaginare mondi è il migliore strumento che abbiamo non per evadere da questo, ma per viverlo meglio. E capirlo più a fondo».